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Robert Guédiguian: “Il mio legame con Pier Paolo Pasolini”

Dalla parte degli sconfitti senza darsi per vinti. Robert Guédiguian, da figlio di emigrante, marsigliese e regista, non ha mai ceduto all’idea che l’avvenire fosse senza alternative.

Il poster del festival Laceno d’oro 2023

Per questo il suo cinema, pur raccontando la precarietà del presente e il cattivo presagio del futuro, non smette di divulgare una soluzione: l’importanza della collettività, agire per il bene comune, non vivere individualmente.

Da ottimista gramsciano ma attento osservatore della classe operaia fin dagli anni settanta, il Laceno d’Oro International Film Festival ha deciso di conferirgli il Premio alla Carriera “Pier Paolo Pasolini” 2023.

Con il cuore cosciente” è una delle sue citazioni preferite, da Le ceneri di Gramsci, ma cosa resta oggi di Pasolini?

È una questione molto difficile, cominciamo bene. Posso rispondere rispetto a qual è l’eredità che Pasolini mi ha lasciato: una questione etica e morale. La postura che aveva Pasolini era da intellettuale che produceva un modo di agire: si basava da sempre sul dubbio, sulla ricerca, sul non essere mai fissi sulle proprie opinioni. Avanzare con grande libertà ma anche con dei dubbi per capire il modo migliore di stare al mondo: sia da intellettuale ma anche sentimentalmente. Della figura di Pasolini, ciò che trovo estremamente importante è il suo essere sempre dalla parte dei più fragili, dei più deboli, dei più vulnerabili. Per questo motivo Pasolini è l’incarnazione di cosa dovrebbe essere un intellettuale.

Il suo cinema da sempre parla di dominati e sconfitti, anche cambiando forma e argomento. Il potere è l’unica componente invariabile?

Effettivamente il ruolo del potere è interessante, perché in realtà non l’ho mai filmato. Non mostro mai il volto del potere ma di tutti quelli che non ce l’hanno, perché penso che bisogna sempre battersi a favore dei più deboli. Non mi interessa riprenderlo, l’ho fatto soltanto una volta in un film dove raccontavo gli ultimi giorni di François Mitterrand (Le passeggiate al Campo di Marte, 2005), perché volevo raccontare le fragilità e le debolezze di un presidente, un uomo che ha sempre avuto tutto e si trova di fronte alla morte. Ecco: mi interessava l’impotenza del potere. Altrimenti nei miei film voglio mostrare la grandezza della vita delle persone che non vengono mai raccontate. In questo c’è sicuramente un aspetto molto pasoliniano. Voglio raccontare la sacralità della vita di tutti, in particolare di chi non viene mai considerato, perché donare volto e voce può dare anche il coraggio di battersi e rialzare la testa, non sentirsi schiacciati da una presunta superiorità dei dominanti.

Come Les pauvres gens di Victor Hugo, poesia che ha ispirato il film Le nevi del Kilimangiaro. Qual è l’influenza la letteratura francese esercita sui suoi film?

Victor Hugo in Francia è monumento nazionale, alla sua morte ci sono stati i più grandi funerali della nostra storia. I miserabili è il primo libro che si assegna ai ragazzi a scuola ed è anche l’opera su cui personalmente ho imparato a leggere, da giovane adulto. Hugo ha questa potenza e si può citare in qualsiasi contesto, perché nella sua produzione letteraria c’è ricchezza, umanità e anche un lirismo che si può applicare a tutto. Mi ha insegnato a leggere, ma soprattutto che c’è una forza nel romanzo popolare e nelle storie che arrivano a tutti che non si deve mai sottovalutare. Mi ha insegnato che si può raccontare il dramma, ma guardando con diffidenza agli intellettuali elitari che vivono nella loro torre d’avorio e che pensano che usare le forme del melodramma sia anti intellettuale. Non sono affatto uno di quei cineasti che vuole realizzare delle opere fredde, che vanno a vedere tre persone, e che la maggior parte del pubblico non conosce. Per me Victor Hugo ha questa forza: quante cose importanti si possono dire restando accessibili e comprensibili a tutti. Due cineasti di riferimento per me, sotto questo aspetto, sono John Ford e Jean Renoir: la capacità di saper fare gran cinema e di parlare a tutti. Non si deve mai seguire l’assioma che congiunge un livello intellettuale alto alla noia, perché altrimenti si rischia di non essere compresi da nessuno.

