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“La resistenza delle donne” di Benedetta Tobagi

Da complemento a soggetto. Il senso del libro di Benedetta Tobagi si potrebbe riassumere nella scelta del titolo e del complemento di specificazione: La resistenza delle donne. Non “Le donne della resistenza”: non (solo) la storia delle ragazze e delle madri, delle ricche borghesi e delle povere campagnole che hanno fatto la guerra partigiana. Come sottolinea l’autrice: “Non era mai successo prima che le donne entrassero in scena da Protagoniste. Non così numerose, e di ogni condizione sociale”. Entrano da protagoniste e il 25 aprile 1945 si rifiutano di uscire da comparse, come tanti vorrebbero. Perché la lotta resistenziale continua ancora oggi, fra corsi e ricorsi della liberazione femminile.

 

Tobagi il suo racconto lo svolge con il cuore e con un finale autobiografico, accompagnando nel percorso alle parole le immagini, fotografie e ritratti d’epoca. Alcuni di quei volti femminili all’apparenza composti, con i capelli gonfi e un filo di perle, sembrano appartenere a un passato incommensurabilmente lontano.

Ma poi nel bianco e nero appaiono le prime ragazze in pantaloni: prima che la guerra le portasse in montagna, non avrebbero mai osato indossarli, addirittura si sciava in gonna, però poi qualcuna opta per i calzoni.

Facendo questa scelta sta già combattendo una guerra, che non è più solo partigiana, perché contro di lei si schierano anche i compagni, impreparati ad avere al proprio fianco donne senza le gonne, femmine che sanno imbracciare il fucile e non solo il mestolo, o che fumano in pubblico esibendo la sigaretta come “un piccolo manifesto di libertà”.

Da una parte l’autrice racconta il “Maternage”, l’accudimento di cui si fanno carico mogli e madri e figlie a partire dall’8 settembre, per proteggere quei ragazzi sbandati, in fuga, ancora confusi, affamati e infreddoliti. Li curano, li nascondono ai tedeschi, li rivestono cucendo coperte e stoffe ramazzate ovunque, nell’estrema povertà in cui la guerra ha ridotto tutti.

Dall’altra parte, però, il bisogno di opporsi ai nazi-fascisti diventa necessità di rivendicare una propria identità, che le brigate partigiane – le bianche cattoliche che la donna la immaginano mamma e basta, ma anche le rosse che nei confronti del femminile, come confermerà poi la storia di Iotti/Togliatti, mantengono una forte diffidenza – spesso non sono pronte ad accettare.

All’inizio fra i combattenti tanti non vogliono presenze femminili, sono convinti che le compagne rischino di distrarre dalla lotta, che si creino situazioni troppo promiscue, che il “sesso debole” non sia in grado di lottare e resistere ai pesanti disagi. Ma “essere donna è avere la guerra dentro, sempre, da sempre”.

Così, Benedetta Tobagi racconta le storie di Lenuccia nelle Quattro giornate di Napoli, di Rosetta che fa da collegamento con la Spagna e la Francia, di Piera la futura nuora di Piero Calamandrei, di Tina Anselmi che a 16 anni vede impiccati in piazza a Bassano del Grappa 43 ragazzi e decide che non può stare ferma ad aspettare che tutto finisca, di Carla Capponi discendente di Virginia Woolf, di Ada vedova di Piero Gobetti che è fra le prime a voler fondare una compagine partigiana femminile, i Gruppi di Difesa della Donna, di Mariassunta Fonda Gaydou che lascia il fidanzato quando lui non vuole più lottare in montagna.

Di tantissime donne, qualche nome conosciuto e la maggior parte dimenticati, alcune che dopo hanno continuato a impegnarsi e altre risucchiate dalle famiglie che nell’Italia del ‘45 le richiamano ai fornelli apostrofandole con “Ti sei divertita? Adesso torni a casa, sperando che tu sia ancora ‘sana’ e qualcuno sia disposto a spostarti”.

Ma le ragazze e le donne come fanno a dimenticare tutto? A scordarsi quel rossetto usato per distrarre i soldati mentre portavano messaggi essenziali, quell’esplosivo nascosto nel reggiseno (“finalmente non ero più piatta”, commenta la partigiana), quelle torture affrontate senza aprir bocca (se non per perdere, a furia di botte, 30 denti)?

Soprattutto le più giovani, quelle nate negli anni Venti quando già il fascismo era dittatura, ma cresciute anche con il cinema e le riviste di moda: loro soprattutto non possono accettare quando alle manifestazioni per la Liberazione viene detto – ricorda Trottolina – che è meglio non sfilino, perché la gente le considera “puttane”.

Dice Marisa Ombra: “Finiva per noi ragazze la trasgressione, la nostra vita non sarebbe mai più stata straordinaria”.

Analizza Ada Gobetti: “Intuivo che cominciava un’altra battaglia: più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta. Si trattava ora di combattere non più contro la prepotenza, la crudeltà e la violenza – facili da individuare e da odiare – ma contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire”.

Il 2 giugno 1946 per la prima volta le donne avrebbero avuto il diritto al voto. Da lì si è ripartite. E La Resistenza delle donne non si è fermata.

Nonostante tanti inciampi a seguire, indietro (quasi) nessuna è stata più disposta a tornare.