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Fantasmi: il passato è sepolto nel presente

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Fantasmi: il passato è sepolto nel presente

Ma è proprio vero, che il tempo fugge via irreparabilmente? Che tutto inghiotte nel suo abisso, per usare una immagine cara a Seneca? Andrea Biscàro, con Spettri dal passato? Da Maratona al Petit Trianon e oltre (Graphe.it., 8 euro, 81 pagine), ci offre una interessante, ma anche inquietante, ricognizione su una serie di testimonianze a proposito di fenomeni che sembrano indicare esattamente il contrario: ossia che avvenimenti e fenomeni, ma anche ricordi di fatti ormai svaniti, possano permanere in una dimensione extratemporale crepuscolare, e, a volte, manifestarsi.

Il tour nella dimensione extratemporale delineato dall’autore del volume inizia in un luogo iconico per l’identità culturale dell’Occidente, Maratona, teatro della battaglia combattuta dagli Ateniesi contro i Persiani nel 490 a. C. Nella sua Periegesi della Grecia, che potremmo definire una guida turistica ante litteram, Pausania, vissuto in età imperiale, nel II sec., d. C., racconta che esiste

«un monumento per tutti gli Ateniesi morti in battaglie navali e terrestri, fatta eccezione per quanti combatterono a Maratona: costoro, infatti, sono sepolti sul luogo, in riconoscimento del loro valore (…)  A Maratona è dato di sentire ogni notte nitrire cavalli e uomini combattere; da un lato, non porta bene ad alcuno giungere a vedere chiaramente, se lo ricerca intenzionalmente, dall’altro, se quest’esperienza capita ad uno ignaro, o in altro modo, non incorre nell’ira degli spiriti»

(Guida della Grecia, Mondadori, Milano 1982, Libro I, L’Attica, pp. 157, 175). Secoli dopo, Ugo Foscolo raccoglie la leggenda e la riporta nei Sepolcri, in uno dei passi più celebri del carme (v. 199 sgg.,): «Ah sì,!da quella religiosa pace un Nume parla: / e nutria contro a’ Persi in Maratona /ove Atene sacrò tombe ai suoi prodi, / la virtù greca e l’ira. Il navigante / che veleggiò quel mar sotto l’Eubea, / vedea per l’ampia oscurità scintille / balenar d’elmi e di cozzanti brandi, / fumar le pire igeno vapor corrusche / d’armi ferree vedea larve guerriere / cercar la pugna; e all’orror de’ notturni/ silenzi si spandea lungo ne’ campi / di falangi un tumulto e un suon di tube, / e un incalzar di cavalli accorrenti /scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,/ e pianto, ed inni, e delle Parche il canto» .

A Maratona, dice Andrea Biscàro, il passato continua a bussare alle porte del nostro presente: infatti, secondo una notizia riportata da M. e A. Fenoglio (Fantasmi, spettri e case maledette, RL, Rimini 2008, p. 90), alcuni anni fa alcuni abitanti della piana di Maratona videro ripetersi la battaglia, con tanto di ombre che si inseguivano, cavalli al galoppo, fragore di corazze, urla belluine e cozzare di daghe.