Dagli inizi, lei lavora sempre con gli stessi attori, produzione e troupe. C’è una ragione politica alla base, però ha una connotazione teatrale.

Certamente: “troupe teatrale” penso che sia l’espressione che renda meglio la mia idea di fare cinema insieme. Un termine simile veniva utilizzato nel xv e xvi secolo quando il testo portato in scena era scritto sugli attori assunti. Gli stessi autori componevano le drammaturgie in base alla compagnia che avevano a disposizione. Un processo che modificava profondamente la scrittura ed è così che si fa il teatro. Tutti insieme, collettivamente: non mi piace questa idea dell’artista demiurgo che costruisce tutto da solo, ma sia il processo di scrittura che di messinscena bisogna farlo insieme. Sono sempre un po’ diffidente, sospettoso, nei confronti di quei film che vogliono raccontare il mondo ma hanno un eroe principale, un attore protagonista. Per me non esiste. Mi piace che ci siano tanti personaggi perché non si vive da soli. Il mondo lo si cambia e lo si racconta collettivamente.

Parlavamo prima del mondo elitario della cultura, ma lei con quale regista si sente affine attualmente?

Per il modo in cui vogliamo parlare con il pubblico sicuramente mi piace molto il modo di far cinema di Nanni Moretti, Aki Kaurismäki, Ken Loach, i fratelli Dardenne. Potrei chiamarla la Quinta Internazionale, dopo quella di Trockij. Sicuramente il mondo è cambiato e la maggior parte degli intellettuali di oggi sono completamente distaccati dal loro pubblico: non solo non sanno a chi parlano, ma forse neanche gli interessa l’idea di avere un dialogo con le persone che vanno a vedere i loro film. E poi penso a Jean-Luc Godard, a Pasolini: c’era sempre un dialogo tra chi faceva cinema e il pubblico. Ricordo degli interventi sulla rivista del Partito Comunista dove si parlava di cinema, arte, in particolare ho memoria di uno scambio tra uno spettatore che era andato a vedere un film di Pasolini, e non l’aveva capito, e la spiegazione del regista. C’era attenzione alla pedagogia, alla volontà che le opere fossero comprensibili, all’ interrogarsi sulle persone che andavano a vedere i film. Negli anni Settanta c’erano forme comunitarie – che fossero partiti politici o sindacati operai – che avevano cura della pedagogia e del rapporto con il popolo. Adesso c’è una totale solitudine e ognuno vive distaccato dagli altri. Si è smesso di rivolgersi questa domanda: a chi parliamo? Con chi vogliamo dialogare oggi?.

Marsiglia è raccontata da molti scrittori, da Jean-Claude Izzo a Louis Brauquier, Gian Carlo Fusco. Qual è il suo legame con questa città?

Marsiglia mi piace così tanto perché non è una città francese. Flaubert quando arrivò per la prima volta nel Vecchio Porto disse: ma questa è l’Africa. Da sempre il mondo intero si è incontrato e mischiato a Marsiglia, mentre Parigi si è trasformata in questo mélange solo recentemente. Sarà sicuramente per la posizione sul mare, che dà sul Mediterraneo e questa tradizione di scambio con il prossimo. Uno spirito di apertura verso gli altri e non aver paura delle differenze, come il colore della pelle. Amo questa contaminazione, questa impurità, una parola che apprezzo molto. Non appena sento il richiamo all’ “essere puri” scappo in direzione contraria. E Marsiglia per fortuna non lo è mai stata.