test

Napoleone: ballate per un nuovo mito

La storia che vogliamo raccontare è una storia di manipolazioni. Nietzsche sosteneva che non ci sono fatti puri ma solo interpretazioni. Da questo punto di vista, la storia può essere rappresentata come scontro tra interpretazioni differenti, conflitto tra miti. Se così è, le folk songs hanno giocato un ruolo rilevante, con buona pace di Guccini («Non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni»).

La morte del folk, più di quella del rock, ci ha privato di un linguaggio che ha saputo essere vivo attraverso la riappropriazione popolare della storia e la sua trasfigurazione, in luogo della tendenza attuale alla cancellazione.

Il racconto della figura di Napoleone Bonaparte nelle tradizioni popolari è la riprova di come la fiction dei trovatori del passato e il percorso di distorsioni/invenzioni di chi è ai margini siano il prodotto di un’arbitrarietà e di una complessa mediazione che ne hanno fatto un incredibile strumento di antagonismo alla cultura dominante. Per il semplice motivo che la significazione è operazione opaca, sorprendente, ricca, tutt’altro che meccanica, a differenza di quanto credono i caporali dell’ideologia con la loro pretesa di marciare al passo.

Gli irlandesi, dopo Waterloo, fecero del grande corso il loro Green Linnet, (il verde uccello canterino), simbolo della promessa di liberazione dal dominio britannico in cui riposero le loro speranze quelli della Cumann na néireannach Aontaithe, la Società degli Irlandesi Uniti, protestanti ispirati dalle due rivoluzioni, francese e americana (il nazionalismo d’Irlanda nasce protestante, solo successivamente sarà adottato dai cattolici).

La ballata The Green Linnet, in realtà Maria Louisa’s Lamentation for the Green Linnet, raccoglie anche un tema romantico, peraltro storicamente infondato, e lo unisce a quello politico, con la seconda moglie di Napoleone Bonaparte, Maria Luisa d’Austria (in nozze con l’imperatore nel 1810, dopo il divorzio da Giuseppina), che muove alla incessante ricerca del suo giovane marito e ne narra le imprese.

«Oh, my linnet so green Sweet Boney, will I ne’er see you more?»

Qui, è di tutta evidenza che la sposa in attesa di incontrarsi con l’eroe è l’Irlanda stessa, bramosa di esser liberata dal giogo degli inglesi, una sorta di Penelope angariata dai proci che spera nel ritorno di Ulisse.

Col semplice titolo The Green Linnet, la canzone fu inserita nel Catalogo di Slip Songs di John Ross, pubblicato a Newcastle on Tyne nel 1849 – all’epoca non c’erano supporti di altro tipo che non fossero quelli su stampa – e per questa via approdò nel secolo scorso in Canada e negli Stati Uniti, diventando patrimonio dei menestrelli folk del ‘900.

Ma il mito del Napoleone  indipendentista non fu solo un pallino irlandese e, così, mentre la propaganda inglese durante il conflitto con la Francia diffamava violentemente Bonaparte come il piccolo corso, il mostro corso o la peste corsa, in pratica un saccheggiatore e stupratore dedito a massacri e incendi, a metà strada tra Nerone e Milosevic, senza però lasciare granché traccia nella tradizione popolare, gli umili del West Sussex e i pescatori del Norfolk convalidavano l’immagine presente nei contadini d’Irlanda di un eroe coraggioso e leale dalla parte dei deboli e degli oppressi. Celebrando la vittoria della interpretazione popolare sulla verità del potere coloniale.

A tener compagnia a The Green Linnet, ci sono numerose altre ballate dedicate a Napoleone dai nazionalisti irlandesi: The Bonny Bunch of Roses, The Plains of Waterloo e The Ould Grey Mare, tra le tante. Se ne contano alcune centinaia.

Scrive Antonio Gramsci: «Il cesarismo non ha sempre lo stesso significato storico. Ci può essere un cesarismo progressivo e uno regressivo … È progressivo il cesarismo, quando il suo intervento aiuta la forza progressiva a trionfare sia pure con certi compromessi e temperamenti limitativi della vittoria; è regressivo quando il suo intervento aiuta a trionfare la forza regressiva … Cesare e Napoleone I sono esempi di cesarismo progressivo, Napoleone III e Bismarck di cesarismo regressivo». Una lettura che ci avvicina alla légende dorée popolare del condottiero che promuoveva gli ideali di giustizia sociale che si erano affermati con la stagione rivoluzionaria. Anche se Napoleone è per i popoli incantati dalla rivoluzione americana soprattutto un campione del patriottismo, lettura che non sarebbe piaciuta molto ad Hillaire Belloc, l’autore de Lo Stato servile e L’Europa e la fede, che lo considerava invece un promotore dell’idea di Europa unita, quale superamento delle vecchie nazioni. Ma importa poco.

A esaltare il Napoleone romantico è The Bonny Bunch of Roses (scritta prima del 1832), anch’essa canzone di origine irlandese ma diffusasi in Scozia e in Inghilterra, esprimendo ancora una volta la simpatia popolare inglese per il nemico.

