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Le tre dimensioni di Vincent Lindon

Quante dimensioni ha il mondo del lavoro? Almeno tre: i lavoratori, i loro rappresentanti, ovvero i sindacalisti, e i dirigenti, manager o proprietari che siano, dell’azienda.

La locandina del film Un altro mondo.

Il regista e sceneggiatore francese Stéphane Brizé i lati di questo triangolo li ha esplorati tutti. Dal 2015, quando uscì La legge del mercato, attraverso In guerra, del 2018, e, infine, con Un altro mondo che, dopo il passaggio all’ultimo festival di Venezia lo scorso settembre, arriva nei cinema dal 1^ aprile.

Lo ha fatto – scelta particolare – con lo stesso attore protagonista, Vincent Lindon, 62 anni.

Nel primo capitolo, Lindon, era Thierry, operaio disoccupato che trova finalmente un impiego che, purtroppo, lo mette di fronte a un dilemma morale: in quanto guardia giurata di un supermercato deve vigilare anche sui suoi colleghi e “fare la spia” al direttore.

Nel secondo, invece, il suo personaggio era Laurent, portavoce della battaglia di un migliaio di operai sull’orlo del licenziamento collettivo.

Ed eccoci, infine, a Un altro mondo, nel quale Lindon dà corpo e voce al dirigente d’azienda Philippe, al quale viene chiesto di diventare il tagliatore di teste della nuova proprietà.

A Venezia, abbiamo incontrato l’attore, fresco del successo di Titane della regista Julia Ducournau che un paio di mesi prima aveva vinto la Palma d’oro a Cannes.

Con Un altro mondo si chiude la trilogia di Brizé.

Io, però, non credo sia giusto parlare di una trilogia. Perché, allora, per Ken Loach, che in tutti i suoi film esplora tematiche sociali molto simili, dovremmo parlare di ottologia, decalogia… E lo stesso si potrebbe fare per i film dei fratelli Dardenne. O per Martin Scorsese che è “ossessionato” da un certo tipo di violenza. Oltretutto, quanto Brizé ha diretto La legge del mercato non aveva in mente altri film sul tema del lavoro.

Quindi, per concludere il suo ragionamento, che cosa dovremmo dire?

Il regista, e me lo ha detto lui, sente semmai il bisogno di raccontare anche l’altro punto di vista di una situazione, di una storia. Mi ha spiegato: “Non ho mai visto un film in cui l’élite si lamenta. Come se chi ha il potere non avesse il diritto di farlo”.

Anche i ricchi piangono?

In un certo senso. Qui vediamo un dirigente d’azienda che soffre. Tanto quanto le persone che, a sua volta, fa soffrire. La vita è più complessa di come la descriviamo nella maggior parte dei casi. Non è vero che gli operai sono sempre buoni e i manager sempre cattivi. Che i primi sono sempre scontenti della loro vita e i secondi sempre soddisfatti. Mi auguro che dopo aver visto il film, il pubblico si faccia delle domande.

A questo punto della sua carriera come sceglie i ruoli? Che cosa cerca, che cosa le interessa?

La prima regola che seguo è: “Non ascoltare mai i consigli degli altri”. Se lo avessi fatto, non avrei accettato di girare molti film che, invece, ho accettato di fare. E viceversa. Quello che per me conta più di tutto è la sincerità. Devo essere “innamorato”. Che si tratti di un lavoro, di una decisione, di una persona.

Mi spieghi meglio.

Se sei onesto e sincero nelle tue scelte non corri rischi o, quanto meno, sei inattaccabile. Nel senso che se il film non ha successo, posso sempre dire a me stesso di aver seguito il mio cuore, non l’opinione di qualcun altro. E se il film va bene, meglio ancora. Le mie decisioni sono sempre impulsive. Ovviamente leggo la sceneggiatura ma, prima ancora di chiedermi com’è la psicologia del personaggio, qual è il messaggio del film e così via, mi domando è: “Voglio o non voglio essere questa persona?”. È come chiedere a qualcuno: “Perché ti sei innamorato del tuo partner?”. Non esiste una risposta, succede e basta.

E poi?

A quel punto entro nel progetto. Per usare un’altra metafora, è come se prenotassi una sala teatrale prima ancora di aver scritto la pièce che andrò a rappresentare. Una volta deciso, mi devo impegnare per portare avanti la mia scelta. Perché se ti metti a ragionarci su, ci sono sempre più motivi per dire di no piuttosto che sì. Vale per la scelta di sposarsi, fare figli… Io, nel lavoro e nella vita ho sempre preferito dire sì.

Tra i tre personaggi, l’operaio, il sindacalista e il manager, quale ha sentito più vicino?

Philippe di Un altro mondo. Perché si trova in una fase decisiva della sua vita, al punto in cui capisce di non poter andare avanti come ha fatto fino a quel momento. Va in crisi perché teme di non essere più in grado di svolgere il suo lavoro nel modo giusto, di non saper gestire l’azienda, di non avere il coraggio di fare i “tagli” necessari. Perché è quello che gli è stato detto: “Se licenzi una cinquantina di persone ne salvi altre 1500”. Ma, poi, si rende conto che gli hanno mentito. E questa presa di coscienza fa sì che la sua vita, il suo lavoro smettano all’improvviso di avere senso.

E lei in che fase si trova?

Sto affrontando il passaggio dal “giovane” al “giovane vecchio”, dal “seducente” all’ “interessante”. Philippe mi ha turbato perché ho rivisto in lui aspetti di me, le stesse angosce, e certi dubbi che, nel mio caso, hanno a che fare con l’industria del cinema. È appassionato, dice no al mondo in cui si trova, perché ne vuole un altro. Che poi è quello che scrive nella lettera alla fine del film: “La libertà ha un costo ma non ha prezzo”. Anche se dovrà affrontare difficoltà, si sentirà in pace con se stesso. Se tanti dirigenti, nella realtà, facessero come lui forse potremmo vivere davvero in un altro mondo.

È il bello della maturità?

Da giovani si è pronti a sacrificare tutto per il lavoro perché, di solito, non si hanno altri “problemi”: le relazioni funzionano, si è in salute, i genitori stanno ancora bene. Ma, man mano che il tempo passa, le priorità cambiano. Il lavoro resta importante – conosco persone che lo hanno perso ed è stato come non avere più la dignità – ma la vita torna in primo piano. Philippe, per esempio, capisce che suo figlio è in difficoltà e che lui non può far finta di niente. Personalmente, io ho sempre messo la carriera al secondo posto. Mi sento come un gangster che, da un giorno all’altro, può fuggire e non farsi trovare più.