Fatti simili, però, vennero registrati anche altrove: nel 1974, in Scozia, lo scrittore A. C. McKerracher, una sera, uscito per prendere una boccata d’aria, sentì,nel silenzio che avvolgeva la città di Dunblane, nel Pertshire, un imponente trapestio, come prodotto da migliaia di persone in marcia. Lo scrittore scoprì solo in seguito che, nel 117 d. C., la IX Legione Spagnola, un gruppo di truppe scelte, era astata inviata dalla Spagna per schiacciare una rivolta. La legione era nota come “la sventurata Nona”, perché nel 60 d. C. alcuni dei suoi soldati avevano frustato la regina degli Iceni Boudicca (nota anche come Boadicea), che era a capo della ribellione contro i Romani. Boudicca aveva maledetto in eterno quegli uomini che avevano levato le mani su di lei e sulle sue figlie, violentate dai militari romani, e la maledizione era rimasta a bollare quella legione anche nei decenni successivi. Nel 117 d. C., infatti, la marcia della IX Spagnola sulla Scozia si interruppe misteriosamente: essa svanì senza lasciare traccia alcuna, dopo essere passata attraverso quella che, secoli dopo, sarebbe diventata la città di Dunblane. Quando poi, nel 1984, dieci anni dopo l’insolita esperienza vissuta, McKerracher tenne una conferenza di storia locale in un circolo femminile, un suo membro, Cecilia Moore, che aveva abitato nella stessa via dello scrittore, attestò di avere vissuto la medesima esperienza sonora. La quale non era, del resto, isolata: nel suo volume, Strange Happening (Grosset & Dunlap, 1978), Paul Bannister riportò l’esperienza di un operaio, tale Harry Martindale, che, mentre lavorava per riparare dei tubi nella cantina di un edificio medievale di York, si trovò davanti un soldato in tunica, il quale, con in mano una specie di tromba, uscì dal muro di fronte all’uomo,  seguito da una quindicina di uomini abbigliati allo stesso modo e armati, e tutti affondavano sino alla coscia nel pavimento: si sarebbe trattato di uomini della Legio VI Victrix, ed essi sprofondavano sino alla coscia nel pavimento perché stavano ancora camminando, per l’eternità, sull’antica strada romana ormai sepolta.

Fenomeni di questo tipo sono stati attestati, secondo il nutrito catalogo di testimonianze raccolte da Biscàro, in Scozia, in Italia (alla Chiusa di San Michele in Val di Susa; a Noceto, nel Parmens); a Frangokastello (Creta); in Polonia; sul campo di battaglia di Gettysburg (pp. 25-28) e anche su quello di El Alamein. E per chi credesse che si tratti soltanto di fole per donnette superstiziose, Biscàro riferisce che uno dei padri della psicanalisi, Carl Gustav Jung, nel suo libro di memorie scrive che, una notte del 1924, mentre dormiva nella torre di Bollingen, in Svizzera, udì distintamente rumore di folle, passi cadenzati, rumori e trapestii. Lungo quella via passavano secoli prima, i soldati mercenari che dalla Germania e dalla Svizzera andavano in Italia per arruolarsi: dunque, è possibile che il ricordo di quegli eventi e di quei passaggi sia rimasto “intrappolato” nel luogo ove si verificarono? Biscàro riporta molti casi simili; ma, soprattutto, il caso più inquietante, come dice il sottotitolo del volume, è quello del Petit Trianon, che coinvolse due rispettabili signorine inglesi, Charlotte Anne Elizabeth Moberly  (1846-1937), nata da una famiglia di docenti e insegnanti e anch’essa preside di una scuola, la St. Hugh’s Hall, sino al 1915, ed Eleanor Frances Jourdain (1863-1924), figlia di un vicario, educata prima in una rispettabilissima scuola privata di Manchester e poi presso il Lady Margaret Hall di Oxford, titolare di un dottorato ricevuto nel 1904 dall’Università di Parigi e anch’essa impiegata presso la St. Hugh’s Hall, oltre che leader del movimento delle suffragette: due donne, insomma, molto energiche, professionali, la quintessenza della rispettabilità vittoriana. Pure, Anne Elizabeth Moberly e Eleanor Frances Jourdain, nell’agosto del 1901, furono protagoniste, a Versailles, di una avventura inquietante, su cui pubblicarono un memoriale, An Adventure, firmato Elizabeth Morison (Moberly) e Frances Lamont (Jourdain), edito a Londra nel 1911 per MacMillan and Co. La loro avventura si snoda tra il Grand e il Petit Trianon. Quest’ultimo fu concepito come dépendance per l’uso privato di Luigi  XV e della Marchesa di Pompadour, e si trova al centro di un Jardin des Plantes costruito a partire dal 1750. Alcuni decenni dopo, Maria Antonietta, in fuga dal cerimoniale troppo soffocante della corte, ne fece il suo luogo di soggiorno privilegiato, trasformando una gran parte del giardino in un parco all’inglese, e dotandolo anche di un piccolo villaggio rurale, dove la sovrana si compiaceva di condurre una vita semplice e a contatto con la natura.

