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Edward Elgar e l’Enigma delle Variazioni

Alle cinque della sera, in questa stanza da bagno affollata di vapore, siamo soltanto io e Edward. Pioggia lenta sulla bascula, altro vapore caldo. E schiuma profumata, mughetto e glicine, dove sprofondo mi adagio nascondo. Lo sguardo appena fuori dall’acqua, a mirare scrosci e nubi basse. Edward, dicevo, è seduto sul bordo della vasca e mi tiene compagnia.

Alle cinque della sera, io e lui soli, giochiamo con bolle di sapone e suoni. Le Variazioni, le sue, Enigma “quite new, in inspiration and technique”, mi sussurra. Mi racconta, piano – ora che più fitto è il rumore ineguale della pioggia un po’ fatico a sentirlo ma non glielo dico, ci rimarrebbe male – e ammiccante, della Serenade for Strings, composta prima nel tempo ma “so slight and light, you know”. Vero, rispondo vezzosa, ma Edward, sai, io non sempre comprendo la tua Cockaigne, “the humour, the jollity, its deep echo of some noble melody”. Mi guarda, Edward, ride pazzo e sovrasta – che voce, quella voce! – l’Allegro for Strings che tento di ascoltare. Troppe gocce sul tetto e la tua risata amara e poi il racconto di quando la musica ti venne in testa. E subito dovette uscirne, on that summer rainy day – like today, Edward dearest? -, on the coast at Llangranog. <<On the sea, my Lady, thinking out my theme, there came up to me the sound of singing>>, you now softly whisper to me.

Alle cinque della sera, io e te, Edward, nella stanza annebbiata, ci guatiamo e pensiamo a come sarebbe stato bello e strano incontrarsi far far away on the wildest shores of Cardiganshire. Non so se ci saremmo amati. Ma molto, credo, avremmo passeggiato hand in hand, mescolando le nostre malinconie. Ti avrei fatto divertire con frizzi e lazzi, Edward, perché ho questo talento, sai? Nascondo bene il gliommero di cupo dolore e rido sguaiata e forte, per tenere a bada i notturni fantasmi. Ti avrei invitato a bere un tè – che originale, vedi amico mio? – e avremmo condiviso scones appena caldi e Devon cream. And strawberry jam forever. Like the fields. Like forever and ever. Odore di fragole rosse, scriveva il poeta.

Sì, mi sussurri alle cinque della sera, mentre coccoli il mio stanco umore, mentre medichi le mie ferite suonandomi, di nuovo, le Variations. Sono le mie preferite, non avertene a male. Troppo “cheerful and Londony, stout and steaky” per me, Edward, la tua Cockaigne. Troppo Elgar, troppo tu, in your Cockney sounds. Edward the dearest, Elgar the bravest.

Alle cinque della sera, sei venuto a farmi compagnia. Ero sola in quella stanza da bagno. Dopo, c’eri tu. C’erano le Variazioni. Più tardi, Vaughan Williams mi ha reclamata. Prepotente as usual, come negarmi? Ma alle cinque della sera, domani, mi troverai di nuovo lì. Strings and Allegro included. Edward.


Ho conosciuto il compositore britannico Edward Elgar, vissuto tra la seconda metà del diciannovesimo secolo e la prima del ventesimo, molti anni fa, proprio nella sua terra natale, dove abitavo per ragioni di studio e di ricerca.

Ero all’università del Kent e lo sguardo spaziava su colline e brughiere innevate, un paesaggio fermo e gelido interrotto dalle guglie contorte della cattedrale. Il luogo stesso in cui trascorrevo le morbide ore del crepuscolo pareva una chiesa: la sala di lettura di uno dei collegi del campus. Soffitti alti e vetrate immense, colorate e impazzite di luce.

Una sera di gennaio fui invitata a un concerto di accademici, che suonarono e cantarono brani di Elgar e di Vaughan Williams, due fra i maggiori compositori classici contemporanei.

Edward Elgar e la London Symphony Orchestra alla Queen’s Hall

Un protagonista della musica di fine Ottocento

Dovevo possedere entrambi, la loro musica fu un’epifania: una volta acquistati i CD, iniziai ad ascoltarli ipnotizzata, ma in breve Edward prevalse. E fu amore grande. O amicizia destinata a restare. Mi seguì ovunque, nel tempo e nei viaggi, e sempre mi seducevano i pezzi in cui avvertivo echi di Berlioz, di Wagner e, a tratti, di Liszt.

Eppure Elgar era stato il protagonista indiscusso della grande stagione musicale vittoriana ed edoardiana e presto compresi che non doveva nulla a nessuno se non alla propria potente originalità espressiva.

