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Ma davvero possono esistere “guerre buone”?

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Ma davvero possono esistere “guerre buone”?
Armi sequestrate dalla polizia ai guerriglieri delle FARC nel 2013

In La buona guerra, il suo primo romanzo, Phil Klay (scrittore creativo arruolato nei Marines), riprende temi affrontati nella sua premiata raccolta di storie Fine missione (2014), descrivendo in dettaglio i modi in cui i conflitti e l’etica degli interventi americani sono cambiati nel corso dei decenni, diventando una guerra globalizzata, combattuta da guerrieri migranti.

Che possono essere interventisti o mercenari, idealisti o cinici. Non importa perché, alla fine il risultato, è lo stesso: la violenza avvelena tutto.

La moltiplicazione dei fronti

Il libro è ambientato in Colombia. E anche se non esistono guerre semplici, il conflitto colombiano, cominciato negli anni Sessanta, è particolarmente intricato.

Nel corso degli anni, i combattenti (così come le loro motivazioni) si erano moltiplicati: i paramilitari di destra massacravano interi villaggi, i soldati dell’esercito assassinavano civili innocenti facendoli passare per nemici in modo da gonfiare la conta dei caduti, i criminali comuni combattevano per il controllo del traffico di droga, che finanziava sia la guerriglia che i paramilitari e forniva denaro per corrompere tutti: dalle forze dell’ordine ai membri del Congresso.

Dopo che il Paese chiese aiuto agli Stati Uniti, anche gli americani entrarono a far parte del quadro. Un intervento che era ancora in atto nei mesi precedenti il referendum del 2016, quando i cittadini furono chiamati alle urne per approvare o respingere un accordo di pace, meticolosamente negoziato in quattro anni dai rappresentanti del governo e dai guerriglieri marxisti-leninisti delle FARC.

4 personaggi per raccontare un conflitto

L’ennesimo tentativo di porre fine a una guerra durata 50 anni che aveva ucciso, ferito, sfollato o traumatizzato circa otto milioni di persone, però, venne bocciato dagli elettori dopo una campagna di divisione piena di menzogne e disinformazione, quindi rinegoziato e approvato dal Congresso. Un episodio che polarizza ancora il Paese e che non ha ottenuto i risultati sperati.

La buona guerra racconta le vite di quattro personaggi. Due colombiani e due americani: Abel, un paramilitare, vittima e autore di violenze, che cerca una seconda possibilità di vita; Juan Pablo, un tenente colonnello dell’esercito colombiano a cui la guerra ha dato uno scopo e anche un grande senso di frustrazione; Mason, un membro delle forze speciali americane, un tempo medico in Afghanistan e testimone di orrori indicibili; e Lisette, una giornalista, le cui ambiguità e contraddizioni (il suo è uno strano miscuglio di cinismo e ingenuità, di curiosità e scetticismo) la rendono il personaggio più interessante del libro.

Quattro individui danneggiati che si incontrano in un luogo danneggiato.

Come si sopravvive alla violenza?

Klay è molto disciplinato nella creazione di una struttura narrativa coerente e riesce a dare voce ai suoi personaggi a “turni regolari”, raccontandone le storie prima che le loro strade si incrocino in una piccola città nel nord della Colombia.

E si prende anche la libertà (e il rischio) di cambiare passo un paio di volte nel corso del romanzo. Dopo le narrazioni in prima persona della prima parte, quasi una serie di confessioni, a un certo punto Klay vira il racconto in terza persona.

Ma ciò che il romanzo perde in intimità e introspezione, lo compensa in velocità e ampiezza. Come si si aprisse ad abbracciare una visione più larga e articolata del conflitto colombiano, con una carrellata di personaggi che vanno dagli innocenti studenti preoccupati per i diritti umani, ai guerriglieri vittime di stupri, a capibanda in lotta per il potere.

Klay è affascinato dalla diversità dell’esperienza umana nei conflitti. “Le persone violente sono persone noiose“, dice un’attivista colombiana nel romanzo; se ha ragione è solo perché la maggior parte dei violenti non gode del privilegio di farsi raccontare da scrittori premurosi.

La buona guerra riporta con attenzione i meccanismi interni di chi è stato esposto alla violenza, ne racconta le cicatrici interiori, e nelle sue pagine migliori suscita molte domande: Che cosa fai con l’orrore che hai visto? Come lo usi per sopravvivere?

Ammettendo, al tempo stesso, che questo genere di traumi sono in qualche misura incomunicabili: se aiutarci a capire è uno dei compiti della narrativa, il linguaggio ha i suoi limiti.

Come dice a un certo punto il sergente della squadra di Mason: “La cosa triste di quello che facciamo è che torniamo a casa da nostra moglie e dai nostri figli e sappiamo che non possiamo mai spiegare loro veramente cosa vuol dire fare questo lavoro. Che non capiranno mai”.