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Perché essere madri è sempre più complicato

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Perché essere madri è sempre più complicato
Autoritratto con la figlia (1789) della pittrice francese Élisabeth-Louise Vigée Le Brun, conservato al Louvre

Quando hai un figlio tutti ti dicono cosa fare: i giornali, le femministe, le suocere, gli osteopati. Ecco un libro totale sulla maternità, dalla culla a Instagram, per scegliere il male minore”.

Sulla copertina del manuale (in realtà un mix tra satira, critica sociale e “mal comune mezzo gaudio”) Lo dico da madre della giornalista e autrice televisiva Assia Neumann Dayan, invece di un sottotitolo come si usa fare, l’autrice ha scelto – per desiderio di chiarezza? – di inserire una sinossi.

Che è anche una promessa. Assolutamente mantenuta.

Diviso in capitoli che vanno da Il corso preparto a L’allattamento, a Il sonno, I social, Il parco, La scuola e altro ancora, il libro si basa sull’esperienza in presa diretta di Assia Neumann Dayan, mamma 42enne di un bambino di 7, che ancora oggi “naviga a vista” nel mare di informazioni o peggio direttive che travolgono ogni genitore (per lo più femminile) appena apre i social, o che vengono dispensate in via indiretta tramite chi li ha compulsati e non può fare a meno di condividere le proprie scoperte.

Un bombardamento a tappeto che non concede vie di fuga, “a meno”, ironizza ma non troppo di “non leggere più nulla, far finta che i social media e Internet non siano mai esistiti ed evitare il più possibile il contatto umano magari andando a vivere in una capanna nel bosco”.

Un post della mamma influencer Eleonora Valli

Si ride parecchio leggendo Lo dico da madre. Anche chi madre non riesce con facilità a ritrovarsi in meccanismi che se non ci riguardano direttamente, conosciamo conto terzi grazie ad amici e parenti.

Si ride ma questo non significa che Assia Neumann Dayan non ponga questioni serie.

E anche se il libro non ha nulla a che vedere con il tema dei femminicidi o delle molestie di cui si sta parlando tantissimo, per la vicenda di Giulia Cecchettin che sorte ha voluto venisse uccisa dall’ex a ridosso della celebrazione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne il 25 novembre, la dipendenza economica dal marito o partner in cui molte “cascano” dopo la maternità è comunque parte del problema.

Perché tutte o quasi, dopo la nascita di un figlio, spiega l’autrice, si trovano davanti a due strade: tornare al lavoro sapendo che tutto lo stipendio servirà per pagare baby-sitter, asili nidi, medici e così via. Oppure restare a casa perdendo la propria autonomia. “È la vera questione”, dice. “Conosco donne che si sono ritrovate a dover fare la spesa con i contanti lasciati sul tavolo dal marito o dal compagno. E anche se stando a casa hanno diritto a prendere un un sussidio dallo Stato, quasi tutte quelle che lasciano il lavoro per fare le mamme a tempo pieno se ne pentono”.

Altra questione che l’autrice pone con leggerezza ma che è decisamente importante è quella legata alle aspettative nei confronti delle donne-madri, “che devono prendersi cura dei figli in tutto e per tutto ma, al tempo stesso, non rinunciare al resto. Quindi a prendersi i propri spazi, a lavorare come prima, con gli stessi ritmi, a uscire con le amiche, a essere in forma… Un messaggio veicolato dalla società e dai social che trovo aggressivo e che causa una quantità enorme di frustrazione”.

Un post dell’account Instagram 6voltemamma

Aggiunge: “Se non bastasse, un altro problema è quello sul mercato della maternità: prodotti consigliati, attività di ogni tipo ma, soprattutto, l’esercito degli esperti che sembrano essere diventati indispensabili per crescere bene i bambini e sentirsi brave madri. Un esempio? Le consulenti del sonno che vengono a casa tua e promettono nel giro di qualche giorno di insegnare al bambino a dormire”.

Peccato che tutto questo costa tanto. E che la conseguenza è avere mamme e bambini di serie A (benestanti) che possono “pagarsi” il sonno e altre di serie B che non possono.

Mio figlio nei primi quattro anni di vita si vegliava ogni due, tre ore. Ma non mi sono affidata a una consulente del sonno per il semplice motivo che non potevo permettermelo. La deprivazione del sonno è une vera tortura. Ma ho cominciato a stare meglio nel momento in cui l’ho accettata. Perché ci sono cose nella vita che non puoi combattere”.