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Cinque giorni nella vita di un dissidente anomalo

Condannò, scrisse e si dissolse. Questa avrebbe potuto essere la biografia in sintesi dell’autore e giornalista russo, Sergej Donatovič Dovlatov. La storia, di buon grado, si risolse in maniera diversa: ironizzò e trovò l’America. Eppure il regista Aleksej Alekseevič German per il suo film, Dovlatov – I libri invisibili (vincitore dell’Orso d’argento per il miglior contributo artistico al Festival di Berlino 2018 e al cinema in queste settimane), si avvicina ed ingrandisce l’immagine su un periodo in particolare della vita dello scrittore: prima del riconoscimento del New Yorker, dell’esperienza da corrispondente in Estonia e del passaggio delle sue opere da samizdat (autopubblicato) a tamizdat (pubblicato “laggiù”, in occidente), Dovlatov attraversa smarrimento e frustrazione dell’epoca brezneviana.

OLTRE L’INVISIBILITÀ

Censura e oblio, indigenza e messa al bando, Aleksej Alekseevič German mostra cinque giorni dello scrittore a Leningrado nel 1971, un periodo che conosce “una sorta di stalinismo morbido”, come lo descrive Emmanuel Carrère nel suo romanzo Limonov (Adelphi): chi non si allinea al partito è rifiutato dall’Unione degli Scrittori Sovietici, e chi non fa parte dell’Unione non è pubblicato, è costretto al silenzio, come se non ci fosse, non esistesse, e Dovlatov, tra questi, è “stanco di non esserci”. Tra la derisione rivolta agli espressionisti – più volte richiamata dal circolo di intellettuali sovietici nel film – e la sentenza capitale dei dissidenti, ciò che annienta e spaventa di più Dovlatov e i suoi amici è la condanna all’invisibilità.

Proprio per questo, Aleksej Alekseevič German con dei lunghi piani sequenza nei salotti abbraccia e stacca dall’anonimato tutti i personaggi destinati all’oblio della dittatura. Come nell’ Arca russa (del 2002) di Aleksandr Sokurov, la macchina da presa danza in stanze e strade, registrando pensieri e idee, angosce e bilanci, ambizioni e certezze, dai pittori marchiati dall’accademia di dipingere croste ai poeti operai della metropolitana: se la Storia è stata inclemente per chi non si è trovato nella maggioranza, o dalla parte dei vincitori, il cinema gli restituisce la dignità dell’esistenza e lo destina all’immortalità dell’immagine.

LA FARSA COME RIVINCITA

In questo bolero di solitudine e camere affollate, di giorni che si susseguono apparentemente scanditi dallo stesso ritmo, tra dubbi e speranze, Dovlatov non soccombe, ma gioca: se la verità diventa un atto di eroismo e per le riviste letterarie “la mediocrità è l’unico valore su cui scommettere”, Dovlatov, così sulla pagina scritta che negli uffici della redazione del giornale, non rinuncia a ridicolizzare i suoi capi, a fingersi Franz Kafka o un capitano, raccomandare Malevič o Kandinskij per la ricerca di un elettrodomestico, imbastire una riflessione caustica sul destino della letteratura russa, intervistando interpreti improvvisati dei grandi maestri. A chi lo rimprovera di “trasformare tutto in farsa”, Dovlatov – e con lui Aleksej Alekseevič German – si oppone con la smorfia di un sorriso: allo scenario grottesco che lo circonda risponde con l’immaginazione, al regime dell’adulazione preferisce la confusione tra reale e illusione.

EVERSIONE  E ANOMALIA

Se il destino ha voluto sottrarlo alla morte durante la seconda guerra mondiale, non facendolo diventare – come mostra il film –  uno degli scheletri dei bambini ritrovati nella metropolitana e suoi coetanei, Dovlatov riconosce il valore dell’esistere, della possibilità di poter essere eversore e sa rivendicare ad ogni occasione la sua indipendenza e il suo corso: se gli suggeriscono di lasciar perdere e cedere, scrivere un libro per animali, un poema epico o semplicemente qualcosa di “positivo e luminoso”, da vero scrittore non rinuncia al suo baricentro, pur sapendo quanto “coraggio ci voglia a mantenersi integri quando non sei nessuno”.

Lontano dal voler confezionare un biopic in formato Wikipedia, Aleksej Alekseevič German preferisce ricostruire, attraverso la tessitura di citazioni e autori coevi, racconti e rimandi, il pensiero e lo spirito dello scrittore Dovlatov, scevro dal condizionamento delle tappe temporali e degli avvenimenti, restituendoci il profilo di un dissidente anomalo, lontano dal suo Paese e della sua cultura, diviso tra eversione e ironia, “la metafora discendente”, tra voglia di fuggire e di non perdere la memoria, di eclissarsi e al tempo stesso di non dissolversi.