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La Sicilia, l’Italia e il cortocircuito della memoria

Questo è un articolo che mi costa molto. Un tentativo di analisi che, anzitutto, fa male a chi lo scrive. Ma ha detto qualcuno che questo sarebbe il compito della scrittura: non rassicurare, bensì dubitare, scombinare. Con la parola. C’è, a questo proposito, una bruttissima parola, a Palermo, per calunniare l’annuale ricorrenza delle stragi del 1992. Un nomignolo fastidioso, urticante, irriverente: le Falconeidi. Se provi a fare una ricerca su Google, scoprirai che l’infangante epiteto non si trova su internet, dove pure puoi rintracciare tutte le parole del mondo. Quel detto inventato, greve, velenoso, privo di vocabolario, e persino di dignità, fa parte infatti di una storia nascosta, catacombale, umorale, persino insidiosa, ma non per questo meno reale. Eppure mai nessuno vuole che questa storia emerga all’evidenza, tanto è irrispettosa e imbarazzante. Il termine Falconeidi ha infatti come scopo il dileggiare quel considerevole apparato retorico e celebrativo messo in campo, attraverso molteplici forme di ritualità, per ricordare i martiri degli eccidi mafiosi di quel tempo. Peggio: viene pronunciato anche da piccoli mafiosi e collusi o aspiranti tali di oggi, al fine di mostrare disprezzo verso chi combatté i loro antenati. Eppure, anche se strettamente in privato e mai pubblicamente, lo sussurrano da anni anche quelli che la mafia l’hanno sempre osteggiata. Chiamano anche loro la ricorrenza di Capaci le Falconeidi. Come è possibile? Si tratta certamente di un cortocircuito. Ma nessuno ci ha mai spiegato bene quale esattamente sia. Deve essere scabroso persino accostarvisi.

Un bel passo indietro, allora. Fino a dove tutto questo è cominciato. I siciliani, per lungo tempo, avevano convissuto con la mafia (salvo luminose eccezioni). Un lungo tempo sempre scandito da omicidi eccellenti (da Mattarella a Dalla Chiesa), dalla sanguinaria guerra di mafia degli anni ‘80 (oltre mille morti), dalle raffinerie di eroina trapiantate da Marsiglia in Sicilia (prima che si trasferissero e convertissero in cocaina in Colombia e Messico), con la narco-economia, con le prime forme arcaiche di necropolitica, poi affinatesi in Sudamerica.

Dopo le stragi del ‘92, i siciliani finalmente ritennero – bontà loro – che fosse stata superata ogni misura. Lenzuola bianche apparvero sui balconi delle case, per dire basta ai boss; uno sciopero della fame-staffetta venne organizzato da donne coraggiose in piazza Politeama, in pieno centro di Palermo, come le madri dei desaparecidos in Argentina o quelle delle donne scomparse a Cuidad Juàrez; i funerali di Giovanni Falcone e Francesca Morvillo prima, Paolo Borsellino poi, e dei loro angeli custodi, registrarono una partecipazione di popolo senza precedenti. Lo Stato decideva finalmente di arrestare i responsabili di quei massacri, dopo decenni di protetta latitanza; le prime scritte antimafia apparivano sui muri delle strade siciliane, e la famosa foto che vedeva Falcone e Borsellino sorridenti iniziava a fare capolino in negozi, botteghe, ristoranti, case private. Era una prima volta: la Sicilia, si disse, sta cambiando. Ed era vero.

