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La rivoluzione domestico-socialista del regista Sergio Cabrera

Strangolati in un circuito chiuso di noia e dolore, difetti di comunicazione e affetto. A essere membri di una famiglia, dai romanzi al grande schermo, si rischia di rimanere imprigionati in una rete di giochi di potere, non detto e rancore.

La maggior parte della narrazione contemporanea non fa che occuparsene, proprio perché è un terreno comune a tutti: con disfunzioni e riconciliazioni, in cui ogni lettore e spettatore possa riconoscersi.

Uno specchio per riflettersi e smascherare nell’ordinario le bugie di un intero sistema. “La famiglia è la culla della disinformazione mondiale” fa ripetere Noah Baumbach in Rumore bianco (disponibile su Netflix, 2022, tratto dall’omonimo romanzo di Don DeLillo): venuta giù l’ipocrisia dell’armonia comune, il destino dell’uomo è la solitudine? C’è un modo per essere uniti senza cadere negli errori di sempre, sconfiggendo banalità di uno schema vecchio di millenni?

Un romanzo senza fiction

Risponde a questa domanda Voltarsi indietro di Juan Gabriel Vásquez (Feltrinelli 2022, 397pp.) – un romanzo e un “paradosso”, come specifica l’autore, perché “non ci sono al suo interno episodi immaginari” – che gira intorno alla extra-ordinaria famiglia del regista colombiano Sergio Cabrera.

Impegno politico, esilio e guerriglia. E un grande motto che sappia riassumere tutte le persone ne abbiano fatto parte: “Vivi la vita in modo che viva rimanga nella morte“.

Perché il carattere dei Cabrera è il risultato di una storia che viene da lontano. Inizia in Spagna, combattendo contro Franco, seguendo l’epica di Felipe, continua oltreoceano tra Santo Domingo, Venezuela e Colombia con l’ambizione del giovane Fausto, interprete di versi nelle piantagioni caraibiche e promettente attore e regista a Bogotà.

Come le trame dei film di Sergio Cabrera – Ilona arriva con la pioggia (1996), La strategia della lumaca (1992) – la biografia della sua famiglia si estende senza limiti di confini e possibilità. Ed è con lo stesso slancio di leggerezza e temerarietà che approdano in Cina. Con la Rivoluzione culturale alle porte, ognuno segue l’utopia promessa da Mao: destrutturare la società per costruire un domani migliore.

Sarà così che Sergio e sua sorella Marianella saranno affidati alle cure e all’educazione della nuova patria: impedirgli di essere borghesi, ragionare da soldati, tornare in Colombia per fare la rivoluzione.

Il regista Sergio Cabrera

Eppure è un’eversione più grande per Sergio che inizia a prendere forma: alla distruzione delle guardie rosse preferisce leggere i versi di Shakespeare, misurare su sé stesso la fame descritta dai libri di Maksim Gor’kij, scoprire la Nouvelle Vague sul grande schermo. Di fronte ai piani famigliari, la guerriglia, l’arte resta la vera rivoluzione di Sergio. Un sogno che deve attendere il socialismo prima di farsi cinema.

Tra Occidente e Cina

La vera forza del romanzo di Vásquez non è l’assenza di conflitto, anzi non c’è nessun tentativo di eluderlo: la coralità della narrazione, divisa tra i diari di Marianella e i ricordi di Sergio, non fa che ampliare la diversità di opinioni, percorsi e scontri all’interno della famiglia.

L’unicità dei Cabrera è nel saper gestire le dinamiche in modo opposto, rinunciando al primato del padre come potere indiscusso, rifiutando le ingerenze nel privato dei figli, subendo un allontanamento fisico dai genitori.

A tutte queste eccezioni corrisponde la creazione di un nuovo modo (e mondo) di manifestare l’affetto, come le lettere tra Sergio e la madre, in piena guerriglia, con un codice segreto.

Sono marziani i Cabrera, come sottolinea Vásquez nel suo richiamo ai Miti d’oggi di Roland Barthes: un mondo intermedio tra l’Occidente e la Cina, la borghesia famigliare e la rivoluzione, l’idealismo e la sua delusione. Un esilio a cui sembrano condannati per sempre, ma senza soccombere al rancore.

Il cinema di Cabrera

Non solo racconto, ma anche radiografia del cinema. Voltarsi indietro di Juan Gabriel Vásquez, compendio delle imprese di una famiglia fuori dall’ordinario, è anche un percorso al negativo per svelare temi e sceneggiature, caratteri e surrealismo del cinema di Sergio Cabrera.

Un modo per riscoprire un autore e partecipare alla sua retrospettiva, come se anche il lettore fosse presente a Barcellona, in sala. Un libro che sa tenere annodate storia recente e idee, paesi lontani e sentimenti, George Orwell e Fernando Botero, Louis Malle e i Beatles. Un’utopia che tramonta su tutto, tranne sull’anomalia che l’ha tenuta in vita: la famiglia. “Qualcuno penserà che siamo pazzi, certo, ma io dico: che bella pazzia”.