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Bret Easton Ellis torna ma non è più lui

Bret Easton Ellis non abita più qui. O meglio: lo scrittore polemico, ironico, ipercinetico ha ceduto il passo all’ennesima versione di sé per il suo ultimo romanzo, Le schegge (Einaudi 2023, 737 pp., eroica traduzione di Giuseppe Culicchia).

Un “nuovo Bret” che l’autore, prima di cominciare il percorso di autofiction sull’autunno 1981, si preoccupa immediatamente di denunciare nell’introduzione: “Quel personaggio tipo principe delle tenebre che i miei lettori da sempre pensavano incarnassi stava infine svanendo“.

Il nuovo romanzo e la svolta

Un Ellis costruito su misura con eccesso di descrizioni e ripetizioni, maniacale nelle ossessioni, immediatamente sensibile a ricordi, desideri, paure. Ma pur seguendo una meccanicità forzata, è il naturale effetto di una presa di coscienza: il mondo è cambiato. Non solo la “Los Angeles dell’Impero”, ma un’intera umanità si è sostituita all’altra nel 2023: come spiegare ai nativi digitali e ricordare ai nostalgici analogici un modo di sentire, guardare, amare, e anche fingere, estinto per sempre?

Per questo motivo Le schegge, lontano dall’essere un semplice esempio di recupero del passato, è un romanzo che si concede l’azzardo di fare un passo in più: è una letteratura dolby surround, un Metaverso in pagine che Ellis mira a creare.

Una storia ambientata a Los Angeles a inizio anni ’80

È l’autunno del 1981, una Los Angeles in cui i segreti sono ancora possibili, e alla gioventù è concesso non preoccuparsi di Ronald Reagan. Un mondo percepito in modo globale grazie a quello che il Bret diciassettenne continuamente ascolta – Vienna degli Ultravox, Time for Me to Fly dei Reo Speedwagon, We Can Get Together degli Icehouse, Clubland di Elvis Costello And The Attractions, solo per citare i fondamentali, ma i lettori potranno trovare intere playlist su Spotify e YoutTube – visibile nelle divise preppy, con Calvin Kline e Gucci, i Wayfarer e lo stile “Finzi-Contini” che ama indossare, nei libri di Joan Didion e Stephen King che continua a rileggere, nei dettagliati tragitti delle strade di Los Angeles che attraversa di notte a bordo della sua Mercedes 450 SEL – con piani sequenza che ricordano i titoli di apertura de Il lungo addio di Robert Altman – tra ristoranti esclusivi, centri commerciali e locali alternativi.

I delitti del serial killer

Una fitta rete di informazioni tesa a creare lo sfondo iperrealistico su cui si racconta la sequenza di omicidi ad opera del Pescatore a strascico, serial killer anche colpevole di atti brutali contro animali domestici, irruzioni nelle case delle vittime, sequestri e mutilazioni.

Ed è qui che il vero Ellis, non il narratore sessantenne e neppure il diciassettenne aspirante scrittore, vive e si diverte: “Perché sei cosí turbato? chiese il visibilmente partecipe. Che cos’è che ti turba tanto? mi chiese. Niente di tutto questo è reale“.

Lo stile e la scrittura

Grazie allo sdoppiamento borghese, che vede il giovane Bret e i suoi amici eternamente costretti a recitare un ruolo nelle dinamiche di una scuola privata dell’alta società californiana, e all’ambizione del suo alter ego da giovane – “O magari quello era il numero nell’elenco e io sentivo cose che non c’erano perché ero uno scrittore” – Ellis gioca a confondere realtà, menzogna e sogno, modulare le velocità, dilatare il tempo e lo spazio, tornare indietro con effetto moviola, approfondire, e mai perdersi, tutto per smarrire il lettore, confonderlo, eppure tenerlo inchiodato per più di settecento pagine. “Oh is that concrete all around/ Or is it in my head?” potrebbe chiedersi come David Bowie, il giovane Bret.

Il rapporto dello scrittore con il cinema

E compito di primo piano assume sicuramente il cinema. Se è determinante nell’economia dell’azione, attraverso il personaggio del produttore di Hollywood, Terry Schaffer, il grande schermo e la sala sono lo specchio del tempo che passa, che riflette uno scorrere inesorabile di desideri, immagini – su tutte l’ossessione erotica per Richard Gere in American Gigolo (1980) – e visione: “Invece, mi godetti la sala – la mia preferita a Westwood e la piú grande, con oltre millequattrocento posti; era un vasto mondo a parte in cui mi rifugiavo ed era uno dei pochi posti in cui sapevo di potermi salvare – perché all’epoca i film erano una religione, potevano cambiarti, alterare la tua percezione, potevi protenderti verso lo schermo e condividere un istante di trascendenza, in quella chiesa tutte le delusioni e le paure venivano spazzate via per qualche ora: i film avevano su di me l’effetto di una droga“.

Una riflessione laterale che ricorda le prime pagine del saggio biografico di Quentin Tarantino, Cinema Speculation, uscito all’inizio di quest’anno, e l’affresco Licorice Pizza (2021) di Paul Thomas Anderson.

Una riflessione sui “vecchi” americani

Decadenza occidentale o l’America comincia a essere cosciente della costruzione narrativa della Storia? Sta di fatto che attraverso il cinema, gli americani, che siano registi o scrittori, si stanno preoccupando per la prima volta di invecchiare.

O meglio: di essere diventati qualcosa di diverso, un “nuovo Bret” che ricorda vagamente il vecchio, eppure sa di custodire la certezza: niente sarà più uguale.