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G8, Genova(2001): la caduta degli alibi

«Vent’anni fa, mentre a Bolzaneto un poliziotto afferra le dita di un manifestante e gliele divarica fino all’osso, mentre le donne cercano di arrivare in bagno tra due schiere di divise che le colpiscono chiedendo loro se sono incinte e se alla puttana piace il manganello, e mentre quelle stesse donne si strappano magliette per inventarsi assorbenti negati, le risate accompagnano questa violenza. Le risate sembrano appartenere a uomini bianchi che si percepiscono come vittime del nuovo che avanza e a cui non riescono a dare un nome, e da cui sono spaventati: in qualche maniera, sembra proprio che tutte quelle persone diverse ce l’abbiano con loro. Nelle risate di Bolzaneto già risuonava l’onda lunga che avrebbe portato la nuova destra, la risata dell’angelo restauratrice dell’ordine e, soprattutto, quella del diavolo che lo sovverte. L’ordine da restaurare è ovviamente quello in cui il vecchio e caro Occidente bianco spadroneggiava nel mondo, i neri e le donne non alzavano la testa, gli omosessuali si tenevano questa informazione identitaria per loro».

Vent’anni fa: l’irruzione, assalto, alla scuola Diaz, il trasferimento alla caserma Bolzaneto, poi il carcere. In tanti scoprono una delle tante facce orribili dello Stato. L’autoritarismo, la violenza. Forse è la parte più ingenua, piena di ideali, fra virgolette la più normale: quella generazione che pur avendola immaginata, pur avendone sentito il racconto, resta spiazzata da una brutalità così aperta, sfacciata, gratuita e strafottente. A passare con un drone sopra la storia italiana nel corso del novecento, si sarebbe potuto dire che si entrava nel nuovo millennio col solito spartito. E, a distanza di vent’anni, si può dire che la musica è sempre quella, forse è peggiore. Valerio Callieri (È così che ci appartiene il mondo, Feltrinelli), stando distante dalla sociologia, e mettendoci dentro tutta l’obiettività possibile essendo protagonista nel frangente, racconta i suoi giorni al G8 di Genova, il passaggio dalla Diaz a Bolzaneto, al carcere di Alessandria. E anche se lo si è detto più volte, in numerosissimi e sempre rimossi eventi di violenza di Stato, sembra di essere dentro al piano sequenza di una camera che insegue scenari sudamericani, divise di generali intrise di sangue e medaglie, dribblando palazzi su cui è assisa l’immagine di Pinochet, o puntando, addirittura, balconi pronti ad aprire imposte e partorire dittatori di persona. Invece, l’Italia è stata, ed è, più Sudamerica di quanto ci faccia piacere pensare: ha violenza da insegnare ed esportare ai sudamericani. Solo una parte del libro si lascia andare all’analisi, si addentra in ipotesi laiche, da toccate e fuga: lo scritto si allarga a diario. Un resoconto di cosa hanno visto gli occhi, di ciò che le orecchie hanno sentito; e il flusso dei pensieri, degli odori, gli umori. Le pareti bianche delle facce al muro. Il dolore dei colpi subiti. Il dolore intuito dei colpi che gli altri hanno preso. Le vesciche gonfie, gli stomaci vuoti e quelli svuotati. La quasi certezza di un irreparabile che non si potrà evitare. La quasi certezza, rassicurante, dell’irrealtà di tutto: l’attesa di un «apri gli occhi, era tutto un sogno». Ma i fatti di Genova non sono stati un sogno, nemmeno un incubo. È l’illusione che è caduta rispetto alla società di cui siamo figli; l’illusione che è caduta rispetto alla propria tenuta morale, al coraggio e alla paura. Callieri, senza pudore, dichiara la propria impotenza, la mancata reazione verso l’ingiustizia che travolgeva lui, di più verso l’orrore che calpesta i più fragili di lui, quelli che stavano a qualche centimetro. Genova è stata la caduta degli alibi, di ogni alibi: le forze dell’ordine sono state l’implacabile maglio di uno Stato che non tollera il dissenso. Che non lo ha mai tollerato durante tutta la storia repubblicana. Il dramma di chi ha vissuto Genova è che, dopo, è stato costretto a una rilettura di quasi tutti i fatti antecedenti; e, dopo, a una lettura nuova di quanto sarebbe successo. Il sospetto che in ogni azione di polizia ci possa essere una componente di violenza non necessaria, un aggrovigliare la giustizia e non scioglierne i nodi. Tornano in testa, immediate, le Erinni, protagoniste, anch’esse, di un altro libro di Valerio Callieri, uscito sempre da Feltrinelli, anche questo da poco:

«le Furie: le Erinni, mostruose, nere, serpenti al posto dei capelli, le bocche da cagne, emettono umori dagli occhi e dalle labbra una cantilena funebre. Per essere chiari, il dio Apollo si rivolge loro così: Andate dove mozzano teste, dove strappano gli occhi, là dove ci sono processi ed esecuzioni, dove si evirano i ragazzi, ovunque ci siano mutilazioni, lapidazioni, dove le vittime impalate mugghiano con lunghi gemiti. Mi avete sentito? Queste sono le feste in cui vi dilettate, voi abominate da tutti gli dei!»            

Le Erinni, la vendetta primordiale, l’arretramento dentro la caverna. E mostri sono i poliziotti che hanno sbrindellato i corpi dei dimostranti, che hanno inventato indizi, sollevato calunnie. E mostri sono, o potrebbero diventare le vittime che vorrebbero restituire colpo su colpo. E da mostri sono

«i denti smaglianti degli avvocati delle forze dell’ordine. Il sorriso di cui ho più paura, quello che appare mentre gli occhi ti osservano indifferenti al tuo dolore. Non è il sorriso decostruttivo del diavolo di Kundera che sottolinea quanto sia ridicolo e privo di senso il mondo, non è il sorriso di Pirandello sull’incongruenza di certi atteggiamenti, no, il sorriso delle Erinni è di superiorità, un sorriso di scherno, di chi dall’alto osserva l’inferiore soccombere».                                                             

Genova ha dimostrato che Atena è ancora di là da venire, e i fatti, recentissimi del carcere di Santa Maria Capua Vetere ne hanno dato dolorosa e attuale conferma: l’Italia non è, non lo è mai stato, il paese dei tarallucci e vino, del finirà tutto bene. Tutto, quasi sempre, è finito troppo male. Genova è attualissima negli operai che vengono manganellati dai corpi di vigilanza privata, nei carcerati che muoiono e vengono umiliati. Genova è nel sorriso sotto al casco di una divisa, largo, sguaiato, mentre il manganello ti apre la carne. Anche se non vogliamo crederci, libri come questo, di Valerio Callieri, ci mettono di fronte a una realtà che ci appartiene, anche se vorremmo starcene faccia al muro e mani sopra la testa e fingere di non accorgerci che stanno gonfiano di botte il ragazzo a cui manca una gamba, che ci sta accanto.