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Addio alla serie “La fantastica signora Maisel”

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Addio alla serie “La fantastica signora Maisel”
La serie Tv "La fantastica signora Maisel"

Comicità uguale distrazione. Errore frequente, soprattutto per determinate categorie di critici: ridere come sinonimo di superficialità, peccato di leggerezza, strumento e oppio dei popoli.

Eppure la possibilità di abbandonarsi a una risata rivela l’indice di salute e democrazia di una nazione. Dalla commedia all’italiana alle vignette di Charlie Hebdo, la comicità si porta addosso le risposte sul livello di libertà di un paese: fino a che punto si è disposti a ridicolizzare potere, religione, sesso, sia dalla parte di chi ascolta che dalla parte di chi scrive.

Perché non è soltanto prendere posizione, lavorare su argomenti sensibili e infrangere tabù: la complicazione più grande è la costruzione di una risata, soprattutto su sé stessi. Come affermava Peter Bogdanovich nel documentario Vittorio D. “La commedia è la cosa più difficile da realizzare, quindi se sei un buon comico puoi fare quasi tutto”. E viene da domandarsi: se un Paese è libero perché può ridere di tutto, solo in un Paese ideale a chiunque è data la possibilità di essere un comico?

A questo interrogativo, e a tanti altri dubbi su rivalsa, ambizione e amore, ha risposto in cinque stagioni la serie firmata da Amy Sherman-Palladino, La fantastica signora Maisel.

Miriam Maisel, nata Weissman, per gli amici, Midge. Casalinga ebrea dell’Upper East Side, nella New York fine anni Cinquanta, che dopo aver scoperto il tradimento del marito Joel, aspirante comico, sale una sera, sbronza e arrabbiata, sul palco del Gaslight Cafe, improvvisando un monologo e riscuotendo un immediato successo più l’attenzione di Susie Myerson, sua futura manager.

Quello che potrebbe sembrare dall’episodio pilota il racconto di una carriera in discesa, l’irresistibile scalata al successo, in realtà è il dietro le quinte di quanto impegno, delusioni, errori ci siano dietro un percorso così difficile per una donna che ha deciso di far ridere il pubblico.

Se per Mel Brooks – come racconta nell’autobiografia Tutto su di me! (2022) – il soggiorno alle Catskill è una vera palestra per il comico che diventerà e per Woody Allen l’inizio in televisione come autore è semplice, quasi spontaneo – è tutto scritto in A proposito di niente (2020) – le stesse esperienze per Mrs Maisel sono sinonimo di bugie create per i genitori, incastri di orari per accompagnare i figli a scuola, camuffamenti e fughe. Insomma una grande fatica, ma senza perdere il sorriso e il ritmo incessante delle battute.

Perché a una donna si chiede di applaudire dalla platea e non di mettere a disagio esprimendo un’opinione e facendo ridere gli altri. Midge, preparando punte di petto, da prima sostenitrice del marito come stand up comedian, risponde esattamente alle attese di una nazione che ride alle battute su politica e droghe con Lenny Bruce, ma non può esaudire lo stesso entusiasmo salendo sul palco e raccontando, ridendo, di famiglia, sesso, figli.

Esistono solo le cose di tutti i giorni” ripete Paolo Nori nel romanzo Vi avverto che vivo per l’ultima volta, a proposito della vita quotidiana, e Mrs Maisel dal personale nei suoi spettacoli traccia la linea che parte dai salotti per arrivare ai problemi di tutti.

Fino alle ammissioni di verità che per quanto scomode sono incontrovertibili: anche nella civilissima America della libertà di parola, negli anni Sessanta, non tutti sono pronti a ridere alle confessioni di una donna.

Anche questo rivela l’indice di salute e democrazia di una nazione. Che probabilmente le Bice Valori e Franca Valeri saranno state più libere di una Mrs Maisel nella stessa epoca, come si rende conto Midge esibendosi in un club parigino (nella puntata Simone della seconda stagione) dove hanno appena concluso uno spettacolo un gruppo di travestiti. “Vi ricordate del mio marito traditore o come direste voi: marito? Dopo la sua relazione o come direste voi: giovedì”.

Il Paese ideale non esiste, probabilmente non esisterà mai, eppure qualcosa si muove. Nell’arco di cinque stagioni, tutte con un altissimo livello di intreccio, tra flashforward e flashback, sceneggiatura, ritmo, la vita intorno e grazie a Midge cambia radicalmente.

Dall’unione coniugale, il rapporto con Joel diventa cura e sostegno, in un capovolgimento che lo porta ad esclamare entusiasta dal pubblico “È la mia ex moglie!”, l’attesa del padre, Abe, di un nipote, maschio e brillante, a cui consegnare il suo bagaglio di professore all’università di fisica e matematica, diventa la scoperta del talento della figlia di Midge, Esther – nonché la consapevolezza nel bellissimo monologo a cena con i suoi amici di non aver fatto abbastanza per una figlia che ha scoperto di poter fare tutto da sola – e anche la madre, Rose, nonostante sia l’emblema del carattere borghese e conservatore, inizia a correre tra i taxi per non perdere l’esibizione di Midge in televisione.

Come nelle più grandi storie d’amore raccontate al cinema, a New York, da L’appartamento di Billy Wilder a Harry, ti presento Sally di Rob Reiner, quando ci si rende conto di aver sbagliato, per rimediare non può mancare una corsa.

Fino allo scontro finale, quei dannati quattro minuti nell’ultima puntata, in cui Mrs Maisel è costretta all’estrema prova di coraggio: un atto di insubordinazione al Gordon Ford Show, afferrare il microfono, sentire la macchina da presa su di sé e dire: “Dicono che l’ambizione renda meno attraente una donna. Forse. Ma sapete cosa non è davvero attraente? Aspettare che succeda qualcosa”.

Che la rivoluzione non è uno sconvolgimento globale, più spesso di quanto si possa immaginare parte dalle mura di casa.

È una separazione che rammarica l’ultima stagione de La fantastica signora Maisel, un addio ai monti alle sigarette mai spente di Lenny Bruce, ai whisky accompagnati da imprecazioni di Susie Myerson, le litigate in polacco con la domestica, alle citazioni dotte di Abe Weissman – “Nessuno capisce di che cosa tratti L’essere e il nulla. Nemmeno Sartre lo capisce. Persino io faccio solo finta di leggerlo” -, ai mille vestiti per ogni occasione di Midge.

Un lento e inesorabile distacco da un Paese ideale che probabilmente non conosceremo mai, ma che lascia a ognuno, non solo alle donne, la consapevolezza che di fronte a qualsiasi sfida, bettola di quart’ordine dove esibirsi, ingiustizia, irrazionale incapacità di empatia, occorre restare in piedi, raddrizzare la schiena e come direbbe Midge: “Tette in su”. Sì, anche per chi non le ha.