Il 10 agosto 1901, dopo una settimana di caldo e di sole, il cielo era coperto e si era levato un leggero venticello. Le due inglesi, in perfetta forma e di buon umore, decidono di fare una escursione nei giardini della reggia di Versailles, che non conoscevano affatto. E qui accadde l’inesplicabile. Biscàro riporta, graficamente affiancate su due colonne, le sequenze dei ricordi delle due turiste, che esse scrissero separatamente: e, in questa seconda parte, Fantasmi dal passato diventa una sorta di Baedeker, precisissimo, per chi volesse provare a ripercorrere i passi delle due inglesi e ripeterne l’esperienza. Costeggiando il lato sinistro della Reggia, il turista arriva nell’ampio Parterre d’Eau, da cui si domina, grazie alla posizione elevata, una vastità pressoché sterminata di giardini e boschetti. Al centro di questo panorama, come una perfetta scriminatura nella distesa del verde, si snoda il viale centrale, il cosiddetto Tapis Vert, che conduce al Bassin d’Apollon. Le due inglesi a questo punto hanno tenuto la destra, incontrando il viale Allée d’Apollon (in asse col Bassin), e poi l’Allée de la Petite Venise (oggi Allée Saint Antoine), parallela alla precedente; poi, hanno superato l’Allée de la Reine, disposta diagonalmente, che conduce allo Château du Grand Trianon; dalla lettura di An Adventure, pare possibile dediurre che esse abbiano impegnato il viale successivo l’Allée de Noisy, oggi chiamata Allée de Bally; percorrendola, giunsero al Grand Canal (Bras de Trianon), che lambisce il Grand Trianon, dopo di che, costeggiando il perimetro dello Château du Grand Trianon, arrivarono al tratto iniziale dell’Allée des Deux Trianons. E qui avvenne l’inesplicabile: se avessero continuato lungo quel viale, sarebbero giunte alla Corte d’Onore del Petit Trianon; ma per una di quelle strane logiche che guidano alcuni turisti posseduti dal sacro fuoco della scoperta, le due inglesi, con il Grand Trianon appena alle spalle, imboccarono un vialetto, oggi interdetto al pubblico: infatti, consultando la mappa ufficiale, salta all’occhio come fra il Grand e il Petit Trianon vi sia un’area non praticabile, indicata in bianco.

