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The Race, la corsa che non ti aspetti

«L’editore sportivo mi aveva dato anche un anticipo di 300 dollari in contanti, la maggior parte dei quali era già stata spesa in droghe estremamente pesanti. Il baule della macchina pareva un laboratorio mobile della narcotici. Avevamo due borsate di erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di LSD super-potente, una saliera piena zeppa di cocaina, e un’intera galassia di pillole multicolori, eccitanti, calmanti, esilaranti… e anche un litro di tequila, uno di rum, una cassa di Budweiser, una pinta di etere puro e due dozzine di fiale di popper. Tutto ciò era stato rastrellato la notte prima, in un raptus di guida a tavoletta su e giù per la contea di Los Angeles – da Topanga a Watts, incamerando tutto quello su cui riuscivamo a mettere le mani. Non che per il viaggio avessimo bisogno di tutta quella roba, ma una volta che ci si trova risucchiati in una seria raccolta di droghe, la tendenza è di spingerla più in là che si può». (Hunter S. Thompson, Paura e disgusto a Las Vegas)

Devo confessare che diffido un po’ (e per po’ intendo parecchio) delle serie tv su Sky. Non me ne voglia chi se ne occupa, ma nonostante il catalogo decisamente buono ci sono parecchie défaillances, tipo The Wire mancante di sottotitoli in italiano, insieme a cose veramente pregevoli (il recupero della formidabile Luck – che abbiamo recensito anni fa: vi dico solo che ci sono Dustin Hoffman e Nick Nolte). Per il resto mi sembra che qualche cosetta sia trascurata, ma questo è un discorso che non è il caso di affrontare adesso. Il pippone che vi ho appena rifilato è perché, giocherellando col telecomando, mi è capitata sotto gli occhi questa The Race – Corsa mortale, e qui già mi si è spostata la nervatura perché il titolo originale è Curfew, che a differenza dell’altro è più bello e meno paesanotto, ma glissiamo pure. Dice: ma che ti frega del titolo. E mi frega sì, perché uno lo legge e pensa che si tratti di una versione gore de The Cannonball Run (Hal Needham, 1981), e in effetti in qualche misura lo è, ma quella era una commedia a tutto tondo. Curfew (da qui in avanti uso il titolo originale, per dispetto), invece, è un po’ di tutto. C’è Dom De Luise che fa Capitan Caos, ma c’è pure Cillian Murphy in 28 giorni dopo, e c’è, come avrete capito, Hunter S. Thompson. Insomma, hai una serie che è una delizia? E vendimela bene, perbacco, non come se fosse una fesseriola qualunque. Intanto, famo a capisse, è una serie british, e chi mi segue sa cosa significa. Hai voglia a mettere macchine da corsa, hai voglia a far mangiare la gente dai morti viventi, ti puoi divertire quanto vuoi a far scannare i concorrenti tra loro, ma l’humour nero e il gusto del dramma, per fortuna di noi appassionati, trapelano, come diceva il mai abbastanza compianto Pazzaglia. I sudditi della Sua Defunta Maestà Britannica (mi pare chiaro che mi riferisco al Nostro Compianto Filippo, e ovviamente mi includo tra i sudditi) sanno sempre quello che fanno, e anche quando giocano a scimmiottare le loro ex colonie sanno il fatto loro. La classe non è acqua.

La storia. Un virus, fuggito da un laboratorio (ma guarda), trasforma la gente in zombie che però, bontà loro, escono solo di notte, quindi vige (ariguarda un po’) un severissimo coprifuoco, nel quale le perfide big pharma che ormai controllano il mondo hanno trovato il baccello del loro pisello (absit, giuro, citavo Laurel e Hardy). E c’è chi dal coprifuoco e dagli zombie vuole scappare; qualcuno perché si è scocciato di vivere col coprifuoco, qualcun altro per non farsi ammazzare dalle big pharma: perché, lo vedrete. E tutti loro si organizzano in una grande corsa fuorilegge (ecco The Cannonball Run): il primo premio è la residenza in un’isola senza zombie e coprifuoco messa a disposizione da un miliardario giovane e cretino che somiglia parecchio a Zuckerberg. Quindi, flashback a tutto spiano sulle storie dei vari partecipanti alla corsa: qualche volta azzeccati, qualche volta no, ma i flashback lo fanno, se gli autori non si misurano la palla. Ma qui a scrivere c’è gente che ha lavorato in Peaky Blinders e in Taboo, tra le altre, e quindi vengono fuori delle chicche tanto inaspettate quanto belle. Per esempio, Sean Bean, che è bravissimo ma non sempre riesce a trovare il ruolo adatto. Qui gli ritagliano un ruolo da mezzo psicopatico che è una meraviglia, e lui ricambia il copione con un’interpretazione memorabile. Un altro che si è mezzo rovinato la carriera è Billy Zane, ex belloccio inquietante alla Cillian Murphy (ve lo avevo detto), ora imbolsito e soprattutto completamente pelato. Beh, lui e i suoi compagni di viaggio sono personaggi talmente belli e divertenti come non ne vedevo da anni, e loro recitano davvero come padreterni, soprattutto se pensiamo che la citazione da Hunter S. Thompson è proprio per loro. Il loro van giallo è uno stupendo omaggio a Paura e disgusto a Las Vegas, però (mettete da parte i forconi, è solo la mia opinione), più divertente. Se non vi basta, c’è una colonna sonora anni 80 che commuoverà i più anziani tra voi. Insomma, a parte il titolo da cinema parrocchiale, The Race – Corsa mortale (ma Curfew è meglio) è una serie che non vi dovete perdere. Su Sky.