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La malattia e la morte di Napoleone

Finalmente il 18 settembre 1819 sbarcò nell’isola il medico inviato da Roma, dalla madre e dallo zio, il cardinale Joseph Fesch (1763-1839), per garantire a Napoleone le cure necessarie. Si trattava del corso Francesco Antonmarchi (1780-1838), che si sarebbe rivelato inadeguato al suo compito, non tanto per la giovane età quanto perché, specializzato in anatomia, era del tutto privo di esperienza clinica. Egli comunque, appena arrivato, consigliò una più equilibrata dieta alimentare e soprattutto una ripresa dell’esercizio fisico. Napoleone si lasciò convincere: ricominciò a uscire, fece delle passeggiate e qualche cavalcata e si impegnò anche personalmente, sempre su suggerimento di Antonmarchi, nelle cure al giardino di Noverraz. Risale a questo periodo l’immagine singolare dell’imperatore in abiti coloniali, con il grande cappello di paglia, dedito a lavori di giardinaggio! Questo mutato atteggiamento portò effettivamente un certo beneficio. Si trattò tuttavia di un breve intermezzo, perché nel corso del 1820 la salute riprese a peggiorare: i frequenti episodi di vomito portarono Antonmarchi a parlare per la prima volta di un problema allo stomaco. Il 4 ottobre 1820 Napoleone fece l’ultima uscita a cavallo di un’intera giornata, ma dovette rientrare in calesse, pallido in volto e afflitto da una stanchezza mortale. Comparve allora anche un dolore acuto nella zona epigastrica, paragonabile, secondo Napoleone, a quello di un coltello che viene rigirato nella carne. Né Antonmarchi né i medici inglesi chiamati a consulto furono in grado di individuare la natura del male e di opporvi qualche rimedio efficace. Il clima divenne ancora più pesante a causa dei ripetuti contrasti fra Napoleone e il medico corso, accusato, non a torto, non solo di scarsa capacità ma anche di mancanza di coscienza professionale, perché dedicava gran parte del suo tempo ad avventure amorose o alle sue ricerche di botanica. Nel gennaio 1821 Montholon, che aveva ormai rinunziato all’idea di partire, scrisse alla moglie che Napoleone restava costantemente assopito sul letto o sul canapé e che il suo stomaco non teneva più niente. Lui stesso in effetti sentiva che la fine non era lontana, e lo confidò a Bertrand: «Non passerò l’anno, tutt’al più il prossimo» (Cahiers, 31 gennaio 1821). Il 7 marzo fece un’ultima passeggiata in calesse, ma negli ultimi giorni del mese iniziò, con una forte febbre, la fase terminale. Nel mese di aprile, costretto ormai a letto, si impegnò nella redazione del testamento, che portò a termine, con grande fatica, nella serata del 25 aprile; alla fine disse a Montholon: «Ebbene! Figlio mio, non sarebbe un peccato non morire dopo aver messo così bene in ordine i propri affari?» (Mémoires de Marchand, II, p. 316). Il 29 aprile il letto fu spostato nel salone, fra le due finestre, in modo che ci fosse più aria. Il 4 maggio cominciò l’agonia.

Nelle ultime ore, oltre ai medici, Antonmarchi e l’inglese Archibald Arnott (1771-1855), tutti quelli che componevano la piccola colonia di Sant’Elena si raccolsero intorno al letto del morente cercando di comprendere le poche frasi confuse che egli pronunciava nei brevi momenti di coscienza. A un certo punto chiese: «Come si chiama mio figlio?», e Marchand rispose: «Napoleone». Sembra che le ultime parole comprensibili siano state «alla testa dell’armata». Dopo una notte agitata, nel pomeriggio di sabato 5 maggio 1821 Napoleone esalò l’ultimo respiro. Il pendolo fu fermato alle 17 e 49 minuti, come si può vedere al Museo di Malmaison dove oggi si trova.

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Nel pomeriggio del 6 Antonmarchi procedette all’autopsia. Lo stesso Napoleone glielo aveva chiesto prima di morire: avendo intuito infatti dalla frequenza del vomito che si trattava di un problema di stomaco, e sapendo che suo padre era morto proprio di un cancro al piloro, voleva far conoscere al figlio la causa della propria morte affinché potesse premunirsi. L’autopsia fu compiuta alla presenza di Arnott e di sei medici inglesi, i quali stesero un loro rapporto per il governatore. Dal corpo furono asportati il cuore e lo stomaco, posti in due recipienti di argento, ricolmi di spirito di vino e sigillati. Sappiamo anche che Antonmarchi, aiutato da un medico inglese, prese con il gesso l’impronta per una maschera mortuaria, e che altri rilievi furono fatti in cera e in cartapesta. Le vicende di queste maschere costituiscono un inestricabile enigma: oggi vi sono, sparsi in vari musei e collezioni private, molti esemplari, alcuni dei quali certamente falsi. Il 6 maggio fu preparata, nella stanza che era stata il gabinetto di lavoro, la camera ardente. Il corpo fu sistemato sul letto dove era morto, adagiato sul mantello blu portato a Marengo e vestito con l’uniforme verde dei cacciatori a cavallo della guardia, con il leggendario cappello, la spada al fianco e un crocifisso sul petto; Bertrand e Montholon erano davanti alla salma, mentre ai quattro angoli del letto stavano i camerieri Alì, Marchand, Noverraz e Pierron. Per due giorni i militari e i marinai inglesi e gli abitanti dell’isola sfilarono in silenzio davanti al defunto. Il giorno 9 ebbero luogo i funerali, che seguirono il cerimoniale previsto per un ufficiale inglese del più alto grado. Il corteo funebre, con in testa l’abate corso Angelo Vignali (1789-1836), che era giunto nell’isola insieme con Antonmarchi per svolgere le funzioni di cappellano, fu accompagnato dal rullo dei tamburi e dai colpi di cannone delle navi ancorate nella rada di Jamestown; lungo la strada erano schierati i soldati del reggimento inglese. Giunto al luogo indicato per la sepoltura, che fu chiamato da allora «la valle della tomba», il feretro fu posto in una profonda fossa, ricoperta con tre pesanti lastre di pietra. Nessuna iscrizione fu posta né sulla bara, né sulla lastra, in quanto non vi fu accordo tra i francesi, che volevano scrivere «Napoléon», e Lowe che invece preferiva «Napoléon Bonaparte». La tomba fu circondata da una parte della cancellata che il governatore aveva fatto erigere intorno alla Longwood new house e che aveva indotto Napoleone a rifiutare di trasferirvisi. Alcuni anni dopo Chateaubriand non mancò di esprimere il suo ironico commento: «Sembrava che si avesse timore che non fosse mai sufficientemente imprigionato» (Mémoires d’outre-tombe, I, p. 1023).

Tratto da Ei fu. La morte di Napoleone di Vittorio Criscuolo, per gentile concessione della casa editrice Il Mulino