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Marco D’Amore (come Dylan Dog) indaga i misteri di Napoli

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Marco D’Amore (come Dylan Dog) indaga i misteri di Napoli
Il film "Napoli Magica" appena presentato al TFF e al Laceno Film Festival

Potrebbe essere una trasposizione da graphic novel, o anche da singolo albo di Dylan Dog, ambientato tra centro storico e Borgo Marinari, il film Napoli Magica (presentato in anteprima durante il Torino Film Festival e fuori concorso per il Laceno d’Oro 47).

La giacca scura di Marco D’Amore –  in questa occasione regista, sceneggiatore e interprete – nei vicoli di Forcella e via dei Tribunali richiama impresa e missione dell’ “investigatore dell’incubo”: trovare la magia. Ma molti sono i riferimenti letterari dispersi nella sceneggiatura e nell’immagine: “Matilde Serao, Anna Maria Ortese, Benedetto Croce – ci racconta Marco D’Amore –  Vittorio Del Tufo, autore del libro da cui prende titolo film. Ho seguito un lungo percorso di letture e ricerche per poter cominciare la stesura.”

Dagli schermi degli smartphone, alle telecamere che lo inseguono per la realizzazione di un documentario che possa sciogliere finalmente il mistero della città, D’Amore abbraccia e raccoglie voci delle strade, soprattutto di chi gli conferma che Napoli continua ad essere bella, unica e rimedio alla solitudine.

Ma quanto più l’immagine si affolla di corni, scongiuri, rituali, più la sua anarchia emerge involontaria: una Napoli a pezzi, come quella fragile, da street art, firmata da Zeal Off e They Lived (“Trentacinquesimo anniversario non autorizzato del poster di John McConnell come contributo all’immagine culturale della città”).

Un presagio che conferma le testimonianze successive: qualcosa è cambiato, perso, forse irrecuperabile: “Napoli è bella, ma non abballa”. Così per poter trovare una risposta, dal suo attraversamento in largo e superficie, D’Amore propone allo spettatore di guadare Napoli in verticale, rispettando la sua conformazione nei secoli: la stratificazione.

Cimitero delle Fontanelle, Castel dell’Ovo, cappella del Cristo Velato, Catacombe di San Gaudioso. Il regista non preferisce una sola soggettiva della città, ma parla con tutti: signore dei bassi e principe di Sansevero, scienziati e storici, vivi e morti, perché in fin dei conti questo è non il mistero, ma il tratto distintivo di Napoli: l’impossibilità di marcare un confine e saper trovare la sua identità in un eterno mescolamento che non ha pace.

Marco D’Amore nel suo film “Napoli Magica”

Quello che di bello c’è in Napoli è la sua pluralità di vedute, perché se penso ai registi che ultimamente hanno inquadrato e raccontato la città – continua D’Amore –  ciascuno l’ha fatto con punti di vista differenti, con storie agli antipodi, perché Napoli si rigenera continuamente e offre spunti di riflessione che sono profondamente diversi tra loro, qualora si riesca ad intercettarli. Guido Piovene, che è stato forse un precursore della scrittura di indagine in ‘Viaggio in Italia’, racconta la città come l’unica vera metropoli italiana, perché unica ed universale. Unica per le ragioni che la connotano, ma universale perché chiunque da qualsiasi latitudine, può ritrovare un pezzo di casa standoci. Napoli è diversa, multietnica, non solo in termini storici ma anche sociali”.

E senza arrogarsi il diritto di essere discussione accademica, Napoli Magica mischia fiction e documentario, con l’intento mirato non di educare, bensì di passeggiare nella storia senza intrattenersi troppo.

Che sia un invito alla curiosità per scoprire una città, ma senza promettere impegno o definizioni a lungo termine. Anche perché l’intuizione più grande della seconda prova di regia per D’Amore, è arrendersi al mistero, all’irrisolto, anche all’impossibilità di spiegare razionalmente cosa sia Napoli, la sua magia, il suo equilibrio, come un uovo custodito nelle segrete di un castello senza mai rompersi.

Sono partito partito da un luogo comune che racconta la città: si dice sempre di Napoli che sia un palcoscenico en plein air. Magari del palcoscenico mi interessa la sua struttura, la superficie su cui si agitano gli attori ed è il luogo in cui la gente vive, si anima; però il palcoscenico è cavo, costruito come una cassa armonica, oltre la superficie ho provato a scendere nei sui anfratti più bui a provare ad ascoltare le voci che ancora la agitano.”

Maradona e spiriti, fantasmi e rumori, zie suore e munacielli: nel momento in cui l’oggettività mostra il fianco per tutte le mancanze d’analisi, arriva il racconto, inatteso come un fiume sotterraneo, simbolico come un branco di asini guidati da Pulcinella.

Guidato da sirene e stormi di scugnizzi nelle profondità di Napoli, quasi da personaggio di Tiziano Sclavi, D’Amore interroga anime e testimoni, il contemporaneo e la storia, smorzando la tragicità con gli intervalli comici di Gigio Morra e Marcello Romolo (Totò e Peppino, per nome, ma più Groucho come identificazione).

Che Napoli non è mai un punto di arrivo, piuttosto l’emblema della transitorietà del visibile e custode dei segreti che devono restare impercettibili.