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McCann e gli infiniti lati di Gerusalemme

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McCann e gli infiniti lati di Gerusalemme

Le mille e una notte è il libro che Rami Elhanan, uno dei grafici pubblicitari più richiesti di Israele, ama leggere insieme a sua figlia Smadar. È suo il volto, un ritratto fotografico da bambina, l’immagine utilizzata dal padre in un celebre manifesto per il movimento della pace: «Apparve nelle sedi sindacali, nei centri studenteschi e nei kibbutz di tutto il paese. Lo si poteva trovare affisso nelle sedi della sinistra, nei corridoi delle scuole, nelle panetterie, nei bar e nei negozi di falafel». Come sarà la vita in Israele quando Smadar avrà quindici anni? recitava la scritta, ma Smadar non riuscirà neanche a compierne quattordici, restando uccisa in un attentato a Ben Yehuda Street, a Gerusalemme. Mille e una, una cifra che non va presa alla lettera: se mille in arabo corrisponde a innumerevoli, mille e una vorrà equivalere a un numero infinito. Infinite come le volte che Bassam Aramin sente ripetere le tabelline di sua figlia, Abir, la mattina del giorno in cui verrà uccisa da una pallottola di un soldato israeliano, senza riuscire ad ottenere la promozione in matematica. Infiniti quanti i lati del poligono, Apeirogon, che dà il titolo al romanzo di Colum McCann (Feltrinelli, pagg. 528, euro 22.00, traduzione di Marinella Magrì). Un’opera che lontana dallo schierarsi, preferisce riunire il mosaico del conflitto israelo-palestinese, partendo dalle storie personali e vere di Bassam Aramin e Rami Elhanan, dai loro lutti, per intrecciarsi a racconti ed eventi, ricordi e coincidenze. Mille e uno capitoli brevi e frammentati – questa volta la cifra è da intendersi letterale – che possono sembrare lontanissimi e senza nessuna possibilità di tangenza, si riuniscono in un’unica trama universale. Uno stormo migratorio di narrazioni, come quello che attraversa i cieli di Beit Jala, e richiama il poema persiano La conferenza dei uccelli, illustrato da Peter Sis: mentre McCann descrive con precisione cartografica la divisione dei territori vicino Gerusalemme e la loro giurisdizione e autorità – «Qui la geografia è tutto» – un solo traffico aereo, composto da tutte le specie del Mediterraneo, supera il conflitto dall’alto e cerca di andare avanti. Lo stesso stormo che si tramuta nelle infinite lacrime riportate da Sinéad O’Connor in Nothing Compares 2U, canzone che ascolta con il walkman Smadar, proprio nel momento in cui tre palestinesi decidono di saltare in aria, uccidendola.

Due uomini stanchi di guerra, Rami e Bassam. Se il primo ricorda i parenti israeliani di Jacob, descritti da Jonathan Safran Foer in Eccomi, con guerre combattute, ostentato ateismo, ricerca della pace quotidiana, ma che sa riconoscere gli arabi solo come oggetti o nemici, Bassam ha imparato con le violenze del carcere, le intimidazioni dei checkpoint e la persecuzione nelle strade a conoscere il nemico e infine a comprenderlo, iniziando a studiare la Shoah. Mentre Rami avrà bisogno del lutto per capire che ci sono strade diverse alla vendetta per la soluzione di un conflitto, Bassam costruisce dall’empatia del dolore la via della pace. Entrambi si ritroveranno a collaborare e a raccontare insieme la perdita, scambiandosi i punti di vista e le storie, raccogliendo il minimo comune multiplo che porta al superamento del contrasto: il riconoscimento dell’umanità dell’altro. «Una cosa che ho imparato è che nessuno vuole essere espulso dalla Storia» ripete Bassam all’ennesimo interrogatorio di un soldato israeliano. Sarà proprio per questo che McCann decide di dare spazio al dolore, lontano e vicino, di tutti nelle pagine di Apeirogon: riprendendo il carteggio del 1933 tra Albert Einsten e Sigmund Freud, Perché la guerra?, McCann sottolinea il passaggio in cui il fondatore della psicoanalisi spera che la cessazione di ogni conflitto non sia una semplice una chimera, ma ciò che è più importante ricercare è «una comunità di sentimento e una mitologia di pulsioni».

È una panoramica universale Apeirogon, che in alcuni punti rischia di disperdersi nel particolare, ma che non smette di trascinare il desiderio della lettura alla ricerca del punto di contatto con gli altri infiniti lati del poligono narrativo descritto. Un libro in cui prendono spazio e parola Borges per le vie di Gerusalemme, Mitterand sul letto di morte e il pilota di Nagasaki poco prima di sganciare la seconda atomica sul Giappone. Un’opera che fa pensare per la prima volta, dopo anni di indifferenza e individualismo, nonostante tutto: la storia siamo noi, nessuno si senta escluso; e che conferma, leggendo i colloqui dei Combattenti della Pace fra israeliani e palestinesi all’Hotel Everest di Beit Jala, davanti a caffè e involtini di foglie di vite ripiene, che i cuochi Yotam Ottolenghi e Sami Tamini nel loro ricettario, Jerusalem, non fossero lontani da una semplice verità:

«Ci vuole un atto di fede enorme ma ci piace immaginare – che cosa rischiamo? – che, se non ci riuscirà qualcos’altro, alla fine sarà l’hummus – e il mangiare insieme –  a creare unità fra i gerosolimitani».