La ballad ci riporta un immaginario dialogo tra Napoleone II e la madre Maria Luisa nel quale si assume che Napoleone fu sconfitto per non essersi guardato dal «bel mazzo di rose», che per qualcuno simboleggiava Inghilterra, Scozia e Irlanda, per altri è una metafora per indicare l’esercito britannico, vestito di rosso. Più probabile la prima delle letture, visto che Napoleone II promette alla madre, tenendole la mano:

 «Oh, cara madre sii paziente,

perché presto prenderò il comando e solleverò un terribile esercito,

e andrò incontro ai pericoli,

e a dispetto di tutto l’universo

conquisterò il Bel Mazzo di Rose…»

Una toccante versione a cappella la troviamo nel songbook del marxista Ewan MacColl, un artista che, collezionando vecchie ballate delle isole, sulle orme di Herder e dei fratelli Grimm, inventò il folk revival. È inclusa nel suo album Scots street songs del 1956, mentre nel 1970 una vera e propria istituzione del folk-rock inglese, i Fairport Convention, pur conservandone il sapore fortemente evocativo, la trasfigurano e ne fanno, anche senza la splendida voce di Sandy Denny, uno dei vertici della loro opera, poco prima che essa degradi in maniera. https://www.youtube.com/watch?v=JWUsScx7pQI

Grazie al formidabile tocco chitarristico di Richard Thompson, una pazzia per i puristi del folk, e ai tamburi di Dave Mattacks, che qui ricordano quasi quelli dei Velvet Underground di All tomorrow parties, la romanticizzazione della figura di Napoleone giunge alle nuove generazioni, così emotive e lontane dalla calma contemplativa dell’eroe nella tempesta associata al Bonaparte ma soprattutto così idealmente distaccate dal patriottismo degli irishmen che ne erano stati attratti. È nell’album Full House, relegata inspiegabilmente a bonus track nella versione rimasterizzata del 2001.

Sono decenni che quel terribile dono che la natura ha conferito a uomini particolari, e che Simone Weil chiamava la forza, non affascina più le moltitudini. L’uomo che alza il braccio per dare inizio ad una battaglia non esercita alcuna attrattiva nel mondo occidentale. L’esito drammatico delle dittature ha convinto che il carisma sia un pericolo e che si debba accettare di vivere sotto il tranquillo e poco erotico regno della ragione e del commercio. Col risultato che l’odore acre di sangue e terra ha lasciato il posto non all’abolizione del potere ma ad una sua disseminazione mentre la pace camuffa il sopruso di banche, tecnocrazie e agenzie di vario tipo. Le canzoni dedicate ad eroi come Napoleone non eccitano più i popoli. Così come le seguenti strofe, da Boney was a warrior (una sea shanty in realtà nata come street ballad nel diciannovesimo secolo):

«Oh, Boney marched  to Moscow, way, hay, yah!
Across the Alps through ice an’ snow, Jean François!
Boney was a warrior, Way-ay-ya,
A warrior, a terrier,
John François!»

Nel 1956, Paul Clayton, folksinger tra i più rigorosi del movimento folk revival americano, omaggiato anche da Dylan, la propose nel suo Whailing and sailing songs, contenente canti marinareschi. Qualche anno fa la saga Pirates of the Caribbean ha riacceso interesse per i canti dei pirati e ne è nato anche un favoloso doppio album dedicato al genere, voluto da Johnny Depp e dallo stesso regista Gore Verbinski, coinvolgendo artisti di diversa estrazione – Patti Smith, Lou Reed, Sting e Tom Waits, tra gli altri – e con la straordinaria produzione del compianto Hal Willner (indimenticabile ed indimenticato autore di progetti dedicati a Kurt Weil come a Charles Mingus e Walt Disney).

In Rogue’s Gallery: Pirate Ballads, Sea Songs & Chanteys, questo il titolo dell’album, Boney was a warrior è affidata alle grinfie punk rock di Jack Shit che rinverdiscono il gusto quasi fanciullesco di pirati e ribelli per il guerriero e mastino Napoleone.

Le canzoni viaggiano attraverso i mari e giungono nei luoghi più impensabili. Boney è canto dei marinai sui vascelli britannici e americani e per vie misteriose arriva fino alle Rocky Mountains, in un gioco di trasmissioni in cui l’ingenuità dei reietti e degli umili si rivela più efficace e sovversiva della iconoclastia di militanti e accademici radical verso canone, statue e figure della storia complesse come quella dell’eroe transalpino.

E ci piace allora concludere la nostra storia con una ballata che ricorda la sconfitta di Napoleone a Waterloo, il 18 giugno 1815. Fu raccolta da Henry Burstow (1826-1916), pare addirittura da un reduce di quella sanguinosa battaglia. La finezza di questa Poor Boney (The 18th of June) è che pur essendo inglese, si approccia alla più grande vittoria militare britannica preoccupandosi soprattutto delle vittime, di entrambe le parti, senza neppure menzionare il vincitore. Donandoci tra i versi più tremendi mai scritti sulla realtà della guerra («All you widows and sweethearts out yonder/Go gaily and buy a black gown/Ten thousand to one I will lay you/That he fell on the eighteenth of June/Sixty thousand brave hearted strong mortals/Who died, made an awful pall tune/And many’s the sad heart will remember/In sorrow the eighteenth of June»).