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“Quaderno a righe”, la nuova raccolta di poesie di Jean Soldini

Una nuova raccolta poetica in cui lirica e pensiero incontrano la semplicità della quotidianità, dietro cui si nasconde il fascino del mistero. Quaderno a righe di Jean Soldini, edito da L’Arcolaio nel 2023, offre al lettore un ventaglio di poesie che raccontano e che interrogano, invitando allo stupore.

Tortuga Magazine ha intervistato il poeta e filosofo ticinese che ora vive a Marsiglia, per approfondire le tematiche e la poetica di questa nuova raccolta.

László Moholy-Nagy, 1929, “Impressionen vom alten Marseiller Hafen”

Nelle poesie di questa raccolta c’è una forte presenza di elementi quali acqua, vento e rocce. Le forze naturali sono mutevoli: l’uomo è in balia di esse o sono significative dei mutamenti dell’animo umano?

Protagonisti sono esseri minimi: una palizzata, un termosifone, una finestra, uno scontrino, un sacchetto di plastica, un frammento d’intonaco. Spesso c’è la natura: vento, roccia, alberi, erba, mare, acqua in ogni caso, gamberetto di roccia, ippocampo, pesce, cielo, freddo, caldo, pioggia, lattuga, tulipano, fiori di cicoria, cane, luce, ombra, radici, erbaccia, muschio, risacca. Mi scuso per il lungo elenco. Permette di farsi un’idea più precisa del tipo di realtà che attraversa la raccolta. Da tempo la natura è in balia dell’uomo. Non è però questo ciò su cui insisto e neppure m’interessano gli elementi naturali per esprimere sentimenti mutevoli. Tento di rendere conto di ciò che mi affascina senza perché, di ritrovarlo con il lavoro della parola, in una confidenza che generi anche un turbamento, che lasci spazio al brivido della vita che viene prima della struttura della mente. È un’affermazione dello storico dell’arte Francesco Arcangeli ricordata da Ezio Raimondi e che faccio mia. La mente deve aiutare il passaggio della vita delle cose che, nella maggioranza dei casi, appare riservata. È ciò che sempre mi ha affascinato nella pittura di Giorgio Morandi, nel rapporto tra gli oggetti. Sono un po’ come persone che se ne stanno insieme in piedi, in poco spazio, cercando la giusta distanza l’una rispetto all’altra. È una distanza esigua. In alcuni casi è un toccarsi appena; a volte una bottiglia s’appoggia lievemente a una brocca, finisce per riposare sulla sua spalla. Qui l’ordine, il silenzio sono importanti non per sé stessi, ma perché lasciano passare la vita intima dell’inanimato. Non so se c’è un rapporto indiretto con Morandi in queste poesie. Forse nel senso di quanto il poeta e romanziere Angelo Maugeri ha colto nella prefazione alla raccolta. Maugeri rileva oggetti che fanno “gesti”, che “raccontano” e una levità sintattica associata a nitore lessicale. Se sono eventualmente riuscito a ottenere levità e nitore, è al servizio della vivace autonomia degli oggetti e del loro comporsi, sottraendo un po’ della mia presenza. È qualcosa a cui cerco ugualmente di prestare attenzione nella vita quotidiana. Bisogna esercitarsi a dimenticare sé stessi a favore dell’invadente, rigogliosa prossimità dell’esistente. Bisogna coltivare momenti d’abbandono a questa sovrabbondanza; a tratti bisogna farsi “nessuno”. Forse c’è un po’ di questo nel mio “esilio” a Marsiglia tra Europa e Africa, una città difficile, dura e commovente, in cui la povertà è sempre sotto i tuoi occhi come un pugno nello stomaco.

“È vita intenta a vivere, movimento tra due immobilità” si legge nella poesia Soglia.

