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La gioventù bruciata di Carolina Cavalli

Leggere un libro può voler dire spingersi al largo verso spazi sconosciuti, in altri casi è come galleggiare fra le onde delle immaginazioni altrui, oppure sfidare tempeste di emozioni.

Leggere Metropolitania di Carolina Cavalli è incamerare tutto il fiato possibile nei polmoni e poi buttarsi sott’acqua, nuotando fra le parole in un’apnea lunga 176 pagine.

Pagine di molto sesso, droga, cibo rifiutato e ributtato, parolacce a ogni riga. Eppure fino all’ultimo il bisogno di tornare su, a prendere aria nel solito mondo, non ha mai la meglio sulla voglia di scoprire fin dove si può navigare seguendo le vicende di Eddi.

Eddi che più che con l’acqua in realtà ha a che fare con il fuoco: (quasi) trentenne e pittrice, una volta disegnati, i suoi quadri li bruciacchia, con risultati di vendite a svariati “k”.

Eddi che le bruciature le porta dentro: una madre a metà fra Alzheimer e follia, una educazione dalle suore (la stessa dell’autrice sua coetanea, Carolina Cavalli), un fidanzato morto di overdose mentre faceva sesso con la migliora amica di lei. E una nuova amica – Masami – con cui Eddi condivide buona parte della storia, dove un vaso prezioso innesca inseguimenti pistolettate, un road movie in salsa crime (tanto che alcuni lo hanno paragonato a un nuovo Thelma e Louise), e un finale di humour nero.

Carolina Cavalli con Metropolitania è alla prima esperienza narrativa, ma non alla prima prova da scrittrice.

Dopo aver vinto tre anni fa il Solinas Experimenta per la scrittura della serie Mi hanno sputato nel milkshake (non ha però mai visto la luce tv), è entrata in alcune writers’ room. Lavoro collettivo e un vantaggio secondario, perché questa forma di scrittura “crea una smania di fare cose tue e guadagnarti libertà”.

In attesa del romanzo, Carolina ha intanto co-firmato la serie Zero, ispirata al libro di Antonio Dikele Distefano, protagonisti immigrati di  prima e seconda generazione. E un paio d’anni fa ha scritto, con due altri writer, Shake, arrivata adesso su RaiPlay: l’idea è trasporre Shakespeare in un liceo romano degli anni Duemila.

Un’immagine della serie Tv “Shake” @Arianna Lanzuisi

A ispirare la prima stagione è Otello, dove anziché dedicarsi alla guerra i protagonisti si cimentano nel parkour, “uno sport“, dice Carolina, “che mi appassiona molto e che ho visto praticare a Parigi, dove studiavo”.

Nella tragedia shakespeariana, spiega poi la sceneggiatrice, “più che una storia d’amore c’è una storia di paura d’amare, e la gelosia prende un significato attualizzato nel costante confrontare la propria vita e identità e successo con gli altri, il che crea confusione, invidia, bassa stima di sé: perché qualcuno dovrebbe amare o scegliere me se tutti gli altri sono meglio?”.

In altre forme, il senso di solitudine e spaesamento, la lotta contro i mulini a vento dei propri demoni è lo stesso tema che poi ricorre anche in Metropolitania. Come pure in Amanda, il primo film che la Cavalli ha scritto ma anche diretto e che, presentato all’ultima Mostra di Venezia e quindi al Festival di Toronto, ha appena ricevuto tre nomination ai David di Donatello come Miglior esordio alla regia, Miglior attrice protagonista (Benedetta Porcaroli) e Miglior attrice non protagonista (Giovanna Mezzogiorno).

Figlia unica, sentivo il desiderio fortissimo di compagnia, una sorella, un’amica. Non avendola me la inventavo”, ha spiegato parlando di Amanda (prossimamente seguirà un secondo film, più corale, su cui sta lavorando).

Nel libro, accanto a Eddi e ai suoi amori impasticc(i)ati – primo fra gli altri Lou, gemello del suo amore morto, cercato solo per ritrovare la faccia perduta di Mattias – compare così Masami.

Masami, come me, potrebbe essere lo stelo di un fiore sfiorito, non ha pancia, né fianchi, né seno, né culo, un filo comodo che può entrare dappertutto” la descrizione. Perché i corpi di Metropolitania sono corpi che nel continuo scambio fisico o nella professionalizzazione del sesso in realtà negano la fisicità, diventano “marshmallow ciucciati, spiaccicati tra il bordo del divano e il tappeto”, “un rettangolo con le braccia”, ginocchia magre e sbucciate sotto “cosce inesistenti”.

E se – come ha raccontato lei stessa – per Carolina “il massimo dello sconcio è tutto ciò che è viscido”, allora non a caso il primo scambio di battute del libro fa: “Quello con la t-shirt bianca o quello viscido?”. “È quello di spalle”. “È quello viscido, allora”. “Che cazzo ne sai? È di spalle”. “È viscido, si vede”. “L’ha detto in un modo scivoloso per cui mi sono immaginata una lumaca grassa che mi entra nella gola da sotto e poi mi esce dalla bocca”.

Nel flusso continuo della prima persona che attraversa la vita Metropolitania di Eddi, il libro si snoda con molte parolacce (“non sarei mai riuscita a scriverlo senza”) e molto dolore. Fino al finale, da cui si riparte con un sorriso al sapor di cereali.