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Pupi Avati e l’horror in versione padana

E soprattutto debbo molto a nostra madre, che ci ha insegnato l’impensabile”. L’ultimo dei ringraziamenti è per lei. La madre che, rimasta presto vedova, lo ha allevato assieme al fratello Antonio.

L’orto americano di Pupi Avati non è una storia di madri. Tuttavia, sono loro il motore che avvia la storia. C’è la mamma da cui il protagonista deve allontanarsi partendo per l’America e per il sogno di diventare scrittore. “Mia madre non vuole che parli con le fotografie dei nostri morti”, scrive con tratto autobiografico Pupi, che a Roma – prima di andare a dormire – tutte le sere riserva davvero un ultimo saluto alle immaginette degli affetti scomparsi, raccolte in un’apposita stanza.

Sulle tracce di una donna scomparsa

Ma soprattutto c’è un’anziana vicina di casa in Iowa, che vorrebbe scoprire quale fine abbia fatto la figlia partita per l’Italia durante la guerra e di cui si sono perse le tracce.

A seguire le sue orme, indagando nelle paludi del delta del Po, è il giovane aspirante scrittore, che casualmente aveva incrociato la bella Barbara desaparecida: “Così comincia l’amore di un ventenne nella Bologna appena liberata dagli alleati. Lui sa che le potenzialità di quell’amore sono infinite. Che sanno creare l’impossibile”.

Creare l’impossibile, insegnare l’impensabile: la scrittura prende spazio in un fluttuare fra realtà e immaginazione, mentre il ragazzo decide di tornare in Italia a risolvere l’enigma della scomparsa.

Dal romanzo al set

Nei suoi 55 anni di costante attività, fra lavori per il cinema e per la televisione, Pupi Avati ha diretto quasi una settantina di film, di cui è regolarmente autore, oltre che regista. Ha anche pubblicato una ventina di libri, che non sono sceneggiature cinematografiche ma romanzi che dipanano la stessa storia con le parole anziché con le immagini. Succederà anche con L’orto americano, nato come “Romanzo del genere Gotico Maggiore” e di cui adesso sta girando il film.

L’humus padano

Un film che sembra destinato a incrociare le due strade maestre dell’autore.

L’una è quella della struggente amore per la sua Bologna, per le storie di ragazzi e ragazze di un tempo andato, per i ricordi di gite scolastiche, feste di laurea, amici del bar Margherita.

L’humus emiliano, con le sue umide nebbie che conservano e riportano in vita i ricordi, trova in alcuni casi momenti speciali, come di recente nella vicenda di papà e mamma Sgarbi in Lei mi parla ancora, o più indietro nel tempo nel bellissimo Una sconfinata giovinezza dove la memoria è quella che Fabrizio Bentivoglio perde per sempre, o ancora prima nel Papà di Giovanna che fra i tanti premi vinti regalò anche a Silvio Orlando la coppa come miglior attore alla Mostra di Venezia.

L’Orto degli orrori

L’altro sentiero narrativo che Pupi Avati percorre regolarmente fin dagli esordi è quello dell’horror. In versione padana, dove le case hanno “le finestre che ridono” o dove il “signor diavolo” trasforma bambini in assassini.

L’orto americano fa confluire le due poetiche. Da una parte la ricerca, i cui capitoli sono cadenziati dai nomi dei santi (da “Martedì 15 maggio 1945, sant’Isidoro” a “Giovedì 3 ottobre 1946, san Gerardo abate”), si muove lungo la foce del Po, dove acque salate e acque dolci si incontrano, cadaveri di soldati marciscono abbandonati lungo gli argini.

Dall’altro lato, si insinua il côté gotico, un horror che parte proprio dall’Orto del titolo, dove urla notturne inducono a scavare e da un vaso emerge un criptico biglietto: “Questa vagina di aquila che fende l’aria profonda di ragazza americana in alto con le fulve ali che ho amato fiduciosa nella sua forza la notte, si nascondono per la paura gli uccelli canori del mio genetliaco nel santo mese di ade”.

E che prosegue con cadaveri forse viventi, con una casa del terrore, con “un orrore che è oltre ogni immaginazione… Attiene a quell’oltre che è nella rinuncia a ogni ragionevolezza”.

Fra l’uno e l’altro genere, c’è di mezzo un ospedale psichiatrico. Ma anche se nel battezzato “Lieto fine” dell’ultimo capitolo gli anni sono trascorsi, il presente non è più fradicio dei passati orrori e “gli aironi e gli stessi angeli si confondono nelle loro traiettorie celesti”, nel delta del Po non tutto L’orto americano si spiega con follia e allucinazioni.