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Dino Buzzati e la tentazione di salvare il tenente Drogo dall’arrivo dei tartari

Premessa doverosa: questa non è una recensione del Deserto dei tartari. I libri che hanno fatto la storia della letteratura come quello di Dino Buzzati non si recensiscono, o almeno non più, se non si vuole cadere nel ridicolo: si leggono, magari più volte, con la certezza che a ogni nuova lettura corrisponderà una nuova scoperta.

Però, è altrettanto doveroso segnalare l’operazione di Lorenzo Viganò che ha curato una nuova edizione del libro: Il deserto dei tartari (Con un trattamento cinematografico e altri materiali inediti), edita da Mondadori (295 pagg, 14 euro).

Le carte inedite dell’archivio Buzzati

Giornalista del Corriere della Sera, Viganò ha estratto alcune carte legate al romanzo dall’archivio Buzzati e per la prima volta le ha rese pubbliche. Sono fogli manoscritti e un lungo dattiloscritto che emozionano e incuriosiscono, e che sono ben spiegati in una novantina di pagine al termine del romanzo.

Del Deserto dei tartari, nel corso dei decenni si è scritto e detto moltissimo. Come ricorda lo stesso Viganò nella sua postfazione, era stato proprio Buzzati a spiegare da dove era nata l’ispirazione per quella storia, ad ammettere che il tenente Giovanni Drogo in perenne attesa dell’arrivo dei tartari nella Fortezza Bastiani era l’alter ego dell’autore durante le interminabili e monotone notti al Corriere della Sera, aspettando tra noia e routine la grande notizia che forse non sarebbe mai arrivata.

L’happy ending scartato

Ma qui vedere riprodotti i fogli in cui il trentenne Buzzati scriveva di suo pugno la scaletta dell’opera, delineando i personaggi e la storia, quasi commuove.

Così come colpisce leggere nelle parole dell’autore l’intenzione iniziale di dare un finale diverso alla storia: non più la morte di Drogo con la consapevolezza dell’arrivo dei tartari, bensì Drogo che lascia quella fortezza dove il nemico non arriverà mai, per tornarvi molti anni dopo e trovarla ridotta a un cumulo di macerie.

Un finale che Buzzati deve aver scartato durante la stesura e che, come spiega Viganò, avrebbe tolto al protagonista, seppure beffato dal destino, quel riscatto personale atteso per tutta la storia.

Un capolavoro anche al cinema 

Le ultime pagine del volume sono dedicate invece alle 46 cartelle dattiloscritte – riprodotte integralmente – con un possibile trattamento cinematografico del Deserto dei tartari.

Il film, che non vedrà mai la luce in questa versione, doveva essere realizzato dal regista e sceneggiatore francese Claude Sautet, e anche qui Buzzati ipotizza un finale diverso rispetto a quello del libro, più appunto “cinematografico”: invece che chiudere con Drogo nel buio della sua stanza, lo fa morire in seguito a una caduta da una scala malmessa in un pozzo, naturalmente il giorno dell’arrivo dei tartari.

Buzzati non vedrà mai il film tratto dal suo capolavoro, quello diretto da Valerio Zurlini e con Jacques Perrin nei panni del tenente Drogo, che uscirà appunto nel 1976, quattro anni dopo la morte dell’autore.

Le conversazioni con Vittorio Gassmann

Ma qui Viganò ripercorre la genesi di questa versione che, nel tempo, vide molti nomi famosi manifestare il proprio interesse, da Michelangelo Antonioni ad Alain Delon fino a Vittorio Gassmann che parlò a lungo con Buzzati stesso del progetto, poi tramontato per le perplessità del produttore Carlo Ponti. Gassmann si consolerà interpretando il colonnello Filimore nel film di Zurlini.

Insomma, quella del Deserto del tartari è davvero una storia “senza fine”, come disse Buzzati. Un romanzo che, grazie anche a piccole scoperte come quelle di Viganò, non smetterà mai di regalarci nuove emozioni.