Erano all’incirca le quattro del pomeriggio. La Moberly, nel suo memoriale, si dice stupita del fatto che Miss Lamont non avesse chiesto la strada a una donna che stava sbattendo un abito bianco alla finestra di una costruzione all’angolo del vialetto; entrambe videro delle costruzioni definite “fabbricati agricoli”, e, insieme, iniziarono a provare un senso di tristezza, e di malessere,  «come se qualcosa non andasse», scrive Miss Lamont, che riferisce di avere visto due uomini in una “uniforme” di color verdastro. Successivamente, incrociano un cottage isolato, sui cui gradini, ferme e sospese come in un tableau vivant, stanno una donna che regge una brocca e una ragazzina che tende le mani. Dopo di che, le due incontrano una collinetta e una cascata. Miss Morison nel suo memoriale afferma che, in quel momento, «ogni cosa apparve improvvisamente innaturale», e persino sgradevole, e che anche gli alberi dietro la costruzione parevano essere diventati piatti e senza vita, «come un bosco ricamato sulla tappezzeria». Un particolare interessante è che «non vi era alcun effetto di luce e di ombra e nessuna brezza muoveva gli alberi. Era tutto estremamente immoto» (An Adventure, p. 5). A terra, poi, ci sono molte foglie secche, come se fosse già autunno. Un uomo con un largo cappello e una cappa, il volto butterato dal vaiolo, siede sulla balaustra del chiosco: nel momento in cui guarda le due turiste, la loro sensazione di malessere raggiunge l’apice. Poi, entrambe le donne riportano di avere sentito correre alle loro spalle;  voltatesi, videro sbucare, “da una roccia solitaria che occupa l’angolo alla divergenza del sentiero sulla sinistra”, un giovane sui vent’anni, molto avvenente, con capelli neri e ricci, un ampio cappello e un mantello pesante e scuro (a dispetto dell’afa agostana). Costui aveva corso, sembrava molto agitato, e disse loro, con uno strano accento: «Signore, signore, non bisogna andare di là. Per di qua, cercate la Maison»; e le invitò ad andare sulla destra, verso un ponte rustico che sovrastava un piccolo corso d’acqua con una  cascatella. Il ragazzo scomparve improvvisamente, eppure le due donne lo sentirono correre … Dopo il ponte, proseguirono per un sentiero fra gli alberi, sino a un punto circondato da alberi che nascondevano la vista della Maison: si tratta del giardino anglo-cinese. Ed essendo la vegetazione molto fitta, esse non videro il Belvedere, poco distante, oltre il laghetto, che infatti non citarono nel loro memoriale. Poi, dal giardino anglo-cinese giunsero in vista del lato nord della Maison, dove le finestre erano chiuse. Vi era una terrazza, che proseguiva sul lato Ovest, mentre sul prato che lambiva la terrazza, sul lato Nord, sedeva, intenta a disegnare o leggere, una donna bionda, che le due inglesi indicano come la “lady”. La superarono, passando alla sua sinistra, e salirono i gradini della terrazza. La “lady” alzò il capo e le guardò: indossava un cappello di paglia chiaro e un fazzoletto ricamato d’oro e verde le copre le spalle, sopra il vestito estivo scollato. Miss Morison, messa a disagio da quella figura, credette sul momento che si trattasse di una turista come loro, soltanto abbigliata bizzarramente; poi, quando le due inglesi arrivarono al giardino alla francese, esso apparve popolato – annota sempre Miss Morison – da ombre innaturali, che le trasmettevano un marcato senso di oppressione, come se si stesse «camminando in un sogno». Appena le donne raggiunsero la Corte d’Onore (tornando indietro per un tratto lungo il viale esterno, l’Allée des deux Trianons, che costeggia le costruzioni di servizio), si sentirono subito meglio. Le due insegnanti dalla Corte visitarono il Petit Trianon, quindi tornarono alla Reggia ed uscirono, senza una gran voglia di parlare; ma, nei giorni successivi, le due inglesi andarono ripensando a quanto vissuto, convinte di avere sperimentato qualcosa di molto strano. Le due donne, allora, decisero di mettere su carta i ricordi e le impressioni di quel pomeriggio, ma separatamente: ne vennero due memoriali, combacianti in molti punti. Alla fine dell’anno, la Jourdain tornò a Parigi per le feste di Natale, e il 2 gennaio 1902 si trovava a Versailles.

All’Hameau sperimentò il medesimo stato di oppressione provato ad agosto; notò un carro, su cui due contadini con tuniche e berretti rossi a punta stipavano della legna; si voltò, per un attimo, e contadini e carro sparirono improvvisamente; in un boschetto, vide un uomo vestito come i precedenti, e udì un fruscìo di vesti, come se qualcuno, non visto, la osservasse. Ritornata nel 1903 al Petit Trianon, non trovò più i luoghi visitati in precedenza: tutto era troppo radicalmente mutato, in pochi mesi, per poter essere frutto di un intervento umano. Il 4 luglio del 1904 le due donne rifecero il percorso del 1901: nessuna traccia del cottage dove avevano visto la donna con la ragazzina; tutto era più piccolo, meno distante; la vegetazione era meno fitta del 1901, e fin qui la cosa poteva essere normale dati i continui interventi di manutenzione e cura del parco. Ma il chiostro, il ponticello, la piccola cascata visti nel 1901 erano sparite; mentre le costruzioni di servizio a sinistra della Maison c’erano ancora, ma in stato di abbandono, le porte chiuse da decenni. E dire che, proprio da lì, era uscito (sbattendo una porta) il giovane a indicare loro l’uscita, che, peraltro, non riconoscono, essendo essa nel 1904 palesemente più stretta di come l’avessero vista in quel giorno di agosto 1901. La ricerca pluriennale di queste due rispettabilissime signorine inglesi, che avrebbero avuto solo danni, data la loro posizione sociale e il loro status, – in quanto insegnanti e direttrici di una scuola privata, la loro reputazione doveva essere inappuntabile – dall’imbarcarsi in una impresa in odore di mitomania, nasceva dagli interrogativi, numerosi e inquietanti, sollevati dalla loro esperienza.

