test

King e il cinema? È complicato…

Quando Christine – La macchina infernale, il film di John Carpenter, uscì al cinema, nel 1983, Simon Brown non aveva ancora 18 anni, “e siccome il film era vietato ai minori, non ero potuto andarlo a vedere. Così, decisi di leggere il libro da cui era stato tratto”.

Da allora, sono passati quasi quarant’anni. Nel frattempo, Brown, non solo è diventato professore universitario e insegna Film e televisione alla Kingston University a Londra, ma ha letto tutti i libri Stephen King (“Li compro il giorno stesso in cui arrivavano in libreria”), ha guardato tutti i film e le serie Tv tratti dai suoi romanzi e dai suoi racconti e ha anche pubblicato il saggio Screening Stephen King. Adaptation and the Horror Genre in Film and Television.

Screening Stephen King: Adaptation and the Horror Genre in Film and Television

Insomma, Christine mi ha catturato”, dice con un sorriso. “E la ragione è che quando lessi il libro avevo 13 anni ed ero un ragazzino introverso. Mi immedesimai subito nel protagonista, un teenager chiuso in se stesso che grazie all’amore per la sua automobile vince la timidezza”.

L’idea di scrivere un libro su King, racconta, è, invece, piuttosto recente. “Mi è venuta perché, come docente, avevo cominciato a occuparmi di film horror. Nel 2014, ho proposto l’idea alla University of Texas”. Per scriverlo, aggiunge, ci sono voluti due anni e mezzo.

Non ci sono molti studi con un taglio accademico sul cinema e le serie Tv tratte da King. Colpa del pregiudizio di cui si è spesso lamentato King? Ovvero, il fatto che la critica abbia sempre considerato le sue opere “basse”? Letteratura popolare di puro intrattenimento?

In realtà, c’è un gruppo di professori e critici che, da tempo, prendono seriamente il suo lavoro. Come, per esempio, negli anni Ottanta, Michael Collins (Critico americano, ha scritto una dozzina di saggi su King, ndr). Quindi, un decennio dopo, Tony Magistrale cominciò a occuparsi dei film. Ma credo che il problema di King consiste nel fatto che il cinema nato dai suoi libri è sempre stato mainstream, non ha mai davvero lasciato un segno nell’industria cinematografica. Per lo più si tratta di quel genere di film che la gente va a vedere il sabato sera perché ha voglia di godersi un bel horror. Niente di più.

Eppure i primi adattamenti per il cinema sono firmati da grandi registi.

Vero. E Brian De Palma è un caso interessante perché quando uscì Carrie – Lo sguardo di Satana, nel 1976, Stephen King non era il fenomeno che sarebbe diventato. Era solo il tizio che aveva scritto il libro. E il film funzionava perché De Palma è un bravo regista. Lo ha ammesso lo stesso King quando ha detto: “De Palma ha creato il film, e il film ha creato me”. Il suo primo bestseller, Shining, fu pubblicato immediatamente dopo l’edizione tascabile di Carrie, che venne rilasciata dopo il film. L’adattamento di Kubrick, invece, è del 1980. Dopo Shining, però, assistiamo a una pausa degli adattamenti per il cinema fino al 1982, quando, nel giro di quattro anni, arrivano addirittura una decina di titoli. Nel frattempo, King aveva pubblicato molti dei suoi “classici”, come Le notti di Salem, Shining, appunto, L’ombra dello scorpione. Vennero tutti opzionati per il cinema ma, per una serie di ragioni, le produzioni subirono ritardi. Intanto, King, era diventato un nome, non più solo il tizio che ha scritto il libro.

Ma perché, a parte qualche eccezione, i registi più bravi, dopo quella prima fase, hanno cominciato a disinteressarsi alla sua opera?

Perché, all’inizio, King rappresentava un’opportunità per diventare mainstream, popolari. Adattare le storie di King consentiva loro di muoversi in un territorio sicuro. Era un modo facile e indolore di avere successo. Vale per David Cronenberg e il suo film La zona morta, del 1983, e per John Carpenter con Christine – La macchina infernale, dello stesso anno. Per Carpenter, Christine era anche un modo per “chiedere scusa” per il suo film precedente, La cosa, che oggi è considerato un classico ma che, nel 1982, quando uscì, fu un disastro. Dopo il marchio King comincia a perdere il suo fascino per registi del loro livello, ed è allora che arrivano film come Grano rosso sangue, che a me piace, ma la maggior parte delle persone trovano terribile. O Fenomeni paranormali incontrollabili, che non ebbe un particolare successo, e Brivido, che fu un vero flop. Quei grandi registi si erano messi King e le sue storie popolari alle loro spalle per seguire ognuno la propria strada. E non c’era nessuno che potesse prendere il loro posto.

Qual è la sua opinione su Brivido, l’unico film di King regista?

Quando lo diresse, era strafatto di cocaina. Lo ha raccontato lui stesso, senza grandi problemi. Insomma, non aveva idea di quello che stesse facendo. E a produrlo c’era Dino De Laurentiis, il quale pensava solo a rifarsi dei soldi vendendo le videocassette. Non gliene importava nulla che il film fosse un buon prodotto, gli interessava solo “avere un gancio”. E quel gancio era Stephen King che, in quel momento, aveva il potere di fare tutto ciò che voleva. Detto questo, non credo sia un brutto film.