Inizierei dal titolo: Soglia. È pure la soglia implicita nella poesia che dà il titolo alla raccolta: Quaderno a righe. Mi spiego. A un certo punto, scrivendo, sono tornato al tempo della scuola elementare, a un senso di costrizione, ma anche di scoperta continua di parole, realtà, sogni a occhi aperti, desideri. Si usavano allora quaderni a righe. Si usava il calamaio e il pennino infilato sull’asticciola di legno. Le righe mi guidavano nei limiti della pagina e verso luoghi inattesi. Mi piaceva andar fuori dal quaderno che era, quindi, una soglia: “Quaderno a righe, / ognuna un’ingiunzione. / Eppure non s’arrestavano / ai limiti del foglio. / Andavano a far mappe in capo al mondo, / grammatiche aleatorie. Là fuori”. Mi piaceva scrivere o disegnare sul banco qualcosa che ovviamente non restava. Doveva subito essere cancellato grazie all’intervento della manica del grembiule nero. Era pratico. Non si vedevano le macchie nere sul nero. Tornando a Soglia, la poesia della sua domanda, si tratta di uno sguardo che si muove tra una corte e la via di un villaggio. Sono quasi indicazioni per inquadrature cinematografiche. La frontiera tra corte e villaggio tace. Il tacere di una frontiera che così si annulla e il silenzio che caratterizza i due spazi sono un modo per far risuonare la “vita intenta a vivere”, la “vita immersa nella vita”, il suo movimento, l’andirivieni che non s’accorge di te. Non il nostro andare e venire ritagliando immobilità. Ogni nostro guardare, ogni nostro dire ferma ciò che è movimento continuo, che è comporsi e ricomporsi diverso e uguale delle cose, tessersi incessante di una vita che non è mai in generale. Prestare l’orecchio a questa vita che non è indipendente da noi, ma che alla base non si cura di noi e sfugge alla nostra presa è per me fonte di fiducia, di speranza. In Malerba lo esprimo tramite l’immagine delle erbacce che fanno l’amore con il cielo di pioggia e sole come se non ci fossimo. La felicità è, per esempio in un altro testo (Irrilevante), sporgersi irrilevanti dall’erba lasciandoci dietro eccitazioni, delusioni, indifferenza, volontà astratta, quella su cui non di rado ci incaponiamo.

Spesso è la quotidianità a offrire gli spunti di riflessione dei componimenti: che cosa rivela la semplicità dell’essere all’indagine sull’esistenza?

Parlando di oggetti e situazioni semplici, quotidiane, ci tengo a precisare che non cerco rifugio in un mondo di piccole cose rassicuranti. M’interessa un lavoro sulla parola per prendere atto di cose minime, che hanno un che di scintillante. Non di appagante, di acquietante. La poesia Finestroni sulla marina, può aiutare a capire il perché di questa parola, “scintillante”. Verso la fine troviamo: “Scorrono / poco sotto la trabeazione / poco sopra il nulla, / una bicicletta arrugginita / una donna africana / il suono di un barattolo colpito dal piede. / Stamani, niente di più scintillante al mondo”. Possiamo immaginarci un marciapiedi, uno sterrato, dell’erba. Siamo all’estremità di un paesaggio urbano, vicino al mare. Non è possibile fissare un’immagine, anche perché la bicicletta abbandonata, la donna africana e il barattolo, anzi, il suono di quest’ultimo colpito apposta o inavvertitamente dal piede, scorrono, corrono. L’ultimo verso, affermativo, fissa invece qualcosa: “Stamani, niente di più scintillante al mondo”. La giornata è appena iniziata e quel poco, bicicletta abbandonata ecc., fra trabeazione in alto e nulla sotto i suoi piedi, risplende come certe realtà di spicco nel mondo greco. Per esempio nell’Iliade, nel libro XVI, la corazza di Achille che Patroclo pone intorno al petto è variopinta e scintillante come una stella. La luce della semplicità dell’essere è simile al blu attraversato da una macchia di dolore, da un fruscio tragico in alcuni quadri di Mirò. Un fruscio, non di più. Ci sono versi in cui s’insinua la guerra (Vicino ai terrapieni) o il richiamo ai migranti (Passaggio, Quasi vita per una natura morta), ma è per me essenziale che le vicende più rilevanti del presente non finiscano per prendere il sopravvento in quanto temi, benché nobili, gravi. L’inarrestabile propagazione dionisiaca dell’essere giocoso e violento a cui contribuiamo felicemente o tristemente con strumenti, sensori diversi non deve finire per essere dominata da un tema.

La poesia Farla franca indaga la potenzialità della parola, di cui forse a volte l’uomo è inconsapevole.

Sulla parola e i suoi pericoli, i suoi trabocchetti ci sono alcune poesie. Farla franca, ma pure Arriva in fretta o Plateau. Bisogna guardarsi dalla facilità con cui la parola agisce. Accomodante, ogni tanto anche falsa, alla ricerca di un beneficio immediato. Oppure rabbiosa quand’è in preda alla frustrazione. Parola che comunque pensa troppo spesso di farla franca giustificandosi, sottraendosi alla propria responsabilità.

Come si sviluppa il rapporto tra significante e significato nella sua poetica?

Dicevo prima dell’inarrestabile propagazione dell’essere a cui contribuiamo con strumenti diversi. Tra questi ci sono le parole che sono cose in mezzo a una moltitudine di altre cose, di riverberi, di compagnie remote e inattese, di antichi e nuovi intrecci di voce e mutezza, senza dimenticare ciò che Italo Calvino scrive nelle Lezioni americane. Dice che la poesia è la grande nemica del caso. Eppure è figlia del caso e bisogna sapere che il caso alla fine avrà la meglio. Le parole sono suono, grafia, scia della storia del loro utilizzo. Sono corpi che si sfregano ad altri corpi, alle cose che vediamo, tocchiamo. In questo strusciarsi reciproco s’incrina un po’ la pigrizia del rapporto tra significante e significato. Così le parole non costruiscono comode case, ma ripari provvisori, capanne con un tetto di foglie simili a quelle per la festa di Sukkoth che ricorda la permanenza degli Ebrei nel deserto, dopo la liberazione dalla schiavitù in Egitto.

