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Il ritorno dell’ispettore Miranda

L’ispettore Dario Miranda – ruvido, in apparenza solitario -, è il tipo che vorresti come amico, anzi vorresti proprio essere uno dei suoi amici, pazza congrega di hacker che giocano a sbarcare in Normandia, medici di laboratorio col busto da mal di schiena, compagni di ufficio, poliziotte misteriose e sudamericani ai limiti della legalità con soprannomi come Cita e Tarzan. L’amicizia è importante, è il nocciolo del reattore in Testimone la notte di Daniele Bresciani, nuova avventura di Miranda dopo Anime trasparenti (2020) che ce lo aveva fatto conoscere, alle prese con l’inferno di chi vive da irregolare, clandestino, invisibile e quindi in balia della violenza.

Questa volta si parte da tre amici; tre studentelli di un liceo della ricca borghesia milanese in gita scolastica a Siena nel 1978, di quelli che si sentono gli alpha della situazione, che non si fanno problemi a bullizzare gli altri ragazzi, specie se più bravi ma più fragili. Niente di nuovo, o forse no; qualcosa di diverso ci dev’essere se più di trent’anni dopo i tre sono ancora uniti, uno nel frattempo è diventato notaio, l’altro un faccendiere di successo, ma a tenerli insieme è qualcosa di oscuro e malato; colpe del passato che improvvisamente si riversano sui figli; cadaveri mutilati di ragazzi che hanno in comune solo il fatto che i loro padri avevano tutti frequentato lo stesso liceo, sì, quel liceo.

Miranda in questi delitti ci inciampa, letteralmente, perché è quel meraviglioso scorbutico solitario amante della natura che avevamo già conosciuto, uno che preferisce mollare la macchina e andare per parchi e giardini perché nel silenzio della natura “riusciva a dimenticare tutto il resto: era come fare pulizia, eliminare le scorie, placare i dubbi per ritrovare subito dopo lucidità e concentrazione”. Girando per il Parco delle Cave, periferia ovest di Milano, una mattina presto si ritrova a tu per tu con un nibbio che ha lasciato cadere la sua preda – la mano tagliata di una giovane donna – davanti ai piedi di un runner atterrito.

Colpo di scena fantastico, teatrale, comico persino, e da qui parte una storia che come nei migliori noir è fatta da scatole cinesi, la verità non è mai una sola, la corruzione anche. E l’attualità si infiltra, in mille forme: i social media, l’informazione manipolata via blog (nome dall’eco hitchcockiana: L’uomochenesapevafintroppo), gli stalker, gli amori non omologati, lo smaltimento illegale dei rifiuti

Più Bresciani addentra la narrazione nella sua notte, più gli fanno da contrappunto gli amici belli del Miranda, comprese le new entry destinate a rimanere, come la poliziotta Andrea Brunner e il magistrato Chiara Baroni. Più nelle case dei notai e dei faccendieri i rapporti e le vite si sgretolano, più la pazza congrega si butta generosamente a sostenere l’ispettore – a volte anche letteralmente, l’amico e collega Rizzo gli impedisce di crollare a terra all’ennesima micidiale fitta allo stomaco che lo perseguita per tutte e seicento le pagine; sono tutti lì pronti ad alzarsi alle sei del mattino, infilarsi negli archivi di una scuola, provare decine di bikini in un negozio, dare la caccia a una banda di ragazzini in bici, in una Milano fuori via, che passa per gli orticelli di via Suzzani, i bar più tristi del mondo in fondo a via Parini, o la sopraelevata che “divide arrogante la distesa di case popolari” di Corvetto, un quartiere che per Miranda è punto interrogativo, forse anche più difficile da sciogliere che questo caso.