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Bartabas si racconta attraverso i cavalli dei suoi spettacoli

Un bambino turbolento ma silenzioso che amava guardare i film muti. Un ragazzo tanto svogliato a scuola quanto innamorato dei cavalli, il cui unico ricordo vivido dell’esame di diploma “conseguito per miracolo” è quello di lui che si alza a, a proposito di tre righe estrapolate da qualche testo di Victor Hugo, dice al professore: “Hugo non capiva nulla di cavalli perché un cavallo non può fare uno scarto all’indietro”.

Così si racconta Bartabas – nome d’arte per Clément Marty, 66 anni – nelle interviste. Ma i dettagli biografici che lo riguardano sono scarni e, considerata la personalità di chi li svela, incerti. Veri, fantastici, molto più probabilmente le due cose insieme.

Il libro pubblicato in Italia

All’inventore del Cabaret equestre, spettacolo nato nel 1984, è stato dedicato più di un documentario e una biografia, Bartabas, il cavaliere del vento scritta da Jérome Garcin.

Ma lui non si era mai raccontato in prima persona. E non lo fa neppure nel suo debutto in libreria – Bartabas. Da un cavallo all’altro (Traduzione di Daniele Tinti) pubblicato in Italia di recente – dove protagonisti del racconto sono, invece, i cavalli che si sono succeduti nei suoi spettacoli (di cui sono le star, ma che vengono spesso affiancati da oche, pecore e altri animali) e che non ci sono più per il semplice motivo che per loro la vita media è di una trentina di anni.

L’ultimo giro di pista

Nella scuderia li sento tutti intorno”, scrive nel prologo. E poi: “Lui è sdraiato sui trucioli, spento. La sua testa sulle mie ginocchia, le mie dita immobili sul suo muso (…) Se ne sono andati tutti così, come quando ci si addormenta: senza paura”.

Musica, luce: inizia così “l’ultimo giro di pista”, “un carosello di morti viventi”.

 

L’incontro con Hidalgo, il primo cavallo

Il primo capitolo non potrebbe non essere dedicato al primo cavallo della sua vita, Hidalgo, “un bambino da seicento chili”, acquistato da Alfred Lefevre, allora il più grande commerciante di equini della Francia, con il quale condivise per anni la sua vita da girovago.

Ma anche se la promessa di Bartabas è di nominarli tutti, ci sono stati compagni che nella sua vita e in pista hanno avuto un ruolo particolare, la cui storia non si può riassumere in poche pagine: Zingaro, Quixote, Horizonte, Le Caravage tra gli altri. Infatti, a loro, nel libro, sono dedicati più capitoli.

Zingaro, il più attore di tutti

Con Zingaro, che avrebbe dato il nome al teatro di Bartabas e che sarebbe diventato una star da tremila rappresentazioni in giro per il mondo, sarebbe stato non solo un incontro del destino, ma la sottoscrizione di un patto per la vita. Scrive: “Io avrei contaminato la sua animalità, e lui mi avrebbe permesso di esistere tra gli uomini. Tra quelli della mia specie avremmo fatto parlare di noi”.

Così è andata. Insieme, per 15 anni, si sono esibiti da comprimari in un numero di cabaret che ha fatto storia. Non uno spettacolo equestre, da circo, ma un vero pezzo di teatro.

Perché Zingaro “era diventato un vero attore” che ogni sera recitava a perfezione la sua parte. Con l’umano, da un lato, che fingeva di provocarlo, lui, dall’altro, che fingeva di rincorrerlo, avanzando al galoppo e mostrando i denti.

Non solo due teatranti, ma “due amanti che si intendono con lo sguardo, gli occhi negli occhi ad altezza d’uomo”. Per quello, racconta, non lo cavalcò mai. Fino alla fine, quando Zingaro si ammalò durante una tournée in America. Ricoverato in una clinica veterinaria in New Jersey venne sottoposto inutilmente a diversi interventi. Ora “le sue ceneri aspettano pazientemente di unirsi alle mie”.

Dagli stalloni acquistati a caro prezzo ai cavalli da carne salvati dal macello come Chaparro che, durante gli spettacoli, “aveva l’entusiasmo contagioso di chi ha conosciuto la morte ed è grato alla vita”, Bartabas descrive l’inizio di ogni storia come un riconoscimento e un’apertura reciproca all’ascolto.

Il miracolo del galoppo all’indietro

Nel caso di Quixote – altra star del Teatro Zingaro – Bartabas racconta che il suo leggendario galoppo all’indietro nacque proprio dal comprendere l’attitudine e le preferenze innate del cavallo: “L’ho ascoltato e sento che preferisce il lavoro al galoppo”, scrive.

Addestrare un cavallo è innanzitutto una storia d’amore”, sostiene. Che è anche una riposta indiretta a chi non può fare a meno di storcere il naso di fronte all’utilizzo degli animali per il divertimento umano.

 

E nel Fort d’Aubervilliers, dove si tengono gli spettacoli quando la compagnia non è in tour, tutto è allestito per comunicare l’idea che attori, acrobati, pubblico e cavalli siano protagonisti pari livello della rappresentazione. Con i box allineati su due file intorno a uno spazio ornato di lampadari con una grande finestra sull’esterno.

Le pareti che li separano sono munite di sbarre. I cavalli possono vedersi, comunicare e osservare il comportamento degli umani. (…) I box fungono anche da camerini, dove la sera i cavalli, bardati per la rappresentazione, si concentrano”, racconta.