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Cettina Caliò: l’indagine dell’assenza

È il rabbino medievale e studioso della Torah, Rashi, a dare una spiegazione sulla forma della bet (ב‎), seconda lettera dell’alfabeto ebraico. Un carattere chiuso dai tre lati e aperto solo alla sinistra, come se fosse una casa con la porta spalancata sul mondo. Un segno che non vuole essere solo fonema o suono, ma un monito: all’uomo non è concesso interrogarsi su tutto, ma solo su quello che è accaduto dopo la creazione; non su quanto accadde prima, e nemmeno su quello che avviene nell’alto dei cieli o, in basso, nel regno dei morti. All’uomo, la lettera bet sembra suggerire che nella «casa del mondo» possa occuparsi solo dell’avvenire: pericoloso e non opportuno è mischiare tempi e spazi, perché l’equilibrio dell’universo si basa sulla separazione degli elementi. Una simmetria che non ha paura di scardinare Cettina Caliò con la sua raccolta di poesie Di tu in noi (La nave di Teseo, pagg. 96, euro 17), una silloge che non smette di ruotare per tutto il suo corso intorno al «tu» a cui il titolo fa riferimento: la dissolvenza, l’assenza e il nuovo «stare precario» del marito scomparso, lo scrittore Sergio Claudio Perroni.

Tre sezioni come tre movimenti di sonata, tre capitoli che corrispondono a tre tempi diversi, in cui il passato gioca con incoscienza ad anticipare il futuro, il presente a recuperare il remoto e il prossimo incerto a disegnare un futuro. Corrisponde ad un inesorabile preludio l’apertura della raccolta con La forma detenuta – libro già pubblicato nel 2018 per Le Farfalle –  una parentesi di calma apparente che scatta istantanee di un’assenza che incombe («Quel mio ritornare a te / da tutte le strade / per sottrarci da tanta morte» oppure «nell’assenza che mi porta / dove tu / arreso hai sorriso / vado»), una stasi quasi immobile, lenta, che nell’ attesa «piega la schiena». Sono parole scarne a scandire il passo verso il finale, tra un’«anima in contumacia» e un «istante deserto», una marcia che non a caso chiude la sua corsa con i versi «e muta / forma».

Il secondo movimento, Di tu in noi, è dominato da crolli e squarci, da dolore «a ogni fiato», «parole incompiute» e «domande amare»: è il tempo della perdita, che non ha la fragilità semplicemente delle lacrime e del lutto, piuttosto vuole essere un’indagine continua del vuoto che circonda l’esistenza. Cettina Caliò guarda e tocca, ascolta il silenzio e l’eco, canta e parla, si affida completamente al dato empirico e ai sensi primari per scoprire le coordinate delle macerie di un mondo passato. Si racconta e racconta a chi è assente, recupera ed evoca una quotidianità perduta nelle ombre sui muri. È l’autrice stessa a lasciare che il suo corpo faccia da tramite per entrambi nel tempo presente: «Adesso siamo polvere/ come volevi tu /vediamo il diritto e il rovescio/ adesso». Come ne Il Dibbuk descritto dalla tradizione ebraica e dall’opera teatrale di Shloyme Zaynvil Rapaport, le anime coabitano in cerca dell’irrisolto e dell’incompiuto, una possessione in cui non c’è spazio per il maligno o per la vendetta, ma solo un atto di amore per la sopravvivenza dell’altro («qui era / dove mi spiegavi / le stelle / adesso le guardo / con la tua voce»). È in questa convivenza che il «tu» può continuare a esistere nel «noi».

«Sarà sempre questo crudo frammento / di cielo / il nostro indirizzo», è con un sguardo sull’avvenire che Cettina Caliò sceglie di aprire l’atto finale, il terzo movimento, Note di testa. Un tempo che non ha la pretesa di definirsi, ma oscilla tra l’«equivoco» e la «contrazione», sempre «sul margine sradicato delle cose» e «la linea disorientata della stanchezza», in bilico tra il passato che continua a parlare e una nuova figura, intera e unica va a profilarsi: «Sulla soglia dell’ora / che non torna e trasparente / mi vive intera».

È un libro che vuole avere coraggio, perché si predispone come un viaggio attraverso il dolore che nel corso delle pagine prende nuove forme. Una raccolta di poesie che non teme di lasciare aperte le soglie della «casa del mondo» terreno per indagare la perdita, ma accoglie i ricordi e le visioni di altre dimensioni, tempi passati e futuri. Uno sguardo intimo che diventa di tutti, uno spazio per dare voce agli infiniti «tu» presenti in ogni esistenza.