“Variazioni Enigma”

Ho immaginato con lui un incontro, verso sera, in un vaporoso luogo dove, come nei balnea dei monasteri medievali, si curavano melancholia e accidia, e infinite passeggiate nella vuota e selvaggia campagna inglese che avevamo con gioia frequentato. Senza mai incrociarci. O forse, sì.

Tra le sue composizioni ci sono opere entrate nel repertorio di musica classica anglosassone e internazionale: le Variazioni Enigma, due sinfonie, Cockaigne (un’ouverture per l’intera orchestra realizzata nel biennio 1900-1901. Dura quindici minuti e mette in scena un ritratto vivace e colorito della Londra inizio secolo; “Coccagna” era un termine usato per indicare l’ebbrezza alcolica ma più in generale, e in modo divertito, la capitale e i suoi abitanti) e i concerti per violino e violoncello.

Le origini proletarie e il successo

Edward si considerò a lungo, nei rigidi ed elitari circoli che frequentava, un estraneo, anche socialmente. Cattolico in un ambiente protestante, era particolarmente sensibile nei confronti delle proprie umili origini.

Da molti colleghi venne giudicato un autodidatta, privo del curriculum che la torre d’avorio della musica di alto profilo richiedeva. Le nozze con la figlia di un ufficiale dell’esercito gli permisero, un gradino dopo l’altro, di ascendere la scala del successo e di conquistarsi il meritato posto al sole.

La gloria giunse intorno ai quarant’anni, nel 1899, con le Variazioni Enigma. Da allora compose freneticamente una serie di capolavori ma nessuno conquistava il pubblico e la critica come le Variazioni, di cui egli stesso ebbe a dire: “Ho realizzato una serie di Variazioni su un tema originale. Mi hanno divertito perché le ho etichettate con i soprannomi di alcuni amici particolari, cioè ho scritto ciascuna variazione per rappresentare lo stato d’animo della persona… e ho scritto quello che immagino avrebbero voluto scrivere loro, se fossero stati abbastanza asini da comporre”.

L’uomo dei misteri

Ironico e caustico, con se stesso e con chi lo circondava, era capace di disseminare misteri, anche e soprattutto fra le note. La parola Enigma suscitò curiosità accanite: il lemma appare sopra le prime sei battute della partitura, il che spiega la versione familiare del titolo; eppure, oltre alle quattordici variazioni sul cosiddetto “tema originale”, esiste un altro tema che le sovrasta.

Il provocatore Edward decise volutamente di non spiegarlo: giocava con gli ascoltatori e i musicofili, che impazzivano nel cercare di individuare il quindicesimo tema senza peraltro mai riuscire a udirlo. Un vero e criptico enigma che il compositore non sciolse, limitandosi a suggerire un ascolto più attento: “scorre attraverso e sopra l’intero gruppo”.

Nel marzo del 1904, la consacrazione: al Covent Garden di Londra fu presentato un festival delle sue creazioni. Ben tre giorni consecutivi dedicati all’artista, onore mai ricevuto in precedenza da un compositore inglese.

Il plauso dei reali e l’oblio

I monarchi assistettero al primo concerto e, entusiasti, tornarono la sera dopo. Negli anni Venti, la musica di Elgar passò di moda, sic transit gloria mundi: il periodo coincise con una profonda depressione dell’uomo, devastato dalla perdita dell’amata moglie.

Smise di comporre, ma nel decennio successivo lo invitarono a Parigi come direttore d’orchestra e iniziò a lavorare a una partitura inedita. Quando si ammalò, fu costretto a lasciare incompiute diverse sinfonie pur consapevole, come in effetti accadde, che altri musicisti a lui cari e con la collaborazione della figlia Carice le avrebbero portate a termine.

Edward morì alla fine del mese di febbraio del 1934. Pochi mesi prima gli avevano diagnosticato un carcinoma del colon-retto, non operabile. Fu sepolto accanto alla sua sposa nel cimitero della chiesa cattolica romana di St Wulstan, a Little Malvern.

Nonostante l’educazione religiosa ricevuta, negli ultimi giorni di vita disse al proprio medico personale di avere perso la fede nel trascendente: “Credo che non ci sia altro che il completo oblio”.

Alle esequie, niente fiori né musica né segni manifesti di lutto. Si udiva soltanto il canto degli uccelli.

Impossibile, disperato e geniale Edward, l’oblio che immaginavi: del corpo e del passaggio sopra la terra certamente, la livella è democratica, azzera esperienze e risate e abbracci.

L’opera invece resta ed è come “un fru fru tra le fratte”. Un’eco di un grido che fu, è stato e sarà. I tuoi sistri d’argento promettono resurrezione. Di parole e di note. Tutto ciò che conta, amico mio. Tutto ciò che abbiamo.