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Edoardo, il figlio “alieno” di Gianni Agnelli

Non sapremo mai se, invecchiando, avrebbe perso la delicatezza gentile, l’aura di bellezza effimera, elegante, che traspare da alcune foto: il naso padrone della faccia, le labbra un po’ in su, zigomi alti, così come lo vedi qui, in copertina: Edoardo l’intruso tra gli Agnelli (Compagnia editoriale Aliberti, 170 pp., euro 16, 90) è il titolo della nuova edizione di un libro, bello, di Marco Bernardini, giornalista, scrittore, autore televisivo.

È un’elegia, un omaggio. Per il figlio dell’Avvocato Agnelli, l’erede per natura, il principe che aveva ricevuto in dote, sul finire del XX secolo, un passato e mai seppe costruirsi un futuro, che coltivava mondi distanti anni luce dall’ordine e dal sistema disposto dal padre e dalla famiglia – sognava territori di bellezza inattingibile, spirituale, la realtà presente no, non gli era amica, sembrava non trovargli posto.

Che errore madornale sarebbe stato, in questa vicenda, rivendicare qualcosa. E stabilire torti e ragioni, identificare snodi, giustizie. Meglio il pudore, meglio la scelta che compie l’autore di queste pagine cui, in un giorno triste, Edoardo disse: “Se mai ti dovesse capitare racconta qualcosa di me”.

Qualcosa, appunto.

Frammenti, episodi, intuizioni, errori, entusiasmi, disperazioni, un volume che è un tessuto misto. Dodici capitoli che partono dalla fine degli anni di gioventù, il periodo americano, i tempi in cui Edoardo era ancora Crazy Eddy, per poi prendere dentro i tentativi, spesso confusi, comunque sempre frustrati, di trovare un posto nell’organigramma e, prima ancora, nella genealogia di una delle dinastie più raccontate e amate al tempo non ancora liquido dell’età capitalista.

Si legge qui della vicenda parallela di Giovannino Agnelli; della passione per un oltre metafisico sempre da inseguire per Edoardo; si dice del suo tifo per la Juventus, del rapporto alterno con la sorella Margherita.

E ancora: ci sono i conti da fare, sempre, col male di vivere, l’ingenuità, l’utopia, il desiderio di pensare da parte sua – in anni cruciali, alla fine del ‘900, che poi avremmo capito dirimenti, definitivi per il brutto presente del mondo – una via alternativa per le cose di famiglia, per l’industria.

Sarebbe pure ingiusto distogliersi. Su tutto, prima di tutto, questo libro è la storia del rapporto faticoso tra Edoardo e suo padre, amatissimo, l’avvocato Agnelli.

Raccontarlo e non cadere in retorica, nella melassa, è un’impresa difficile. Bernardini passa per dettagli, per una sintesi breve, per il racconto di un’educazione, per il dietro le quinte -sempre minimo – di vicende private poi, qualche volta, divenute pubbliche.

Per la descrizione di ambienti e giardini, soprattutto case, ville, ritratte nel dettaglio. Le case dicono sempre molto, si sa. Dimore abbarbicate sulle colline di Torino, dove, a quel tempo, un’aria grigia, plumbea, freddissima, attraversava stanze eleganti, sono il parco d’azione di esistenze complicate, qui.

La conclusione è comunque la rottura di un incanto. Infine, è stato per tutti ovvio che la morte di Edoardo, per sua stessa mano, così tragica, così dolorosa, fu anche l’inizio della fine dell’Avvocato.

Campione di leggerezza, stile inarrivabile e per sempre, ma poi andato via senza humor possibile, chino in fondo a un canalone sul corpo di un ragazzo fragile.

L’autore di queste pagine riporta: rivolto al fratello che lo accompagnava in quel momento egli disse: “Povero figlio mio. Non avrei mai immaginato potesse avere tanto coraggio“.