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L’età dell’innocenza

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L’età dell’innocenza
Stephen King in un ritratto degli anni Settanta.

È tutta l’America, quella non ancora rovesciata del XXI secolo, quella degli ultimi del ‘900, ancora Paese rurale e industriale, pre impatto delle tecnologie di massa sulla vita della popolazione, lì a cavallo tra un passato che non trascorre e un futuro che intuisci solo un po’, lo scenario fecondo dell’ultimo scrittore classico (e cioè perfettamente emblematico) del nostro tempo: Stephen King.

Scorri nella barra di Google le sue foto del tempo che fu, quelle in bianco e nero, dietro gli occhiali da nerd – le ricordano solo quelli che oggi hanno quaranta – cinquant’anni, i veri lettori di King; ed eccolo lì il segreto, lo vedi lo sguardo adrenalico, fiammeggiante, di chi, già giovanissimo, si apprestava a frugare tutto l’immaginario di una nazione per restituirlo in stupefacente, complessa, prolissa, reiterata, multiforme pienezza.

Parte da lì, da quel desiderio famelico di fare i conti con l’Eldoardo, con la provocante terra del consumismo di massa. E da una pratica severa del mestiere letterariowhat if, pochi trucchi, nitidezza, precisione, attenzione al dettaglio. Poi a seguire, a cascata, si è formata in noi, in milioni di lettori, negli spettatori dei film tratti dai suoi romanzi, una zona prediletta della memoria, la messa a fuoco precisa di quello che era il sognare dell’età adolescente. La nostra America. Il territorio psichico dove vivere la poesia della giovinezza.

La zona King: cittadine di campagna, ai margini. Periferie. Umanità di poco, umanità fatta di niente, commercianti dal volto rubicondo giù all’emporio, mamme belle ma deluse, padri sconfitti, operai, reduci, insegnanti, impiegati, losers che la vita ha solo lambito e, per contrasto, nella drammaturgia che si ripete, il mondo vivo e vergine, provocante di ragazzini che non si chiudono all’opacità del mistero.

Il film It – Capitolo due uscito nel 2019

Se la letteratura è ossessione (parola di Michele Mari che sul “Re” ha scritto insospettabili pagine laudatorie in quel capolavoro che resta I demoni e la pasta sfoglia), a girare il mappamondo dell’opera del più prolifico e tradotto scrittore americano di sempre, a puntare il dito e fermare la sfera, con frequenza notevole e sospetta, trovi ragazzini, adolescenti, bambini, brufolosi protagonisti che avviano una battaglia contro il Male, contro il proprio personale mostro, i propri, personali limiti. È l’infanzia l’ossessione di Stephen King. Il sentire bambino. Capita al centro dell’opera (It, ovviamente) ma anche in periferia: i recenti Joyland, L’istituto, Later). E si potrebbe continuare.

Resta che questo è un punto determinante. I personaggi si sono moltiplicati a centinaia, le ambientazioni anche, quello che resta è una scrittura da occhi sgranati sul mondo, un senso della vita e un’idea di narrazione ancora ventosa, avventurosa. Un secolo e mezzo fa produceva immaginazione e anima un lungo, mirabilissimo racconto, scritto dal geniale Robert Louia Stevenson: L’isola del tesoro, la storia di un giovanissimo mozzo, Jim Hawkins, alle prese con un orrendo pirata da una gamba sola, che nascondeva lame nella stampella. Chi poteva incutere più terrore? Chi poteva avvincere di più?

È un classico. È lo stesso gioco di allora: è l’affascinante commedia del vivere che ha ancora uno splendido stupore di se stesso.