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Perché non possiamo fermare “il movimento del mondo”

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Perché non possiamo fermare “il movimento del mondo”
Unisphere in Flushing Meadows–Corona Park, New York

Qualunque sia la vostra opinione su immigrazione, migranti, e così via, una lettura consigliata è il bellissimo saggio Il movimento del mondo di Parag Khanna pubblicato in Italia da Fazi nel 2021.

Khanna è un esperto di geopolitica, indiano di nascita e naturalizzato americano – quindi “migrante” anche lui – che tramite la società FutureMap, di cui è fondatore, si occupa di analisi e consulenze nell’ambito di temi come i trend della globalizzazione e le migrazioni.

Il libro parte provocatoriamente dal 2020, l’anno in cui, per via della pandemia, il movimento incessante degli individui sul pianeta, all’improvvisò, si fermò: “Mai prima nella storia umana la popolazione globale aveva compiuto simultaneamente lo stesso gesto: è quello che è accaduto con il Grande Lockdown. Quasi tutti gli uffici e i negozi chiusi. Strade e parchi completamente vuoti. Automobili, treni e aeroplani fermi al loro posto”.

Un improvviso stop che, ricorda, “The Economist del 21 marzo 2020 riassunse in una sola parola: Closed”.

La necessità di spostarsi sul pianeta

Un fenomeno transitorio ed eccezionale, che nessuno aveva previsto e che nessuno aveva scelto, e che, secondo Khanna, contrasta con quello che è il naturale e necessario flusso umano: “La società funziona normalmente solo se ci possiamo muovere. Quando smetti di pedalare, la bicicletta cade rapidamente. Quella bicicletta è la nostra civiltà”.

Un principio, secondo lo studioso, valido oggi più che mai, per diverse ragioni. Tra cui i cambiamenti climatici, le guerre civili, l’instabilità politica, le persecuzioni che spingono milioni di persone a lasciare “casa”.

Ma i processi migratori si renderanno necessari anche per “riempire i buchi” causati da denatalità e invecchiamento della popolazione in molte nazioni europee e non solo e rimediare al paradosso per cui da un lato ci sono Paesi dotati di ottime infrastrutture, compresi ospedali, scuole, e così via, ma sempre meno persone in grado di garantirne il funzionamento e altri pieni potenziali lavoratori – a ogni livello, dagli ingegneri agli agricoltori, dagli infermieri ai carpentieri – e scarse opportunità di occupazione.

Eppure, immaginare un mondo in cui il flusso umano funzioni in base al principio di domanda- offerta o di opportunità è un’utopia irrealizzabile. “I governi non possono accettare che le persone si muovano liberamente, rinunciare al controllo dei confini significherebbe perdere la propria sovranità nazionale”, spiega.

E questo, nonostante, la storia e non solo recente, abbia dimostrato come nulla, alla fine, possa davvero fermare “il movimento del mondo”. “Le migrazioni di massa sono inevitabili e, oggi più che mai, sono necessarie”, scrive. “Nei prossimi decenni intere regioni del pianeta attualmente sovrappopolate potrebbero finire del tutto abbandonate, mentre territori oggi spopolati potrebbero attirare le masse e diventare nuovi centri di civilizzazione. Se sei abbastanza fortunato da trovarti in qualche luogo dal quale non hai bisogno di emigrare – come il Canada o la Russia –, allora stai sicuro che ci sono migranti che stanno arrivando da te. Per parafrasare Lenin, anche se non ti interessi di migrazioni, le migrazioni si interessano di te”.

Gli effetti di AI e automazione sulle migrazioni

Un’altra ragione che secondo Parag Khanna causerà un’accelerazione nei processi di migrazione è il progresso tecnologico. “Il Covid-19 non farà che rendere più veloce la corsa all’automazione in tutto il mondo, dato che le aziende si adopereranno per ridurre l’apporto di una forza lavoro vulnerabile alla malattia”.

Tra le “vittime” dell’automazione e dell’Intelligenza artificiale (che secondo alcune stime saranno a breve circa 400 milioni), che dovranno trovarsi una nuova collocazione geografica e lavorativa, cita gli autotrasportatori, sostituiti dai veicoli a guida autonoma, gli addetti alla movimentazione delle merci nei grandi magazzini online come Amazon, rimpiazzati da personale non umano. Ma anche categoria meno scontate come gli agenti immobiliari che si troveranno a competere con le app di compravendita. Ma dove potrebbero migrare e a fare cosa?

I cambiamenti non sono mai semplici, soprattutto quando coinvolgono qualche miliardo di persone. E, nel libro, vengono immaginati 4 scenari possibili, di cui il peggiore viene definito “I barbari alle porte”, in cui “il cambiamento climatico scatena l’apocalisse sull’economia globale, guerre per l’acqua scoppiare nelle regioni idrograficamente contese, masse di migranti aprirsi a forza la strada verso aree vivibili del pianeta, portando la distruzione negli habitat in cui si insediano. Al tempo stesso le comunità ricche fanno incetta delle oasi climatiche globali per loro stesse e i loro dipendenti, circondandole con fossati e armi di difesa”.

Una nuova Siberia agricola

Ma per fortuna, Khanna non è una castrofista e, all’estremo opposto, prova a immaginare un futuro molto più idilliaco che “prevede un impegno strategico per un reinsediamento umano su larga scala e programmi di rigenerazione ambientale. Qui i sistemi produttivi si orientano rapidamente alla decarbonizzazione energetica, ampie fasce di territorio governate e finanziate da agenzie internazionali (per lo più nell’emisfero nord) assorbono miliardi di migranti e vasti investimenti sono diretti al recupero delle condizioni dell’emisfero sud”.

Nel frattempo, il libro solleva una questione che ci riguarda nell’immediato presente. Ovvero l’atteggiamento dei governi nazionali nei confronti dei migranti. Respingere o accogliere? Per lo studioso la risposta è sempre e solo una: accogliere. E non solo per ragioni umanitarie. Ci sono “smart countries” e “dumb countries”, dice.

E nella prima categoria mette il Canada, che sta accogliendo 400mila migranti ogni anno, gli Stati Uniti, che superati anni di chiusura e di muri, metaforici e reali, nel 2022 hanno aperto le porte a quasi un milione di stranieri, la Germania e la Gran Bretagna dove, nonostante la Brexit, è facilissimo ottenere un visto per lavorare.

Persino la Russia (ma molto dipende dall’esito del conflitto con l’Ucraina), finora poco propensa all’idea di accogliere migrazioni di massa, secondo Parag Khanna, potrebbe cambiare idea. E, considerato il livello di accentramento del potere decisionale, potrebbe farlo “con un tratto di penna”, come è già accaduto quando Putin, per punire il nuovo governo dell’Uzbekistan del suo rifiuto di entrare nel piano di un’unione doganale, ha offerto il passaporto a tutti gli uzbeki che decidono di trasferirsi in Russia.

Il climate change, poi, potrebbe fare il resto: nell’arco di qualche decennio, secondo alcuni studi della Nasa, oltre l’80 per cento della Siberia sarà coltivabile a frumento, frutta, ortaggi.

Il nuovo west è a nord.