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Il filo che lega piante, animali e umani

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Il filo che lega piante, animali e umani

Diversa ergo intentio diversa facta fecit.
Diversa l’intenzione, diversi i fatti.

(Sant’Agostino)

Una storia dal suo incipit muove in bilico tra il daimon personale e una vicenda che può farsi universale e pregna di senso.

Sovente tutto dipende dal ruolo che un protagonista è chiamato a giocare nel suo piccolo angolo di mondo. Di certo contano gli accadimenti, le regole e i valori che influenzano, e di come una particolare anima reagisce alla mercé degli altri e del caso.

Nel romanzo La siccità di Guido Conti pubblicato da Bompiani è proprio la tensione tra questi due impulsi narrativi a portare avanti la trama dell’affabulare.

Dal primo capitoletto del libro ci troviamo con l’autore in una pianura dell’Oltrepò Pavese sfregiata dalla siccità pluriannuale e da un evento insolito. L’inaspettato scavo dei tassi sotto il cimitero del paese che ha invaso di terra le tombe di famiglia degli abitanti.

Un gesto disperato causato dalle condizioni climatiche, a cui gli animali ricorrono alla ricerca di un refrigerio necessario alla sopravvivenza.

Seguono altri quarantadue capitoli brevi, brevissimi e taluni meno effimeri, in cui l’intreccio della narrazione evolve da un colpo di scena all’altro integrando più tematiche, personaggi, e stratificazioni di senso.

Vere epifanie tra cielo e terra dove la natura, anche attraverso gli animali, parla agli uomini. Un altalenarsi continuo tra una specifica emergenza e la sorprendente universalità di certi gesti e prese di coscienza.

Le domande fondamentali del personaggio centrale, l’adolescente Andrea, sono quelle che noi umani da sempre poniamo al destino venturo. Chi sono io? Dove sto andando con la mia vita? Su quale sponda del vivere approderò? A queste domande però, non rispondono solo i gesti e le scelte del giovane figlio di contadini. Concorre pure la misera condizione della terra indurita a pietra, l’atteggiamento violento e arrogante del padre Pietro, il defilato opportunismo dello zio Secondo, e l’amorevole saggezza della madre Elvira.

Questo a convalidare il fatto che siamo tutti nella stessa barca, e che anche nella sfera narrativa, è l’intero spaccato di un mondo a far emergere l’individualità di Andrea assieme al suo particolare destino.

Un mondo di totale interconnessione che vede includere nella filatura della trama varie dimensioni temporali (esperienze passate e progetti futuri) e diversi livelli di esistenza (vita vegetale, animale e umana).

Ma se la crescita di Andrea da adolescente a uomo è un’importante coordinata, non ne risulta di certo da meno la sacralità della terra di cui pure l’uomo è parte integrante. Spetta alla madre Elvira di ricordarcelo grazie a costanti avvertimenti o allo schivo Bruno che vive un rapporto intimo e privilegiato con le api.

Cosa intendiamo per sacralità? Che non esiste maniera di controllare, recintare, o manipolare la tellus mater nella sua svariata casistica di fenomeni naturali.

Simile a una divinità, la natura non è mai veramente soggiogabile. Richiede un solido rispetto che alla radice svela ammirazione per la Vita stessa e per ciò che da seme si fa albero lungo la crosta terrestre. Mancare di tale riguardo non può che istigare imprevedibili conseguenze. A volte catastrofiche.

Evidente, quindi, che il mondo della natura si faccia specchio alle torbidi o sane passioni umane. Non è disgiunto da noi camminanti su due gambe, al contrario ne fa misteriosamente parte.  La smania di possesso di Pietro e la voglia di prendersi responsabilità da uomo di Andrea sono impulsi naturali. Presenti nel mondo sia a livello individuale che collettivo. Il loro impatto non può andare inosservato perché il formarsi di un progetto personale o sociale solo progredisce in sintonia con il movimento universale delle cose.

Il linguaggio usato da Guido Conti è chiaro, diretto, a tratti di una qualità sensoriale – “la grandine era stata una rasoiata” – che segna il coinvolgimento congiunto di corpo, pelle e anima nella narrazione.

Quasi come se a ogni capitoletto si raccontasse con gli amici un sapiente aneddoto intorno al fuoco. Il sale del libro è proprio lì, nelle vive descrizioni di ambienti naturali dove animali del bosco, uccelli, eventi atmosferici e vicende umane evocano un paesaggio virtualmente reale dove il lettore sente progressivamente la chiamata a coinvolgersi con lo sguardo.

Un linguaggio che apre alla dimensione del cuore e ai suoi enigmatici intrecci dove il relazionarsi a tutti gli esseri senzienti con fiducia, amorevolezza, e rispetto può condurre a risultati sorprendenti. Nell’iter narrativo, il rapporto affettuoso di Andrea col proprio cane Bill, e nel finale, con un cucciolo di volpe ne sono la chiara controprova.

Il mistero della Vita è nel mondo che ci circonda. Come noi lo guardiamo, o lo contempliamo, perché influisce sull’emozione che proviamo e questo può fare la differenza.

Chi ha visitato il silenzio di un bosco o ha provato benessere entrando in un parco cittadino, sa che la natura non risulta solo un oggetto materiale. Essa custodisce da sempre una dimensione nascosta.

Ce lo svela Martin Buber quando sostiene che l’incontro con un semplice albero può rivelare qualcosa di misterioso, inafferrabile, che non dovremmo cercare di spiegare.

Al contrario, semplicemente accogliere nella veste di un benefico mistero con cui riusciamo in qualche modo a relazionare al di là dei moti proiettivi della coscienza.

La siccità ha il pregio di accompagnarci dentro quel mistero risvegliando in noi il desiderio di colmare un distacco che è sanabile.

A tale fine, l’interagire con la realtà circostante a trecentosessanta gradi significa mandare continuamente benedizioni alla Vita stessa. Un gesto gratuito che dai primordi è la fonte di ogni nostro benessere e delle nostre avventure nel bosco. In altre parole, l’augurio a tutte le creature di un buon cammino.

Ps Scritto ispirato dal mio studio di David Steindl-Rast e dalla lettura dei suoi libri nel corso degli anni. Brother David è un monaco benedettino che ho incontrato nel monastero di Conyers in Georgia nel 1985. Il suo ultimo libro appena uscito You Are Here. Keywords for Life Explorers è una vera gemma a cui devo la mia citazione di Martin Buber. Br. David ha 96 anni e vive al momento in una comunità in Argentina. È stato molto vicino a Thomas Merton, al Dalai Lama, Shunryu Suzuki Roshi, e Thomas Keating divulgatore della Centering Prayer.

Secondo il monaco, il divino compenetra ogni aspetto del Creato e dell’esistenza proiettando l’intero mondo in una dimensione al di là del tempo. Per indicare questo Br. David usa il termine panenteismo distinguendolo da panteismo. Membro Fondatore di gratefulnees.org