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Leonard Cohen e le donne

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Leonard Cohen e le donne
Leonard Cohen in concerto in Norvegia nel 2012

L’amore, la scrittura, il sole. È un tempo che non sa e non può ripetersi quello di Leonard Cohen e Marianne Ihlen, circoscritto dal mare, sull’isola greca di Idra.

La possibilità di esplorare una vita diversa senza “sei mesi di neve all’anno”, ritmi frenetici della città e assenza di ispirazione. E anche se secoli sono ormai trascorsi dalle descrizioni omeriche in cui arcipelaghi e scogli si contendevano il primato per nascita del mito delle sirene – come suggerisce Fabrizia Ramondino ne L’isola riflessaIdra non manca di esercitare, ancora negli anni sessanta, una forza di attrazione per bohémien, aspiranti muse e famiglie di intellettuali.

Approda da rifugiato più che da artista. Nel 1960 Leonard Cohen si divide tra poeta debuttante e prossimo scrittore, ebreo aristocratico e giovane povero in canna.

La musica è lontana dai suoi piani come la terraferma e la Grecia gli occorre per occupare e addestrare le giornate con la composizione. Sarà l’incontro con Marianne Ihlen – compagna, protagonista di canzoni, amica –  a segnare un’evoluzione, suo malgrado.

Prima con il romanzo Beautiful losers (1966, pubblicato da Minimum Fax con la traduzione di Francesca Lamioni, 2014) e poi con l’inaspettato inizio da cantautore.

Ma come racconta Nick Broomfield nel documentario Marianne e Leonard: Parole d’amore (2019, ora disponibile su Netflix), non c’è podio esclusivo per la musa norvegese nella vita di Cohen: “Ho sempre avuto bisogno delle donne“, confessa in un’intervista, “e sono stato fortunato perché negli anni sessanta c’era una grande cooperazione tra i due sessi”.

Se le canzoni hanno universalmente occupato l’immaginario femminile di ogni paese, i suoi versi sono stati divisi quasi equamente tra tutte le protagoniste. Per prima la madre Masha, “una matta da legare” come racconta Aviva Layton, moglie del poeta Irving, seguita dalla cantante Judy Collins, “colpevole” della carriera musicale di Cohen, e Janis Joplin nel Chelsea Hotel.

Un grande arcipelago, in cui ogni donna diventa attrazione, porto e spiaggia da cui fuggire e le parole d’amore cambiano anche destinatario, confondendosi nelle avventure di una notte e le relazioni che riescono a superare con l’affetto la parola fine.

E se Nick Broomfield sa restituire sia la coralità di personaggi e testimonianze che la giusta distanza tra la libertà sessuale del tempo e l’amore tra Leonard e Marianne, non riesce a mettere a fuoco l’alternativa rappresentata da Idra.

Ai sopravvissuti di un’età dell’oro – tra droghe, matrimoni rovinati e figli abbandonati – che oppongono il fallimento di un progetto di vita perché basato sulla separazione dalla realtà, l’eccesso di libertà e l’abbandono di un’educazione occidentale, il documentario sa accontentarsi di un’analisi borghese e sfrutta l’effetto nostalgia.

Più che etichettare l’isola come paradiso perduto e centro di raccolta per anticonformisti e intellettuali, il regista non riesce a vedere e leggere il Mediterraneo come differenza parallela: se “il tornare nella realtà” è vivere esclusivamente nell’Europa più fredda, “l’eccesso di libertà” è codificato dalla morale anglosassone, Idra proietterà solo un’immagine da parco divertimenti per scrittori.

Ma se lo sguardo di Broomfield avesse esplorato “l’onirico, il mondo dei segni e l’inconscio” – come suggerisce il documentario L’isola analogica di Francesco G. Raganato (2007) – quell’universo selvaggio, accusato di aver spezzato famiglie, apparirebbe meno spietato e senza razionalità.

Così naufragando tra amanti, affari personali e viaggi oltreoceano, si smarrisce un po’ Leonard Cohen, la sua ricerca di spiritualità e attenzione alla religione, per concentrarsi più sui fatti, gli eventi, anche le cronache rosa tra chi è stato a letto con chi, chi voleva avere un figlio da e il mi sarebbe piaciuto passare una notte con.

Forse la dimensione che fa sentire più turisti in un Mediterraneo così vicino in cui ci sarebbe molto altro da raccontare. Così i momenti migliori che il documentario sa riportare si concentrano in quelle parentesi di allontanamento da Idra per tornare alla vita da tour: tra questi sicuramente un concerto in un ospedale psichiatrico – “Suonavamo per le persone che erano state sconfitte” –  e una grossa irritazione sulla faccia per essersi raso la pelle a secco sotto LSD.

Esibirsi sotto i riflettori, il ritorno in Norvegia, il male di vivere di ognuno. Il tempo di Marianne e Leonard non si è interrotto con la rottura della coppia, ha superato le banalità e i luoghi comuni per diventare affetto immutato, in una distanza apparente: “Mia cara Marianne, sono poco distante da te, abbastanza vicino da prenderti la mano”.

Difficilmente si può cambiare un finale partita, eppure il cinema prova sempre a mischiare le carte e regalare una conclusione diversa: come Mel Gibson e Goldie Hawn in Bird on a Wire (1990, film che imita il titolo da Bird on the Wire, pezzo contenuto nell’album di Leonard Cohen, Songs from a Room, 1969) non è difficile immaginare Marianne e Leonard invecchiare al largo in una giornata di sole sulla propria barca.

Se c’è un errore di grammatica che Nick Broomfield compie nel suo documentario Marianne e Leonard: Parole d’amore è perdere di vista i soggetti per concentrarsi su quello che il pubblico vorrebbe sapere. E seppure è evidente un grande sentimento di rispetto e cura per la storia, non riesce a superare una narrazione fin troppo semplice per comprendere la complessità e la bellezza di qualcuno che è stato irripetibile.