Tuttavia, per anni, la ricorrenza delle stragi fu esclusivo patrimonio siciliano. L’Italia se ne disinteressava, fuori dai circoli di esperti e addetti ai lavori. Ricordo una copertina del periodico Lo straniero di Goffredo Fofi, poi un’altra di Internazionale e poco altro. Ma, intanto, anche l’Italia si avviava a un’onda lunga di cambiamenti: il berlusconismo, il leghismo, il grillismo, l’antipolitica, la casta. La Tangentopoli del ‘92, il crollo della Prima Repubblica, avevano lasciato un tale vuoto di valori che presto, dall’estrema destra all’estrema sinistra, passando per il centro, i caduti per mano mafiosa divennero le uniche icone condivisibili, a rappresentare una residua unità ideale del paese. Tra le macerie di vecchie ideologie tramontate, i leader della Lega citavano Paolo Borsellino al pari di quelli della sinistra. Soffiava un vento nuovo, che avrebbe infine portato all’elezione di due siciliani, entrambi caratteristici della lotta alla mafia, alle due principali cariche dello Stato: Pietro Grasso, che era stato il giudice a latere del Maxiprocesso di Palermo, a presidente del Senato, e Sergio Mattarella, fratello di Piersanti, il presidente della Regione ucciso da Cosa Nostra, alla presidenza della Repubblica. Gli anniversari delle stragi divennero così appuntamento immancabile non solo siciliano. Ai cortei degli studenti intorno al cosiddetto albero Falcone e alla nave della legalità, che portava in quei giorni in Sicilia giovani da ogni parte d’Italia, si affiancarono ogni anno eventi mediatici importanti: lunghe maratone televisive, dibattiti, talk show, sedute speciali del CSM, una celebrazione ufficiale in diretta tv dall’aula bunker, dove a metà degli anni Ottanta venne celebrato il celebre Maxiprocesso.

Ma intanto erano accadute un altro paio di cose. La prima: a Palermo e in tutta la Sicilia si era formata una nuova categoria sociale, quella dei parenti delle vittime di primo piano, attorno cui si salderanno consensi ed alleanze – dal mondo cattolico a ceti popolari alle aristocrazie culturali – provenienti dalla famosa Primavera di Palermo, che – dopo lunghi interludi berlusconiani – saranno la base elettorale dell’attuale lungo viceregno del sindaco Leoluca Orlando. Indiscutibile il bagaglio di dolore di cui sono portatori i parenti delle vittime, inalienabile il loro diritto a rendere testimonianza e chiedere giustizia. Ma poiché non sarà giustizia quella che lo Stato potrà loro offrire (per i tanti misteri e depistaggi che accompagneranno i processi sulle stragi) verrà edificato come compensazione uno strano marchingegno: da un lato distinguerà parenti di serie A e parenti di serie B – in relazione alla differente importanza delle vittime e al grado di affidabilità istituzionale dei parenti; dall’altro verrà attribuito agli stessi parenti delle vittime – per senso di colpa collettivo e dello Stato stesso – un certo potere oracolare su temi di carattere generale relativi alla storia del paese. Cosa li legittimava? Solo il loro dolore, e il nostro rispetto per esso.

E poi, ecco il secondo accadimento: dietro la maschera di una nuova, sbandierata «legalità», arriveranno sempre più numerosi coloro per i quali l’Antimafia sarà solo un apparato di copertura per carriere e affari. Un fenomeno, quest’ultimo che andrà dalla gestione dei beni sequestrati, alla successiva assegnazione dei beni sequestrati stessi, persino alla costruzione di sistemi spionistici, che decidano infine chi è buono e chi è cattivo. Un malcostume che si diffonderà come la peste, al punto che alcuni anni fa persino don Luigi Ciotti, animatore dell’associazione Libera, propose di sciogliere l’Antimafia e di mai più far uso di una simile categoria, tanto ormai era colma la misura della sua degenerazione.

Tuttavia, mai si svuota il mare col cucchiaio: presto ogni polemica sull’Antimafia sarebbe stata riassorbita, segnando anzi nuovi salti peggiorativi. Per anni ogni pensiero critico è stato neutralizzato con la sostituzione degli attentati reali del passato con attentati sempre prossimi e virtuali: vorresti tu, era il messaggio, parlare in modo critico di un giudice, un leader antimafia, un giornalista, un testimonial, che forse sta rischiando la vita? Vorresti tu isolarlo come un tempo la borghesia mafiosa siciliana isolò il prefetto Dalla Chiesa, finendo così per favorire il disegno criminoso? E se poi l’attentato ci sarà veramente, tu che figura farai per avere criticato una vittima di mafia?

Una nuova forma di omertoso silenzio, in sostituzione di quello atavico che per decenni aveva favorito i boss, ora compartecipava a formare nuove aureole di indiscutibile santità. Attenzione: è grazie a questo perverso meccanismo – l’azzeramento di ogni pensiero critico – che stampa e osservatori si accorgeranno con enorme ritardo che, utilizzando un finto pentito, erano state depistate per decenni le indagini sulla strage di via D’Amelio. «Ma quelli non sono i buoni?», ci si diceva, «dunque come posso criticarli o sollevare dubbi?». Proprio per questo sono stati in tanti (non tutti) a chiedere scusa alla famiglia Borsellino, il cui congiunto è stato ucciso tre volte: una prima volta in via D’Amelio, dalla mafia; una seconda dal depistaggio condotto da apparati investigativi e giudiziari dello Stato; e infine una terza dall’allucinante silenzio di tutti noi che per decenni abbiamo accompagnato questo scandalo, pur di non avanzare dubbi e usare finalmente la ragione.

