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Perché ci ricorderemo a lungo di “The Fabelmans” di Steven Spielberg

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Perché ci ricorderemo a lungo di “The Fabelmans” di Steven Spielberg
Steven Spielberg al National Board Of Review Annual Awards Gala 2023 a New York (© Lev Radin/Pacific Press via ZUMA Press Wire)

Combattere i pirati, sfuggire ai nazisti, correre più veloce dei dinosauri. Difficile stilare una classifica dei talenti nel cinema di Steven Spielberg, ma riservando un posto sul podio alla cura della tecnica e l’assenza di noia, dettaglio principale resta aver insegnato a desiderare oltre l’immagine e le trame.

Abbiamo pedalato incontro alla Luna, nuotato con gli squali, liberato ostaggi a Berlino Est. E nessuno ha mai imparato a dire basta. Perché il superamento dei propri limiti e la fantasia, che non resti pura utopia ma creatività, è la vera scuola della filmografia del regista.

Vivere, vivere può essere un’avventura straordinaria” ripete Robin Williams in chiusura di Hook – Capitan Uncino (1991) e il cinema di Spielberg ha sempre avuto l’ambizione di trovare della straordinarietà nel quotidiano, come falsificare lauree e vivere da piloti, abitare in aeroporto e salvare ebrei da Auschwitz.

Quando hai un sogno solitamente non viene a urlarti in faccia” affermava durante un incontro pubblico, qualche anno fa. “Le cose più difficili da ascoltare, i tuoi istinti e le tue particolari intuizioni umane, sussurrano sempre, non urlano mai“.

Il film premiato ai Golden Globe 2023

Per questo motivo The Fabelmans, ultimo titolo del regista, attualmente in sala e vincitore di 2 Golden Globe, miglior film drammatico e miglior regia, che racconta le ambizioni non solo del giovane Sammy, alter ego di Spielberg, ma di tutta la famiglia, con i propri egoismi e aspirazioni (“Uomini da fiaba”, suggerirebbe il titolo), è l’opera che racchiude e spiega, sussurra e traccia tutti i precedenti in sole due ore e mezzo, perché “i film sono sogni, tesoro, che non dimenticherai mai“.

Lontano dal consegnare un biopic sull’adolescenza, Spielberg si avvicina con cautela e pudore alla storia domestica per raccontare l’inizio della grande passione, il cinema. Eppure, come già aveva ricordato nel documentario diretto da Susan Lacy – Spielberg (2017) –  tutti i suoi film sono ricchi di riferimenti all’infanzia e alla separazione dei genitori.

Lo spazio suburbano, i bulli, la difficoltà di vivere in una casa diversa dalle altre. Dietro ogni grande impresa, da Indiana Jones a Jurassic Park, c’è sempre il ritorno a un archetipo, a una storia che riesca a contenere tutte le altre. Un Cunto de li cunti, avrebbe detto Giambattista Basile.

Anche perché cosa sono le relazioni famigliari se non una versione semplificata e una preparazione alla vita da adulti? Così è difficile non tracciare un filo rosso che colleghi il padre assente in E.T. al disinteresse genitoriale di Robin Williams in Hook, lo studioso Sean Connery/Henry Jones Sr alla scena a specchio durante il pranzo tra Roy Scheider e il figlio ne Lo squalo.

Il rapporto del regista con suo padre

La contiguità per ri-conoscersi ha bisogno di seguire gli stessi gesti, riproporre l’identica sequenza di scelte. E proprio intorno a un tavolo, Spielberg, fa la sommatoria del rapporto con suo padre in The Fabelmans: “Io so che lavorerai come un demonio”, afferma Paul Dano/Burt, “qualsiasi cosa finirai a fare, perché sei tale e quale a tuo padre. Non succederà mai di non conoscerci, Sammy”. I figli non si identificano solo dall’algebra, ma dalla caparbietà, quell’ostinazione dell’andare avanti mentre gli altri pensano: è pazzo.

E Sammy/ Steven non perde occasione per mostrare il percorso realizzato, lo sforzo compiuto perché quello che per lui era sempre stato lavoro non fosse più chiamato hobby. Come una scatola dei cotoni, Spielberg apre l’immagine sui trucchi e le conquiste realizzate, le invenzioni per non essere più esasperati dal rimprovero: “È finto“.

L’artigianalità del suo cinema – la scoperta dolorosa del montaggio, i buchi nella pellicola con le spille, l’importanza dell’immedesimazione per recitare – è la storia che viaggia in parallelo, una crescita in solitaria rispetto alle dinamiche del gruppo, quella separazione insanabile che lo zio Boris riassumerà in un gesto: due braccia distanti, arte e famiglia.

Scappa quanto vuoi, boychik, ma tu lo sai che non sto parlando a vanvera, tu farai i tuoi film, farai la tua arte e ti ricorderai quanto fa male: per i tuoi sarai sempre un esiliato“. Una solitudine pagata a caro prezzo, ma con dei benefici: sarà solo grazie al cinema che Sammy riuscirà a dimenticare momentaneamente il dolore, le liti, a vedere nel dramma di una separazione un’occasione per realizzare ognuno le proprie ambizioni, al netto della morale e di un’accezione negativa di egoismo.

 

Il cinema per sopravvivere al reale

Al pari di Diego Armando Maradona che ripeteva “solo in campo la vita sparisce“, è solo nell’inquadratura di Sammy, negli schermi dei computer del padre Burt o negli spartiti per pianoforte a cui abbandonarsi della madre Mitzi, che si può cercare una sospensione dall’angoscia. Ad ognuno il rettangolo che preferisce, purché ci sia una distrazione dalla vita che passa. Senza mai perdere di vista l’orizzonte, come suggerisce John Ford.

Se c’è una bellezza che andrà oltre i decenni per The Fabelmans è la capacità di trovare nel cinema, un manuale di sopravvivenza all’eccezionalità del quotidiano. Perché anche quando sembra che l’arte sia distante dalla vita, una sola inquadratura può farci vedere quello che ad occhio nudo non si è riusciti capire.

Può spingerci ad una narrazione migliore di noi stessi, a superare le aspettative prefissate. Una storia d’amore e gratitudine che Spielberg, quasi ottantenne, non esaurisce. Un film che tiene insieme, proprio come la cabina armadio di Sammy con il proiettore, i particolari più intimi e i sogni, le ambizioni e le proprie solitudini.

La vita come un’avventura straordinaria, naturalmente.