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Il naufragio dell’egotismo fra le onde

Scivolò, fu trascinato in basso e tentò di restare a galla. Difficile non costruire paralleli tra la vita di Herbert Clyde Lewis e il suo romanzo, Gentiluomo in mare (Adelphi, 2023, pp. 152 a cura di Marco Rossari).

Ripercorrendo l’Odissea joyciana del protagonista, Henry Preston Standish, nella quieta corrente del Pacifico e le mancate occasioni del salvataggio, scorrono gli appuntamenti non riusciti della carriera dell’autore: giornalismo, romanzi e cinema. Un esercizio di fuori tempo orchestrati in funzione dell’unico epilogo riservato allo scrittore e al personaggio: annegare nell’incompreso del contemporaneo.

Come per Neddy Merrill, ne Il nuotatore di John Cheever – racconto del 1964, successivo al romanzo del Lewis, comparso per la prima volta nel 1937 –  la solitudine e il silenzio dell’acqua costringono lo sfortunato e grigio agente di Borsa, Mr Standish, a riconsiderare e cambiare prospettiva sugli eventi della vita.

Una tematica che diventerà ricorrente nei decenni successivi: perdendo la frontiera, per continuare a misurarsi la letteratura nordamericana ha bisogno del confine dell’ignoto, o della rifrazione ottica dell’acqua.

La sfida si trasferisce nel Novecento dalle praterie agli oceani, l’uomo contro il mare, un racconto che trova l’apice in Ernest Hemigway. L’ultima wilderness possibile è il movimento dell’acqua, ma soprattutto dei propri pensieri.

Ed è seguendo il percorso nella mente del suo protagonista che Lewis cadenza i cambi d’umore e i ricordi, la certezza della sopravvivenza allo sconforto della sconfitta. Costretto a ragionare nell’ottica del selfmade man e del mito della volontà, Standish fa fatica ad accettare che a una “persona buona”, un gentiluomo, un lavoratore, “uno degli uomini più noiosi al mondo” possa capitare un incidente come scivolare su una macchia di unto e finire fuori bordo.

Dio dovrebbe vergognarsi per aver permesso una tale iniquità” rimprovera nell’oceano, perché la verità è che “la vita era caos… e ogni proverbio, compreso quello secondo cui non tutto il male viene per nuocere, era un’atroce bugia”. E proprio come il corpo inizia a registrare i cedimenti alla corrente – crampi, sete, stanchezza muscolare, battito accelerato – allo stesso tempo la mente cambia la visione su affetti e famiglia, obblighi lavorativi e atarassia.

La cosa più straordinaria era che il suo cuore avesse continuato a battere per trentacinque anni senza fermarsi mai una volta per lamentarsi di quel compito ingrato e interminabile”: tutto quello che si reputa scontato, nella solitudine delle onde, diventa eccezionale.

Ma la mutazione radicale che l’autore descrive con l’ossessività del protagonista è la presa di coscienza di non essere il centro del mondo, ma un dettaglio trascurabile per tutti: Standish rappresenta l’occidente che prende le decisioni rapide e importanti, quella Wall Street che è punto essenziale, mai periferia. Chi è abituato a dettare il destino, mai a subirlo.

Eppure ognuno a bordo sembra essersi dimenticato di lui, nonostante l’amicizia con Nat Adams, le premure nei confronti del piccolo Jimmy, il fascino esercitato su Mrs Benson. Il mare mette di fronte chiunque all’insignificante presunzione dell’esistenza: “Eppure il mondo sarebbe stato così spoglio con lui sotto, invece che sopra”.

Ridisegnando lo spazio di una geografia egotica – in pieno stile newyorchese, anticipando l’eccentricità individualista del cinema di Noah Baumbach – Lewis trascina il lettore in un inarrestabile flusso di coscienza, creando un perfetto ossimoro con la calma circostante.

Malgrado dalle prime pagine sia chiara la fine assegnata a Mr Standish, si resta aggrappati come a un salvagente per vedere spostata e ridefinita la sorte da un semplice particolare: gli innumerevoli “dovevano aver notato la sua assenza” disseminati nel corpo del testo.

Perché al pari del gentiluomo in mare di Lewis in ognuno risiede l’ingenuità di essere necessari, che la propria salvezza sia determinante: “Il mondo aveva bisogno di quella storia” si ripeterà affogando Standish, immaginando le opportunità di raccontare la sua avventura.

Del resto l’egotismo, come la speranza, è l’ultimo a morire.