Intanto, cos’altro era cambiato, da quando gli anniversari sono diventati importanti avvenimenti? Hanno iniziato a presiedere le grandi kermesse antimafia personaggi che in passato – quando Cosa Nostra era ancora forte – avevano brillato perlomeno per neutralità, se non peggio. Al loro fianco, comici di mestiere si sono prodigati nel presentare – quali interlocutori più popolari ma anche più di comodo, poiché ingenui in materia – i libri annuali di famosi procuratori, investigatori, giornalisti: e non – si badi –  nelle sale o nei teatri, ma spesso anche in chiese consacrate, seduti spalle all’altare, sotto la croce, in contesti simili alle antiche unzioni degli imperatori, a conferma della sacralità intangibile del tutto. I reali processi di beatificazione ecclesiale di vittime illustri da parte della Chiesa, da Puglisi a Livatino, hanno poi fatto il resto. Il corpo dell’ammazzato diviene una modernissima reliquia (quello di padre Puglisi è stato sezionato all’uopo e suddiviso in varie teche), la sua memoria diventa pari a quella dei santi medioevali: intangibile, divinizzata, unta. Scompare dalla storia l’uomo reale, con i suoi difetti, per fare posto a entità celesti. Un nuovo culto degli eroi venne presto plasmato e rafforzato, quale unica religione civile praticabile in Italia, anche per assenza di ogni altro possibile valore condiviso.

Si è parlato spesso di inflazione della memoria, quasi a rimpiangere la precedente smemoratezza. Ma non è questo il punto. Questo tipo di memoria inflattiva non è neppure lontanamente vera memoria. Non ha più nulla a che fare con essa. Piuttosto, siamo di fronte a un grande apparato retorico di negazione delle verità più scomode e di ogni metodo di ricerca storica, in favore di una semplificazione elementare dei fenomeni. Un mondo manicheo, esclusivamente formato da «buoni» e da «cattivi», da tenebre e da luce, da mafiosi e cacciatori di mafiosi, improntato ad un ferreo dualismo, che anima un teatro di pure ombre. Un teatro chiamato a sostituire definitivamente le laceranti analisi che, in altri campi, hanno per esempio accompagnato la ricerca dell’adesione italiana al fascismo o quella, ancora più drammatica, delle radici naziste nel popolo tedesco.

Grande parte hanno avuto in questo le vanità personali, il bisogno di protagonismo e visibilità, la costruzione di una propria identità nel mondo, non importa se in gran parte fasulla e destituita di reale fondatezza. C’è un fenomeno grave di narcisismo che attraversa la storia di questa forma di memoria, almeno altrettanto che nelle questioni di ruolo e di genere oggi tanto in voga. C’è un bisogno psicanalitico di essere unti in qualche modo dagli eroi del passato, per essere noi stessi protagonisti di quella religione, che si rivela anche il mezzo più veloce per diventare famosi, grazie a una facile circonvenzione di pubblico incapace.

Cosa ha lasciato tutto questo? Una profonda regressione. Oggi la Sicilia, intesa come eterna terra di infedeli, nella quale l’Italia ha sempre scaricato le proprie pulsioni inconfessabili e le proprie segrete trame, vista e pensata alternativamente come paradiso del mito oppure giardino degli orrori, è tornata decisamente indietro. E con essa, inevitabilmente, anche l’Italia. Bastino i fatti. Ieri il palazzo dei veleni era il tribunale di Palermo, oggi è direttamente il CSM. Ieri le lotte tra apparati dei servizi segreti avvenivano nelle lontane e incomprensibili nebbie siciliane; oggi si consumano direttamente nei palazzi romani del potere e dei governi. La palma di Sciascia non si è limitata, come diceva lo scrittore, a salire verso il Nord; ormai ci vive direttamente, ben piantata.

