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Perché Cristina Comencini ha chiamato suo figlio Carlo Uljanov Calenda

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Perché Cristina Comencini ha chiamato suo figlio Carlo Uljanov Calenda
Cristina Comencini alla Festa del cinema di Roma nel 2019

Sapete che cosa hanno in comune Carlo Calenda e Lenin? Prima risposta: sono nati entrambi in aprile, il 9 l’uno e il 10 l’altro, a un secolo e tre anni di distanza. Seconda risposta: arriva in fondo.

Scampoli di assenza” li “rapputterebbe” Claudio Bisio. Blackout improvvisi, senza alcuna ragione medica. Momenti in cui la testa prende e va da un’altra parte, in un’altra epoca e in un’altra identità. Cristina Comencini dice che all’origine del suo nuovo Flashback ci sono questi episodi che le sono realmente accaduti, quattro volte per quattro diversi viaggi mentali. Era lucida, ma non sapeva più chi era. E nel frattempo nascevano le storie di quattro donne che attraversano i secoli.

La Comencini è una delle quattro figlie del regista Luigi, di cui molti ricordano il televisivo Le avventure di Pinocchio ma che firmò film importanti come Pane, amore e fantasia o Tutti a casa.

Cresciuta in mezzo a donne, di donne ha sempre scritto. Le ha raccontate nei libri – compreso il Lucy che riesuma una nostra antenata del Paleolitico– e le ha anche spesso accompagnate da un medium all’altro, come nel candidato all’Oscar La bestia nel cuore o in quelle Due partite dove il gioco e le chiacchiere di madri e figlie sono diventati film e spettacolo teatrale.

In Flashback così, quando cade preda di queste “amnesie globali transitorie” (così le definisce la scienza), sono donne quelle che le appaiono, con cui confronta la propria identità svanita. C’è la cocotte Eloisa nella Comune parigina e c’è la diciassettenne Sheila nella Swinging London, in mezzo ci sono la Sofia della Rivoluzione russa ed Elda nel Friuli insanguinato del Porzȗs.

Mentre l’autrice spiega la propria esperienza come “un’immersione in un vuoto da cui esci frastornata e dove sparisce il tuo io”, i suoi personaggi legano le loro storie alla Storia grande. Sperimentano solitudine e coraggio, attonite davanti a ciò che avviene oppure decisamente reattive, tutte in ogni caso pronte al riscatto. Tutte, in più, in qualche modo accompagnate in questo percorso dai libri o dal cinema o dalla musica: dall’arte.

Il primo racconto, Le scarpette rosse, ha come nume Victor Hugo, scrittore a cui la fotografa coprotagonista dedica un amore assoluto e irrealizzato. Nella Carrozzina la Comencini sottolinea la passione del padre per Tolstoj, lettura a lungo condivisa in famiglia.

Stella alpina invece è sulle favole di Perrault, e le illustrazioni di Gustav Doré, che fa leva per apparentare la protagonista Elda a una Cenerentola della Resistenza. Elda (di cognome Turchetti) è una ragazza realmente vissuta, anche se per pochi anni: accusata di aver tradito i partigiani, poi assolta, poi trucidata, condivise la sorte con Guido, il fratello partigiano di Pier Paolo Pasolini, che a 19 anni fu anche lui vittima dell’eccidio.

Mentre nell’ultimo episodio, Il malinteso, è la musica della Londra anni Sessanta – accompagnata da tante citazioni cinematografiche – a fare da colonna sonora a un episodio di amore e abbandono.

In quest’ultimo, come in tutti i quattro racconti, tra le righe di ogni storia si snodano intanto i ricordi e i momenti che hanno tratteggiato la vita dell’autrice, che con i suoi personaggi si confronta, interloquisce, racconta il proprio modo di affrontare separazioni e maternità.

Frammenti in cui la narrativa si specchia nell’autobiografia. Succede anche nella Carrozzina, dove si affrontano e scontrano maternità e politica, mentre la giovane Sofia si ritrova a dialogare (tema: per il mondo nuovo puoi fare di più con la politica o con il teatro, quando quest’ultimo è il tuo mestiere?) con Sergej, che è quell’Eizenštejn regista della Corazzata Potëmkin.

Il gioco delle immedesimazioni fra realtà e finzione conduce a fornire l’ultima risposta alla prima domanda. Nel gelo e nella passione di quei giorni, Sofia al bambino che mette al mondo decide di dare il nome di Lenin: Uljanov, come Vladimir Il’ič Uljanov.

Nel 1973, madre (e pure lei combattente politica) 17enne, Cristina Comencini chiama il suo primogenito Carlo Uljanov Calenda.

Flashback: quando c’erano i comunisti…