Per prima cosa, una volta deciso di studiare il luogo e il periodo con cui ritenevano di avere in qualche modo interagito, emerse una coincidenza: il giorno della loro esperienza era il 10 agosto; il 10 agosto 1792, a Parigi, i rivoluzionari assaltarono il Palazzo delle Tuileries, dove, dai primi di ottobre 1789, risiedevano Luigi XVI, Maria Antonietta e i figli superstiti (il principe ereditario Luigi Giuseppe era morto nel giugno 1789, a nemmeno 8 anni) per rinchiuderli nella prigione del Tempio. Quale relazione poteva intercorrere fra le due distinte insegnanti inglesi, il luogo che avevano visitato (il Petit Trianon venne definitivamente abbandonato dalla regina il 5 ottobre 1789) e la presa delle Tuileries, nel cui anniversario era avvenuta la strana esperienza? Tra vecchie stampe e testi del tempo scoprirono che molti aspetti e fogge degli abiti corrispondevano a quelli in uso nel periodo rivoluzionario; quanto alla “lady”, ella fu identificata con Maria Antonietta stessa, riconosciuta in un ritratto del pittore svedese Adolf Ulrik Wertmüller; e quanto al giardiniere incontrato dalla Jourdain nella seconda visita, quella del gennaio 1902, egli non poteva appartenere al XX secolo, dato che le disse di essere cresciuto in quei luoghi, dove non risiede stabilmente più nessuno.

Dopo la pubblicazione, nel 1905, di An Adventure, le due inglesi furono subissate di critiche: molti negarono ogni carattere di paranormalità all’episodio, ma vi fu anche chi ipotizzò un caso di telepatia, come se le due inglesi fossero state raggiunte dalle immagini pensate da un individuo che, poco lontano, stesse pensando o leggendo l’aspetto che il Petit Trianon poteva avere nel 1789; e vi fu anche chi minimizzò l’esperienza delle due signorine, suggerendo che potessero essersi imbattute in una delle tante feste in costume di Robert de Montesquieu, conte e dandy francese (che ispirò fra l’altro Proust), il quale viveva non lontano dalla Reggia e, notoriamente, amava i ricevimenti a tema.

L’idea è affascinante, ma tuttavia non regge: se davvero le due inglesi si fossero imbattute in un party in costume, ne avrebbero avuto sentore, e, soprattutto, ci sarebbe stata più gente, non solo gli sparuti personaggi incrociati dalle turiste. Che cosa era dunque accaduto? Le due donne ipotizzarono non di aver compiuto un viaggio nel tempo, ma, piuttosto, di aver attraversato dei ricordi di Maria Antonietta, ricordi che risalirebbero in gran parte al 5 ottobre 1789, giorno della marcia delle donne su Versailles, dopo la quale il re fu costretto a trasferirsi a Parigi: in quel frangente, Maria Antonietta si trovava proprio al Petit Trianon e fu costretta a raggiungere in fretta e furia la Reggia. Fra gli altri libri consultati dalle due donne per comprendere la loro esperienza, c’era un’opera di Julie Lavergne, Légendes de Trianon, Versailles et Saint-Germain (1879); nel volume si riporta un episodio dell’ottobre del 1879: mentre Maria Antonietta stava disegnando nel suo “giardino inglese” davanti al Petit Trianon, arrivò un messaggero trafelato, per avvertirla che una folla di donne inferocite era partita da Parigi alla volta di Versailles. La regina doveva dunque tornare immediatamente alla Reggia, ma non seguendo la strada che l’avrebbe condotta verso le donne rivoluzionarie. L’episodio era stato raccontato da una ragazza, di nome Marianne o Marion, figlia di un giardiniere, che avrebbe dovuto avere all’incirca la stessa età della ragazzina vista da Miss Jourdain alla porta del cottage. Inoltre, le due inglesi affermarono di avere incontrato due personaggi in uniforme verde; il corpo di guardia istituito nel 1773 dal conte d’Artois, fratello del sovrano e futuro re Carlo X, avevano l’uniforme per l’appunto color verde Sassonia. Quanto al giovane con uno strano accento (Maria Antonietta era austriaca e aveva servitori originari del suo Paese natale) che le aveva intercettate, non chiese loro nulla, né chi fossero, né da dove venissero, e nemmeno accennò ad alcun divieto, ma le invitò ad accedere al percorso che parte dalla Corte d’Onore.

