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La storia del Novecento incarnata in un corpo

Probabilmente Ennio Flaiano avrebbe ripensato al suo Un marziano a Roma, incontrando Lucy Salani: un essere extra – ordinario – donna trans più anziana d’Italia e una delle ultime sopravvissute al campo di concentramento di Dachau – arrivato su un pianeta che non sa fare altro che additarlo, deriderlo e isolarlo.

Eppure dietro la vita centenaria della protagonista di C’è un soffio di vita soltantodisponibile su Sky -, oltre all’universo di dolore e orrore, naviga una ricca costellazione di “ironia, gioco ed eccesso“. Un “miscuglio“, come lei stessa ama definirsi, un mondo eterogeneo di drammi e gioie, forza e capacità di sapersi prendere in giro, raccontato nell’opera di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini.

I registi Matteo Botrugno e Daniele Coluccini

Nato come un viaggio all’insegna della scoperta, C’è un soffio di vita soltanto è anche una migrazione per i suoi registi – già autori dei lungometraggi Et in terra pax (2011) e Il contagio (2017) – nella forma documentaristica, un film che “ha messo a frutto tutti i nostri anni nel filmmaking, in cui non ci siamo limitati alla pianificazione da timonieri, ma abbiamo girato in prima persona, sporcandoci le mani“.

Lucy Salani

La vita di Lucy Salani potrebbe essere un’Odissea scritta sul corpo, come è iniziata la vostra epopea per raccontarla?

L’incontro con Lucy è stato casuale: scorrendo dei filmati su YouTube ci siamo imbattuti in una sua intervista e abbiamo deciso di conoscerla. Siamo andati da lei una prima volta senza telecamere e siamo tornati qualche tempo dopo per registrare una lunga conversazione. Da lì abbiamo capito che avevamo davanti una persona più unica che rara. La deportazione a Dachau è stata solamente una parte della sua vita, una parte estremamente dolorosa, centrale, ma che non esclude le altre. C’era tanto altro da raccontare: Lucy è un corpo che rappresenta una militanza, anche se non politica. Non è mai stata un’attivista, ma la sua esistenza diventa di per sé un atto politico di riappropriazione del corpo e della propria identità. Lucy nasce Luciano, nel 1924, in una società in cui il binarismo di genere era marcato, eppure già dai primi anni Lucy si riconosce nelle azioni della madre: fare la spesa, riassettare e con i maschi non voleva avere niente a che fare, perché solo oggetto di derisione e di scherzi.

E da qui comincia un lungo percorso di conoscenza e determinazione.

Lucy inizia a confrontarsi con la propria diversità, distante da quella che all’epoca era la norma. Crescendo si definisce omosessuale, anche perché la parola transessuale non era ancora stata coniata. Prima omosessualità e transessualità si intrecciavano molto, sfociando anche nel travestitismo, ora le riconosciamo come completamente diverse, negli anni trenta era tutto un calderone. Successivamente comincia a vestirsi da donna e a prostituirsi. La sua è una storia costellata di abusi fin dall’infanzia, in cui diventa facile bersaglio di attenzioni indesiderate e sopraffazione. Come dice lei stessa, in una frase molto dolorosa e con una certa freddezza, parlando di una violenza subita verso i sei anni: “È da lì che ho cominciato a fare la puttana”. Prova a fare il cameriere, a lavorare in un albergo a Roma, ma viene sempre cacciato perché troppo effemminato e mette a disagio i clienti. L’unica alternativa che gli rimane è la strada.

La maggior parte del documentario è girato all’interno della casa di Lucy. Un luogo di incontro e scontro tra persone diverse, ma mai asfittico. Questo spazio può essere considerato un progetto politico ideale per una nazione? 

È un luogo di confronto tra tante diversità, culturali e religiose. Lucy vive con un musulmano, Said, una cosa che in un primo momento ci ha sorpreso, proprio perché due mondi completamente differenti: un musulmano di quarant’anni e una trans di cento. Sembra che non abbiano nulla in comune eppure creano unione, famiglia, aiuto reciproco. Sicuramente anche questo è un atto politico, la creazione di un mondo ideale. Anche se Lucy in casa sua stabilisce le regole, come ripete spesso: “Qui i preti non entrano”, nell’appartamento entra il rispetto della religione: Said prega e sul letto di Lucy c’è questa rappresentazione della madonna con il bambino. C’è spiritualità in casa, ma rifiuto della parte clericale. E poi ci sono le operatrici sanitarie che prestano assistenza domiciliare, che vengono da culture diverse. Uno spazio di ascolto reciproco e confronto.

Tutto quello che difficilmente riesce a crearsi in Italia. 

Questo perché Lucy nella sua vita ne ha passate tante. Ha una consapevolezza e una gentilezza verso il prossimo fuori dal comune, restando sempre fedele alle proprie convinzioni e principi. Sa essere anche trachant, per lei a volte esiste solo il bianco e il nero. Però avendo vissuto il dolore, la povertà e l’orrore, è una persona di grande comprensione. Capisce tutte le difficoltà altrui. L’esempio di Said è fondamentale: conoscendo il suo disagio, l’ha accolto in casa. È una persona che non dimentica cosa le è successo e proprio per questo aiuta gli altri. Ricorda come è essere non accettati o non riconosciuti.