In alcuni componimenti, come Una notte inspiegabilmente lunga, la ricerca lirica è volta maggiormente alla ricerca della bellezza, sia delle parole che delle immagini evocate.

Qui abbiamo una descrizione che finisce in fiaba. Si parte da qualcosa che non c’è più: l’intonaco mancante che ha, anzi che aveva bisogno di una donna per raccontare una storia, per raccontarla con me. Siamo in un passato indefinito. La figura di cui parla la poesia è in là con gli anni, immaginata sempre in piedi, zitta. Una di quelle donne che può accadere di vedere dalle proprie finestre. Che cosa faceva quando non stendeva il bucato con mano sicura e rientrava in casa? Penetrava forse in un’ombra che è la continuazione, l’intensificazione del tempo passato della narrazione. Non avendo più nulla da fare, le dita che poco prima lisciavano le lenzuola sono “tentate / dall’azzurro, un mantello”. Il mantello è quello di un principe. Faccio apposta ricorso a un’immagine banale. Il mantello azzurro, un amore intravisto, sognato, chissà… “in una notte inspiegabilmente lunga” che si protrae fin nel presente, una compagnia che si ripresenta nell’assuefazione alla solitudine… e la turba, la rende lancinante nella sua impassibilità. Questa poesia non si scosta dalla ricerca di leggerezza e attrito che vorrebbe attraversare l’intero libro insieme allo stare nelle righe della realtà, pur proseguendo su quelle righe come su linee di fuga.

Come si inserisce la componente estetica nella sua nuova raccolta di poesie?

Riferirsi alla dimensione estetica vuol dire parlare di aisthesis, termine greco che significa sensazione. La dimensione sensibile è sempre centrale per me. Facevo riferimento allo sfregarsi delle parole e delle altre cose, ognuna con il loro corpo. È quanto potrei indicare con il primo testo della raccolta, Roccia: “In anticipo, sempre, / polvere tenace tra le ortiche. / Dorme nel campo controvento, / non smette di stare / e scordarsi controtempo”. La roccia è polvere tenace. Polvere addensata, in anticipo perché è già lì da tanto tempo, dura, resistente, modellata dal vento. È a portata di mano, nell’ovvietà “a prima vista”, ed è difficile da avvicinare tra le ortiche, le urticanti. Il suo scordarsi si affaccia legato a una fugace consapevolezza di sé. Non in un tempo lineare. È uno scordarsi controtempo, che va indietro, come a garantire quella compattezza, quello stare. La pietra ha un suo proiettarsi diverso dal proiettarsi consapevole che ci è familiare in quanto uomini. È diffusiva, si propaga come tutto ciò che esiste. Per questo si fa sentire. Per questo i corpi delle parole possono cercare di sentire, d’incrociare il suo corpo. Pochi giorni fa, a Parigi, ho visto la mostra dedicata a Brancusi. Le opere hanno una levigatezza che sembra ricercare un’astratta perfezione. Eppure, a ben guardare, quella levigatezza estrema e spesso il bianco vanno piuttosto nel senso di far uscire le forme dai loro limiti, di aprirle allo spazio circostante, di negare l’assolutezza con cui si propongono. È come se Brancusi avesse lavorato sul carattere diffusivo del reale, avesse voluto usare figure chiuse per mostrare ciò che chiuso non è. Tornando alla pietra, si diffonde, si propaga come tutto ciò che esiste. A tal punto che, in certi istanti, noi e la pietra possiamo perdere i nostri rispettivi confini e unirci senza fonderci gli uni nell’altra. Va però sempre calibrata la distanza dell’occhio che guarda, così come vanno ponderati i passaggi tra freddezza e coinvolgimento perché la parola non s’innamori troppo di sé stessa, perché l’armonia non sia epidermica, perché dimensione fisica e metafisica stiano insieme. Con il termine “metafisica” non intendo qualcosa al di là del sensibile, ma un’altra dimensione di quest’ultimo. Badare a tutto questo è importante per non rinchiuderci nella negatività, per non perdere la forza di lottare, per non fuggire quando la brutalità si fa inaudita. E in un mondo che non si è mai fatto mancare nulla in termini di delirio di sopraffazione, il presente è purtroppo uno di quei tempi d’inverosimile brutalità.