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Il tempo in cui “Grande Gioco” era sinonimo di spionaggio (In 3 libri)

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Il tempo in cui “Grande Gioco” era sinonimo di spionaggio (In 3 libri)
Un'immagine del Taj Mahal in Agra (India), luogo amato Rudyard Kipling

Il tempo del Grande Gioco – che oggi torna e forse non è mai scomparso, anzi dall’inizio del Duemila ha visto sedersi al tavolo un nuovo e ingombrante «giocatore», gli Stati Uniti – cominciava ben più di un secolo fa.

Si raccoglieva intorno a rappresentazioni imponenti del mondo (e poi a visioni forti, non edulcorate della narrativa di genere, luogo, invece, d’immaginazione e di memoria, di avventura), allora, nell’immaginario, si ritrovava un crogiolo di epifanie e di storie, quasi un laterale invito al mistero della realtà. Nel Grande Gioco i protagonisti delle vicende (non solo quinta o scena) erano gli scontri di imperi e reami orientali, le guerre sottili e parallele, il puzzle, tutto intellettuale, di tessere dalle forme imprevedibili, mosse e contromosse delle intelligence più agguerrite, la scacchiera della storia in movimento. Tutto all’ombra del duello epocale –  vero centro del gioco – tra la Corona inglese e lo Zar, sulla piattaforma dell’Asia centrale. La grande madre di tutti i conflitti.  Da quello scontro discende una rivalità violenta e mai sopita tra servizi segreti leggendari.

Kim di Ruyard Kipling

Grande gioco è un’espressione che, oggi, può suonare di qualche aura letteraria, ma era parlato e detto comune all’alba del XX secolo, nelle città brulicanti dell’India e dell’attuale Pakistan, quando (prima a puntate sul McClure’s Magazine, poi, nel 1901, per la prima volta in forma romanzo) Rudyard Kipling, giovane scrittore baciato dai numi – già era nella gloria per una storia che insegnava ai ragazzi a maneggiare serpenti, lupi, pantere: Il libro della giungla – pubblicava Kim, il primo titolo a dare dignità letteraria all’espressione: The great Game.

Molto di più di una semplice spy story, per la verità. Kipling, attraverso la vicenda del giovanissimo Kimball O’Hara, bianco ma meticcio per vocazione, inviato a spiare e a contrastare il nemico in tenerissima età grazie alle sue doti prodigiose, giocava con il mito, faceva passare dalla porta dell’infanzia l’ansia perenne di liberazione dalla sofferenza che è propria degli uomini, il desiderio di felicità nel contesto di un viaggio d’iniziazione. Faceva di un archetipo, Odisseo, un bambino, lo reclutava nell’Indian Secret Service, mischiava verità e immaginazione. C’erano gli amici: il santo Lama, il colonnello Creighton, inarrivabile, il leggendario mercante afghano di cavalli Mahbub Alì, l’enigmatico Lurgan Sahib. E i nemici, i russi – spietati e pronti tutto – che provavano a carpire segreti calando dalle montagne. Là dove, per davvero, e questo non è più romanzo, s’inoltravano a quel tempo, nell’inferno di un territorio conteso già da allora, i pochissimi e scelti pundit, gli agenti indiani, di sua maestà britannica che, travestiti da pellegrini, proprio come Kim, con l’aiuto di rosari tibetani alla cinta, contavano le miglia, mappavano territori, disegnavano topografie spesso a rischio della loro stessa vita.

Sulle tracce di Kim. Il grande gioco nell’India di Kipling di Peter Hopkirk

Solo qualche mese fa, peraltro, Settecolori ha ripubblicato un classico, Sulle tracce di Kim. Il grande gioco nell’India di Kipling di Peter Hopkirk (26 euro, 280 pp.). Mirabile racconto meta-letterario e insieme confessione, diario di vita, libro di viaggio e di giornalismo da campo, breve storia dello spionaggio inglese nel subcontinente, in cui l’autore, a lungo inviato per diverse testate in giro per il mondo, ripercorre passo dopo passo, con acribia, dall’antica Lahore a Simla e oltre, il viaggio del protagonista di Kipling. Un modo meraviglioso non solo per ripercorrere tutte le tappe di Kim, ma per riavvicinare le tecniche pionieristiche con cui si faceva spionaggio allora, all’eldorado, al tempo dell’età dell’oro, quando coraggio e prontezza, capacità mnemonica, crudeltà, potevano fare la differenza tra la vita e la morte, decidere del destino di una nazione. Una via per raccontare gli interpreti semi sconosciuti di quell’epoca – che a ben vedere non sono poi tanto diversi da quelli dei nostri giorni – militari, avventurieri, mercanti, maghi, triplogiochisti che giocavano, da pedine, la lotta perenne.

Baionette a Lhasa di Peter Fleming

La storia come un thriller” è invece – secondo una celebre recensione del quotidiano The Guardian– la cifra di Baionette a Lhasa di Peter Fleming (appena ripubblicato, di nuovo, da Settecolori: 390 pp., 26 euro). Fratello di Ian, il papà di 007, Peter è stato certo tra i maggiori travel writer di tutto il Novecento. Qui è alle prese con un momento centrale per comprendere le dinamiche del Grande Gioco, i cui corollari, conviene ricordare, continuano a incidere sulla geopolitica attuale: l’invasione del Tibet, nel 1904, ad opera dei fanti inglesi agli ordini del maldestro Lord Curzon e dell’affascinante Francis Younghusband. Soldato, esploratore, mistico. Finito, già prima del suo fallimento fragoroso, nel fuoco incrociato della diplomazia cinese e dell’ostilità del governo in Patria. Non c’è fiction in questa lunga ricostruzione che, invece, attinge a fonti di prima mano, ed è precisa nella disamina degli avvenimenti. Ma sono egualmente seducenti i luoghi, le storie, tutta la scena: nessuno come Fleming, si legge in seconda di copertina, “può vantare una conoscenza di prima mano fatta di viaggi, vagabondaggi, esplorazioni, di quel centro – Asia fatto di altipiani e montagne, monasteri buddisti e laghi salati, venti aspri, pony dal pelo scaruffato, gente rozza, voci che girano intorno ai fuochi di sterco di yak…”. E ci sono fallimenti militari (questo è l’esempio perfetto) che sono affascinanti tanto quanto le vittorie. Si comprende, qui, come spesso gli equivoci, la ridda di chiacchiere intorno a giochi diplomatici da niente, spesso venissero fraintese, distorte a piacimento, magari per inseguire una gloria malintesa. Anche la diplomazia segreta non sfugge alle più elementari passioni umane…

In mezzo al libro c’è anche un sedicesimo fotografico pregevole, che ti permette di vedere in faccia tutti i protagonisti di questa vicenda, non solo i condottieri inglesi: il generale di Lhasa, il tredicesimo Dalai Lama, l’ambiguo Agyan Dorjief (che tutto fa muovere), l’Amban Yu- t’ai.

Facce impenetrabili, scavate, talora mostruose. Facce da grande gioco.