Normalmente la regia cinematografica viene identificata come una visione singolare, come si divide e pianifica un lavoro del genere in due?

Siamo un caso abbastanza particolare: ci conosciamo da più di trentacinque anni, frequentando la stessa scuola dalla prima elementare fino all’università. Sempre compagni di banco. Più che di un rapporto di amicizia, è un legame di fratellanza. Ci capiamo, abbiamo un percorso comune, anche di condivisione di cose che ci piacciono. Ecco, pensando a un progetto politico, si può dire che la nostra collaborazione nasca da una condivisione: non è semplicemente un’idea, ma un lavoro che si costruisce sulle proprie idee. A volte discutiamo, anche animatamente, però c’è sempre un punto di incontro. Il nostro è un coordinamento tra due persone e si trova sempre una strada comune. E quando non siamo in accordo, lavoriamo perché si tracci. Probabilmente non saremmo neanche in grado di fare film in maniera diversa ed essere in due è anche una grande risorsa a livello emotivo, nei momenti di sconforto che capitano all’uno o all’altro.

E insieme, da registi, come avete affrontato il passaggio dal cinema di finzione al documentario?

Un passaggio abbastanza netto e il nostro approccio è stato completamente diverso. Quello che è rimasto invariato è il lavoro che facciamo sulle identità dei personaggi, perché ciò che ci interessa raccontare è la loro intimità, il nucleo che spinge le persone ad essere quello che sono. Nel bene e nel male. Ne Il contagio, molti dei caratteri erano già definiti dall’opera di Walter Siti, ma abbiamo cercato di trasmettere una certa vicinanza o identificazione, anche nelle debolezze, dei personaggi principali, gli ultimi, con il pubblico. Nel caso di Lucy, il personaggio era già davanti a noi: così incredibile ed unico che a volerlo ricreare per un’opera di finzione, facilmente si sarebbe potuto sbagliare o limitare. Perché è difficile pensare che una persona possa aver vissuto tante vite, e possa avere un’identità così complessa e sfaccettata come lei.

La storia del Novecento incarnata in un corpo” come l’avete descritta spesso.

C’è un’evoluzione continua nei passaggi della vita di Lucy che traccia le tragedie del secolo scorso. Abbiamo adoperato, come sempre, umiltà, la stessa di quando affrontiamo un nuovo personaggio, ma con qualcosa di più: con Lucy avevamo voglia di raccontare ciò che non aveva trovato spazio e voce prima di ora, o comunque veniva relegato ai margini. Alla fine questo è il tratto principale del nostro cinema: la marginalità che nasce da solitudine, abbandono, isolamento. È il mondo degli ultimi con cui riusciamo a interagire, difficilmente raccontiamo quello dei ricchi. In parte per disinteresse, ma anche perché non l’abbiamo mai frequentato.

Universi più lontani di quelli di Avatar di James Cameron, il film preferito di Lucy. Da appassionata di fantascienza, affida al cinema il potere di creare un mondo migliore?

Mentre riprendevamo Lucy che stava guardando Avatar, ad un certo punto il protagonista del film pronuncia la battuta: “Benvenuto nel tuo nuovo corpo”. Abbiamo riflettuto a lungo su questa frase, Avatar in fin dei conti è proprio la storia di Lucy: qualcuno che entra in un nuovo corpo e lo sente talmente suo che diventa la sua identità. Non è un caso che sia proprio il suo film preferito, perché è una storia di rivalsa. Poi è affascinata dai tratti delicati di questi personaggi, dalla dolcezza dello sguardo del protagonista. Come registi abbiamo voluto omaggiare questa sua passione per la fantascienza inserendo delle immagini di repertorio: abbiamo costruito tutto questo viaggio dal macrocosmo al microcosmo, aprendo il film con la sequenza di un buco nero, continuando con il sistema solare, i pianeti e poi vulcani, brodo primordiale e infine le cellule. Un invito ad avvicinarsi, uno sguardo su un altro mondo, verso una nuova forma di vita, forse migliore di quella sulla Terra, come afferma Lucy nel finale: “Magari dovremmo andare su un altro pianeta”.

Il viaggio si conclude a Dachau. Quale è stata la difficoltà di raccontare l’Olocausto?

Quando abbiamo effettuato il sopralluogo, il posto era spettrale, quasi vuoto e con una nebbia pazzesca, uno scenario angosciante. In quel momento abbiamo pensato che fosse appropriato girare con quell’atmosfera, ma il giorno successivo, quando siamo tornati per filmare, l’immagine era completamente cambiata: sole e una grande calma dominava lo spazio. E riflettendoci, avremmo sbagliato a fotografare Dachau come avevamo pianificato in un primo momento: l’orrore è negli occhi di Lucy mentre cammina per il campo, nel suo fermarsi e urlare “Maledetti”. Quando si ferma vicino ad un’aiuola ben curata, e racconta: “Qui vedevo le persone che bruciavano sulle recinzioni mentre cercavano di scappare. L’alta tensione gli faceva sfrigolare la carne. Io vedo solo questo”. Questo è il contrasto tra la nuova armonia del posto e la memoria dell’orrore che abbiamo voluto raccontare. Anche perché, nonostante Lucy sia riuscita a sopravvivere e andare avanti, non dimentica l’atrocità a cui ha assistito. Come ripete davanti alla cappella cattolica del memoriale di Dachau: “Io sono qui.