Home Idee La terza via di Abraham B. Yehoshua

La terza via di Abraham B. Yehoshua

0
La terza via di Abraham B. Yehoshua
Lo scrittore israeliano Abraham B. Yehoshua

Da scrittore e israeliano non ha mai smesso di progettare la pace.

Abraham B. Yehoshua, insieme a Amos Oz e David Grossman, è appartenuto a una classe intellettuale diversa dai contemporanei, un’ultima scheggia del Novecento in un paese giovane con una cultura millenaria: non ha sospeso i giudizi sulle questioni politiche, anche internazionali, e si è interrogato sempre su quale fosse la migliore opzione da chiamare “intesa”.

Una sola nazione per israeliani e palestinesi

E se per tanto tempo ha sostenuto che l’accordo per negoziare il conflitto fra israeliani e palestinesi doveva essere necessariamente la cosiddetta “soluzione dei due stati”, negli anni più recenti, Yehoshua si è augurato la nascita di un’unica nazione che ospitasse entrambe le comunità.

Per questo non sorprende che l’ultima opera, pubblicata postuma, sia interamente dedicata alle sue visioni future sul destino di Israele.

La famiglia come metafora politica

Un romanzo breve, Il terzo tempio (Einaudi, 2023, pp.96, traduzione di Sarah Parenzo), che si iscrive perfettamente nella bibliografia dello scrittore, come esempio di letteratura politico – famigliare.

Il romanzo postumo di Abraham B. Yehoshua

Perché quasi in ogni libro di Yehoshua, un interno borghese, con il suo nucleo di drammi e separazioni, ricongiungimenti e speranze, è sempre una metafora e frazione della storia recente di Israele.

Un presente, eternamente dilaniato dall’incapacità di comprendersi (Un divorzio tardivo, 1982), che subisce la costante paura di perdere ciò che ha conquistato, specialmente la sua identità (Il tunnel, 2018). Questa volta è Esther Azoulay, una giovane donna, francese e convertita con l’inganno, a muovere l’azione descritta da Yehoshua.

L’incontro con il rabbino

Presentandosi al Tribunale rabbinico di Tel Aviv, racconta all’incaricato, Nissim Shoshani, la storia del suo matrimonio sabotato.

Per tutta la durata del colloquio il rabbino fatica a concentrarsi, cercando di evitare e procrastinare l’incontro – “Forse ci conviene comunque aspettare che Halfon torni da Parigi e nel frattempo mandare via questa donna con qualche scusa” – o mostrandosi completamente impreparato al mondo che si muove fuori dal suo ufficio e alle informazioni che gli vengono consegnate – “Sono davvero sorpreso, in realtà confuso…”.

I limiti di una religione di Stato

È l’intransigenza formale dell’Ebraismo, da religione di stato, come in Israele, e inidonea a una democrazia, a essere discussa come ostacolo al progetto di pace futura.

Se la stessa circoncisione non è più considerata “veramente un rito religioso, ma un biglietto di ingresso nella società israeliana”, Yehoshua mette in guardia dal creare nei propri confini, cittadini con pieni diritti e popoli di serie b.

Esiste una soluzione alternativa?

Nella sua prospettiva di pace sociale, il Terzo Tempio diventa la vera alternativa che Israele, così giovane e pieno di contraddizioni, non si è mai concesso: una terza via, in cui costruire uno spazio, in cui non ci sia prevaricazione per chi non è ebreo, lasciando che la spianata delle moschee resti integra, e il nuovo mondo costruito nel rispetto di tutti. “Fuori dalle mura della città vecchia, modesto, umile, tra la Tomba di Assalonne e la valle della Geenna. Un Tempio che non interferisce né minaccia con la sua architettura nessun altro luogo santo. Seppur modesto, questo Tempio assumerà un ruolo drammatico e rivoluzionario“. La vera innovazione per Yehoshua è trovare il modo di convivere tutti nelle proprie diversità.

Il futuro, si preoccupa di sottolineare l’autore, non si prepara con superficialità, ascoltando solo chi ha le stesse convinzioni, ma deve essere disposto con cura, sentendo tutte le voci differenti.

Tra apertura e dialogo

Una visione che si riflette anche sulla forma del romanzo breve: Il terzo tempio limita all’essenziale le sue descrizioni didascaliche, per lasciare respiro e pagina alla forma dialogica; sono Esther e il rabbino, che imparano parlarsi e a non calpestarsi, comprendersi e perdonarsi, concedendosi la possibilità di un domani migliore, a cominciare dalla cartina del Tempio, cambiando posto alle foto dei rabbini Ovadia Yosef e Abraham Isaac Kook.

Un testamento civile e politico, ma Il terzo tempio è soprattutto l’ultimo atto di speranza che Yehoshua ci ha regalato: se “in Israele difficilmente erano seguiti i pareri dei re ma si ascoltavano i Profeti così come oggi si ascoltano gli intellettuali”, la pace e il dialogo non sono destinati a trovare spazio solo tra le pagine dei libri.

Come testimoniano le manifestazioni di questi giorni a Gerusalemme, Haifa e Netanya contro la riforma della giustizia: insieme si può provare a cambiare le cose.