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Fatma, mamma la turca!

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Fatma, mamma la turca!

A Berlino le più eleganti sono proprio le turche. Non tutte, solo le ragazze di seconda e terza generazione con la testa velata. Sono talmente eleganti da lasciare senza fiato, ma naturalmente non indossano le ultime creazioni di Jil Sander. Hanno un loro modo di vestire cui rimangono fedeli fino alla fine: calzature con la zeppa, pantaloni di nylon nero dall’aria scadente ma di taglio moderno, soprabiti di finta pelle, eleganti fazzoletti da testa nei colori di moda, lunghe giacche intonate al velo…(…) Tornai a casa verso sera, pervasa da una piacevole stanchezza e con un aspetto fantastico. Una delle cose che mi piacciono di più di Istanbul è proprio l’aspetto curato dei suoi abitanti: qui è assolutamente normale andare dal parrucchiere o dall’estetista. In Germania, invece, le donne si tagliano e si tingono i capelli da sole; anche mia madre e le mie amiche fanno così. Manicure, pedicure e cura della pelle sono concetti estranei alla maggior parte dei tedeschi, di conseguenza le strade sono piene di gente che non si può guardare in faccia. (Esmahan Aykol, Hotel Bosforo, traduzione di Emanuela Cervini, Sellerio)

Il nostro Glorioso Presidente Del Consiglio, Sua Migliorità Mario Draghi, ha di recente definito il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan un «dittatore». E va bene, abbiamo tutti applaudito la franchezza del Nostro Leader, me compreso. Ora, voi capite che se Erdoğan è un dittatore, la Turchia è per forza una dittatura: se no, il povero Erdoğan, dove ditta? E se la Turchia è una dittatura, immagino che tutta l’industria culturale turca sia sottoposta a un controllo ferreo. Per dire, una dittaturella l’abbiamo avuta anche noi, in Italia, e più o meno sappiamo cosa fosse la censura fascista. Quindi mi aspettavo che Fatma, la serie di questa settimana (che, guarda caso, è turca), mi riservasse, chiedo scusa fin d’ora, ma non posso esimermi, cose turche: gente che fuma una sigaretta o un narghilè dopo l’altro, patriarchi che bevono litrate di caffè, dittatori che lasciano donne sedute su divani scomodissimi. Divani eh, nemmeno un’ottomana che è una; e nessuno che dicesse cose del tipo io sono turco, turco dalla testa ai piedi, ho persino gli occhi turchini o io sono Ottomano… Tu ne vedi due, ma io ne ho altre sei! Niente di tutto questo, porca miseria. Non ho visto una sigaretta che è una, e la cosa mi ha lasciato un po’ così, lo confesso. Allora ho cercato di vedere se, in questa serie prodotta sotto dittatura, si vantassero le magnifiche sorti e progressive dell’Impero Ottomano e del suo Dittatore: macché. Niente: non un inno nazionale, non un ritratto del pacioso baffuto. Ora, scherzi a parte: se è vero come è vero che Erdoğan è un dittatore, va detto che la sua censura sa fare il suo mestiere. Perché se la censura turca se ne esce con un prodotto spettacolare come Fatma, allora forse dobbiamo farci due domandine sul perché noi, Gloriosa Repubblica Democratica, sono decenni che a una cosa così non ci avviciniamo nemmeno col cannocchiale.

Ora, la serie un difetto ce l’ha: ci sono troppi colpi di scena. Eppure, vivaddìo, abbondandis in abbondandum! In questo periodo di sceneggiatori stitici che ci abboffano di atmosfera perché non son capaci a inventarsi delle trame decenti, ben vengano gli ottomani a insegnarci che se vuoi raccontare una storia, la storia ci deve essere, non basta che la protagonista pianga a lungo nel tinello maledicendo il destino cinico e baro. E qui la protagonista è, appunto, Fatma, una donna delle pulizie a Istanbul, interpretata da una magnifica, magnifica (due volte, ma fate conto che siano almeno dieci) Burcu Biricik. Un’attrice di prim’ordine che spicca in un cast di professionisti che non ti aspetti, e dopo mezz’ora della prima puntata sei lì e non riesci a staccarti da una serie turca e ti chiedi perché se guardi quelle italiane, dopo dieci minuti ti chiedi cosa hai fatto di male per meritartele. E ti chiedi perché devono arrivare i turchi a raccontarci una figura femminile così intensa, così complessa, così forte come non se ne vedevano dalla Gena Rowlands di Gloria (John Cassavetes, 1980). Lo so, sto recriminando e non dovrei, ma io sono e resto un fan e ragiono come un fan. Di Fatma ne vorrei vedere mille. Fatevi un favore: guardatevi questa serie e chiedetevi perché di un prodotto così ben strutturato, che va molto al di là delle icone femminili del femminismo che lucra (perché ci lucra) sul pianginismo, non si parli ovunque e a lungo. Io la risposta ce l’ho, ma piuttosto che mettermi a litigare mi vado a cercare tutto quello che hanno fatto gli autori di Fatma. Su Netflix.