E in Sicilia è rispuntato un singolare fenomeno, testimoniato da quel mondo fantastico e immaginario fabbricato dalle fiction e dai libri: o in Sicilia è tutto mafia, carte giudiziarie e processi del secolo, oppure la mafia non c’è per nulla, scompare dal contesto come per magia. Una ricetta, quest’ultima, di cui si carica la responsabilità ad Andrea Camilleri, che nell’epopea del commissario Montalbano quasi mai ha collocato Cosa Nostra siciliana al centro delle storie. Ma è un giudizio ingiusto. Camilleri ha cancellato la mafia dalla sua Sicilia in maniera talmente evidente da renderla, alla fine, indirettamente visibilissima. La sua operazione, poi, non pretendeva certo di lasciare eredi. Derivava piuttosto, a suo stesso dire, da un rovello: gli effetti creati da Il giorno della civetta di Sciascia, quando il primo libro che doveva romanzare, denunciare e divulgare il fenomeno mafia (anche presso chi non lo leggeva sui giornali, disse l’autore) divenne un film, ed ebbe un destino opposto: contribuire a creare una certa aura romantica attorno alla figura del boss. Problema reale, che angosciò lo stesso Sciascia, per altro identico a quello de Il padrino di Coppola. E come ne saremmo usciti? Con una sfilza di fiction buoniste, moraleggianti e altamente improbabili sulla mafia, e con un’altra serie di fiction sulla Sicilia-cartolina senza mafia, tutte lontane mille miglia dal realismo magico (ma pur sempre realismo) che ha improntato con ben altra efficacia analoghe fiction americane su Pablo Escobar o sui narcos messicani.

Una generazione di giornalisti e scrittori – è questa anche la storia degli ultimissimi prodotti editoriali e televisivi sulla mafia – si rifiuta di uscire dal Novecento. Oppure evade in un Novecento puramente immaginario. O si rimuove la mafia, come un tempo ha fatto la borghesia siciliana, dai tempi di Pitré, Verga e Capuana, oppure se ne fa un universo onnicomprensivo, che finisce per fagocitare l’intero panorama. Intanto, la vecchia mafia siciliana non c’è più, i suoi enormi capitali scomparsi nel nulla l’avranno presumibilmente trasformata in altra cosa, gli equilibri e squilibri che hanno determinato le storie del passato sono evaporati, i protagonisti deceduti. Eppure, quando oggi si parla di mafia, si usano ancora categorie desuete, con la testa rivolta sempre indietro. Come se il passato agisse inesorabilmente ancora, in un’isola che non c’è più, poiché non si riesce mai a rinnovarne i registri, finalmente adeguandoli al presente. Così la Repubblica degli anniversari e delle ricorrenze resta l’ultima trincea, la zona di conforto; il culto degli eroi l’estrema religione, l’Antimafia tradizionale la sola possibile fede, anche se ormai in assenza di una mafia tradizionale. Quanto agli altri, a coloro che al contrario rimuovono la mafia dai contesti, il fatto che la vecchia organizzazione sia stata debellata li riporta oggi alle stesse posizioni negazioniste del passato. Se solo ne pronunci l’esistenza, si dice di nuovo – come ai tempi di Crispi e di Giolitti – significa che infanghi e deturpi la Sicilia. Anche per loro, un apparato di tipo religioso che riscriva una storia complicata, finalmente semplificandola, risulta più confortevole, piuttosto che fare i conti con una eredità scomoda, ancora da decifrare fino in fondo.

Emblematico, in tal senso, il caso di Massimo Giletti. Creando eventi antimafia televisivi, di piazza e da rotocalco, popolari e comprensibili per tutti, fortemente manichei, il presentatore ha imbastito un ideale e simbolico passaggio di testimone tra gli eroi dell’Antimafia del passato e l’ultimo eroe antimafia in ordine di tempo, ovvero lui medesimo. Scorta, giubbotto antiproiettile e minacce sono simboli che dichiarano infallibilmente lo statuto iconico del nuovo cavaliere senza macchia. Tutto questo dovrebbe farci riflettere. E chiedere – perlomeno – se non ci sia qualcosa che non va. Non è che abbiamo trasformato la terza rivolta dell’Isola nella storia, dopo i Vespri e i Fasci siciliani (perché questo fu la «liberazione» da Cosa Nostra) in uno spettacolo circense dei più derelitti, in un triste talk show per saltimbanchi? Le Falconeidi, appunto.