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Paolo Conte alla Scala: “Davvero tutto questo è per me?”

Definirlo un evento storico sarebbe un tantino esagerato. Ma il concerto di Paolo Conte al Teatro alla Scala di Milano del febbraio scorso (un’idea perseguita con ostinazione da Caterina Caselli) è stato fuori di dubbio un debutto.

Per la prima volta la musica pop, sebbene raffinata, si era conquistata un palco fino a quel momento riservato all’opera, alla musica classica e al balletto.

Abbastanza per farci un documentario, Paolo Conte alla Scala. Il Maestro è nell’anima, diretto da Giorgio Testi che è stato presentato in anteprima al Torino film festival e che arriva nelle sale il 4,5 e 6 dicembre (e prima o poi “atterrerà” in streaming su qualche piattaforma).

Il film è costruito su un’alternanza di momenti del live alla Scala, prove a teatro vuoto, stralci di interviste d’archivio e dichiarazioni raccolte nel backstage o in altri momenti durante la preparazione del documentario.

E proprio quest’ultime sono le più illuminanti. Perché Paolo Conte, che oggi ha 86 anni, ha sempre concesso pochissime interviste. E il suo essersi raccontato con parsimonia, fa sì che anche i pochi minuti di sé che concede qui aiutino a capire meglio il suo metodo di lavoro – musica e testi – un pizzico della sua “formazione” e la sua concezioni di arte (anche se lui preferisce il più delle volte parlare di artigianato).

Un’immagine dal documentario “Paolo Conte alla Scala, Il Maestro è nell’anima”

E non è un caso, infatti, che il documentario si apra con una sua riflessione sulla palpabilità e impalpabilità dell’arte/artigianato: “Mi ha fatto pensare una frase che ho letto sul catalogo di una mostra di un pittore tedesco: Tutte le arti vogliono essere musica”, dice. E, poi, più avanti nel documentario: “L’artista è colui che gioca continuamente con la propria verginità, nel senso che vive auto-sorprendendosi di quello che inventa”.

Sotto, una selezione di altre “pillole” concesse dal cantautore.

Il primo ricordo musicale della mia vita

“Da bambino stavo in campagna nella tenuta di mio nonno e spesso salivo su un poggio a guardarmi intorno e ad ascoltare il rumore del trattore di un nostro vicino che arava il campo lì sotto. Quando il trattore arrivava in prossimità al luogo dove ero io produceva suoni metallici, si sentivano chiaramente i pezzi del motore in movimento. Mentre quando si allontanava emetteva come un muggito che, per me, era una meraviglia, un suono animale ma anche sacro. C’erano gli dei dentro quel trattore”.

Comincio con le note, poi arriva il testo

“Scrivo sempre prima la musica. Solo in un secondo tempo mi occupo delle parole. Che, forse, nascono dalla musica stessa che mette in movimento qualcosa nella fantasia, una sorte di imprinting che non è sentimentale, ma è fatto di colori, di luci, di ombre. Un gioco anche pittorico. Non faccio mai autobiografismo, non mi piace. Molti pensano che per la canzone Max mi sia ispirato a qualcuno in particolare, ma non è così. Avevo la musica e non avevo idea di che testo scrivere. Poi ho immaginato quest’uomo, alto due metri, spalle larghe, che fa un mestiere pericoloso. In Olanda quel brano ebbe moto successo e tante mamme chiamarono i loro figli Max. Quando mi chiesero chi fosse davvero, dissi la verità. So di averle deluse. Quando scrivo i testi delle canzoni creo dei personaggi, ma anche dei paesaggi. Mi considero uno dei pochi paesaggisti nel mondo della canzone.

La passione per l’enigmistica

“Nella canzone Sotto le stelle del jazz a un certo punto dico: ‘Le donne odiavano il jazz/Non si capisce il motivo’. Quando l’ho scritto avevo in mente due cose. Intanto le ragazze di quando ero giovane che preferivano ascoltare le canzoni alla radio piuttosto che andare in cerca di generi musicali particolari come facevo io. Ma anche l’enigmistica, che è sempre stata una delle mie passioni. Perché la parola motivo ha un doppio senso. Quella frase la puoi leggere come ‘non si capisce il perché’ le donne odiassero il jazz, oppure come una risposta al perché le donne odiavano il jazz. Ovvero: ‘perché non si capisce la melodia’”.

Suonare alla Scala e gli applausi: che cosa si prova?

“È un palco emozionante per il suo passato ma non puoi averne paura, devi affrontarlo con energia. Io sono un verdiano, in confronto a Puccini trovo che Verdi sia sempre combattivo nelle sue musiche. Mi chiedono spesso che cosa provo quando, alla fine del concerto, arrivano gli applausi, quando sento l’entusiasmo, l’affetto del pubblico. Provo soddisfazione ma, soprattutto, sorpresa: ‘Davvero tutto questo è per me?’. È quello che mi chiedevo all’inizio della mia carriera ed è quello che mi chiedo ancora oggi.