Il canone Berselli

«Io sono uno che scrive», sì, un giornale intero. Da cima a fondo, primeggiando  in ogni sezione e scrivendo fuori dal canone giornalistico. Perché Edmondo Berselli incarnava il canone berselliano, una strana forma di scrittura che riusciva a raccontare tutto, ma proprio tutto, senza mai annoiare. Ogni suo articolo è un blob che si trasforma: parte fumetto e diventa cinema bordeggiando il racconto passando dal ritratto senza mai farsi sermone e c’è anche la colonna sonora. Portava lo stupore guardando e restituendo i fatti, le persone, le città, la tivù, le partite, i film, il teatro, e via così, in un lungo elenco di cose che ci stava da sempre, ma sembrava che aspettasse lui per rivelarsi. Aveva uno stile unico, generato e non creato da un percorso strano: da correttore di bozze e lettore infinito, come Quentin Tarantino con le videocassette, un apprendistato solitario e fantasioso che annodava mondi lontanissimi.

Era pessimista ma – come Zavattini – se ne dimenticava sempre, riuscendo a trovare una possibilità anche nei pozzi più bui della storia italiana. Poteva essere severissimo e sul più bello mettersi a fischiare, scrivendo, s’intende, perché anche se diceva di non essere bravo a suonare aveva tanta musica dentro e l’ha piazzata in ogni sua pagina. Era complesso, ma non difficile. Aristocratico, ma non spocchioso. Coltissimo, ma non pedante. Un pezzo anzi un pesso unico. Poteva spiegare Calasso e l’Adelphi e prima il programma scemo, abbassando Calasso con una storia di Adorno – inventata – e innalzando Daria Bignardi con un momento vero che era sfuggito a tutti, l’attimo di sublimazione. Capace di prendere in giro sia il nero Buttafuoco che il quasi rosso Baricco, usando le loro lingue e riuscendo pure a spernacchiare Michele Serra, Oriana Fallaci e pure Paolo Mieli. Se Fellini danzava, Berselli rivoltava. Entrambi giocavano con la realtà, in modi diversi, ma con lo stesso fine. Se Pasolini era una contraddizione, Berselli è una trasformazione: usa il calcio per dire della politica, la politica per dire della televisione e la televisione per dire dell’economia, meglio di una serie tivù, e questo lo si capisce bene leggendo Cabaret Italia (Mondadori) antologia dei suoi articoli per i giornali, ottimo per chi non ha letto i suoi libri e anche per chi li ha letti: i primi scopriranno il canone, i secondi lo ritroveranno.

Berselli è riuscito nell’impresa di essere tra i grandi editorialisti rimanendo un elegante ragazzo che si faceva beffa del mondo che l’accoglieva, tolto Sartori, s’intende. La sua giusta distanza era per il trombonesco, l’impostura e la morale. Aveva già colto il superfluo dei poterucoli culturali, l’annullarsi del recensore e anche dei progetti editoriali egemonici e il potere del gossip (con elogio di Dagospia). Aveva capito la fuffa veltroniana, il pragmatismo egotico prodiano, il finto algerismo grilletto da terza e quarta repubblica mancata, la caduta dei Fini, intravisto il successo della pancia salviniana, inchiodato il Berlusconi-Joker e gli sbandamenti del Pd compresi i Civati e le Serracchiani. Sulla tivù e sulle sue critiche andrebbero fatti i corsi: dall’unire l’Italia alla dittatura dell’emozione indotta. E poi c’è la musica, come c’ha giocato lui nessuno mai, nessun critico musicale che allestisce pagine, recensisce dischi e concerti e intervista copiosamente il cantante diventato pure amico, raggiungerà l’ermeneutica di Lucio Battisti o il racconto di Max Pezzali o il puntiglio ecdotico col quale analizza Fabrizio De André. Papi, tassi, manovre economiche, Ligabue, Fiorello, Moana, il capitalismo e il ceto medio, le caste e i poveri, il boom e il welfare, Tremonti e il cemento e i condoni e il paesaggio, il Made in Italy e Valentino Rossi, la Nutella i farabutti e Bartali, Del Piero Pelé Sivori e gli stadi che si svuotano, le strade di Francia la schedina e James Bond, insomma avete capito, oltre il canone c’è anche la saga.