Le due insegnanti individuarono anche il momento storico in cui una simile scena avrebbe potuto svolgersi, ovvero il giugno 1789. Il 5 maggio erano infatti iniziati i lavori degli Stati Generali, ma la famiglia reale si trovava momentaneamente ritirata al castello di Marly, a Nord di Versailles, data la morte del Delfino, come abbiamo detto sopra, stroncato dalla tubercolosi ossea. Accusata di ogni genere di sperpero, e quando ancora erano vivi i ricordi dello scandalo noto come l’ “Affare della collana”, la regina Maria Antonietta si trovò costretta a lasciare aperte le porte del suo amato Petit Trianon, per smentire le dicerie che volevano le pareti rivestite d’oro e di gemme. A quel tempo, le visite erano dunque consentite, anche se con un percorso regolamentato: l’incontro con il giovane avrebbe dunque potuto coincidere con quell’evento storico; una analoga interpretazione è possibile per i due uomini scambiati inizialmente per giardinieri, quindi per ufficiali: essi avevano detto alle due turiste inglesi di «proseguire per il percorso centrale»; ma lo avevano fatto parlando con «fredda cortesia», in un modo che, annotarono le due insegnanti, era molto inusuale per degli uomini francesi, meccanico e distaccato, alla maniera di controllori costretti a una nuova, ulteriore e per giunta sgradita incombenza.

Le due donne, poi, chiesero indicazioni e ottennero risposte, però, senza mai dubitare della reale consistenza delle figure incontrate, così come erano assolutamente sicure di avere camminato su un ponticello di legno rivelatosi poi inesistente.  Un altro elemento da tenere in conto è l’aspetto innaturale del paesaggio: l’impressione di entrambe è che tutto fosse più distante, durante la visita del 1901, rispetto a quella del 1904: la vegetazione, in particolare, aveva un aspetto quasi bidimensionale, e questa osservazione si accompagnava alla sensazione delle due donne di camminare “in un sogno”; non è da trascurare nemmeno lo stato emotivo comune percepito durante l’esperienza; di fatto, come ipotizza Alice Rocchi, curatrice e conservatrice del Petit Trianon, non è da escludere che le due donne, proprio in una data significativa come il 10 agosto, avessero varcato la soglia della dimensione fisica per entrare in una dove il luogo esiste nelle forme che il ricordo emotivo di chi vi ha vissuto gli conferisce. In sostanza, un fenomeno di retrocognizione, in questo caso nei ricordi di Maria Antonietta stessa, per il quale un soggetto, toccando un oggetto o visitando un luogo, ne può raccontare la storia, rievocando fatti, scene e figure realmente avvenuti. Al di là della ricca bibliografia che Biscàro riporta, a partire dagli studi di J. Buchanan (medico americano che a Cincinnati negli anni Quaranta del XIX secolo iniziò a studiare sistematicamente il fenomeno con gli studenti della facoltà di Medicina locale), sarebbe bello, affascinante e per certi versi consolante pensare che “il passato è sepolto nel presente”, e che nulla sia davvero, definitivamente, perduto. E, naturalmente, resta la curiosità, dopo aver letto il volume di Biscàro, di visitare,  – a emergenza Covid finita, quando i viaggi saranno nuovamente possibili, – Versailles e il Petit Trianon, e di tentare di replicare l’esperienza delle due signorine inglesi.