Ho sempre pensato che David Lynch sarebbe stato un regista perfetto per King. Nonostante King abbia detto che Lynch non avrebbe mai potuto fare un film tratto da una sua storia perché non era interessato alla “gente normale”. Secondo lei?

Be’, penso che si sbagli. Ma comprendo la sua percezione. È vero che gli eroi delle sue storie sono sempre persone ordinarie. Prima di King, quel ruolo era riservato a medici avvocati, re… L’eroe di L’ombra dello scorpione, Stuart Redman, lavora in una fabbrica di calcolatrici. Appartiene alla working class, beve birra e mangia pizza.

Eppure, scusi se insisto, ma la serie Twin Peaks è ambientata in un mondo simile, l’America rurale, delle segherie, dei diner…

Ma non credo che King avrebbe mai messo un personaggio come la Signora Ceppo in uno dei suoi libri, giusto per fare un esempio. E consideri anche che, negli anni Ottanta, David Lynch aveva diretto film come Eraserhead – La mente che cancella o Velluto blu. Anche se, dall’altro lato, è vero che, proprio Velluto blu, ci fa vedere che sotto la superficie della nostra “civiltà moderna” c’è il marcio, basta scavare un po’. Esattamente la stessa cosa che King fa in Le notti di Salem e in altri libri. Prendiamo Christine, l’automobile non è la protagonista fino a metà della storia. All’inizio, il libro parla solo di una ragazzino bullizzato, che ha rapporti difficili con i coetanei e la sua famiglia. Molte delle sue storie seguono lo stesso paradigma: si parte raccontando del mondo reale, fino a quando irrompe qualcosa di mostruoso con cui fare i conti. Un altro esempio è The Dome, dove alcuni ragazzini alieni isolano una cittadina dal resto del mondo. Il punto è: come reagiranno gli abitanti? E qui sta la grande questione tra gli adattamenti da King ben riusciti e quelli che non funzionano: i primi sono quelli che si concentrano sulle persone, i secondi quelli che si concentrano sui mostri.

A questo punto mi deve dire quali sono i suoi adattamenti preferiti.

È una domanda difficile. Perché i criteri da tenere in considerazione sono due. Un conto è se per migliori intendiamo più fedeli ai libri, un altro se parliamo dei film o della serie tv migliori a prescindere dalla fedeltà alla storia originaria. Shining è un grande film, ma un adattamento terribile.

Lo dice per le stesse ragioni per cui King ha odiato quel film?

In un certo senso sì. Nel libro, Jack è un uomo normale, abbastanza per bene, che lotta contro l’alcolismo, i suoi demoni. Nel film di Kubrick, Jack Nicholson è uno psicopatico fin dai primi minuti. Se non rispetti l’evoluzione dei personaggi ne annienti la credibilità. Come dicevo prima, i libri di King hanno al centro persone ordinarie che si trovano a fronteggiare situazioni che non lo sono.

Non è possibile che il fatto che Shining sia un libro in qualche modo autobiografico abbia contribuito a irritare ancora di più Stephen King?

È vero, è una storia piuttosto autobiografica. Ma credo che un altro motivo per cui King ha odiato quel film è che si trattava anche della prima volta che curava l’adattamento di un proprio libro. È comprensibile che non abbia preso bene il fatto che il regista a un certo punto abbia preso il controllo, dicendogli che avrebbe riscritto la storia come pareva a lui. Credo che per King vedere quel film sia stato uno shock.

Altri adattamenti che hanno prodotti buoni film?

La zona morta, senz’altro. Ma il migliore adattamento in assoluto, per me, è Stand By Me. E, poi, Le ali della libertà e Doctor Sleep. Aggiungo la serie Tv degli anni Novanta It – Il pagliaccio. Ma per l’impatto culturale che ha avuto perché, a essere onesti, non è invecchiata bene.

King ha raccontato di essere cresciuto guardando film di mostri, in particolare con insetti giganti. In che modo crede che lo abbia influenzato?

Negli anni Cinquanta c’erano un mucchio di film e fumetti con i mostri. Era anche il periodo in cui gli studios avevano venduto i diritti dei film dell’orrore ai canali televisivi che li trasmettevano a mezzanotte, nei weekend. Quindi, non solo Stephen King ma anche registi come Cronenberg, Carpenter, John Landis sono cresciuti nelle loro camerette a guardare horror a notte fonda. Ma, poi, negli anni Sessanta, quando iniziò la guerra in Vietnam, quelle immagini di orrore furono soppiantate dalle atrocità reali del conflitto. E anche questo ha avuto un effetto notevole su quella generazione di film-maker. Lo vediamo in George Romero, mi riferisco a un film come La notte dei morti viventi, e nel Wes Craven di L’ultima casa a sinistra. Ma lo stesso è successo in Gran Bretagna. Penso allo scrittore James Herbert, per esempio, che appartiene alla stessa generazione di King. Prima di lui, l’autore di horror più popolare in Inghilterra era Dennis Wheatley che raccontava di ricchi nobili che davano la caccia ad altrettanto ricchi adoratori di Satana nelle campagne inglesi. Finchè, nel 1974, Herbert arriva con I topi, una storia di ratti mutanti che mangiano le persone ambientata a Londra. È interessante che I topi e Carrie siano usciti più o meno contemporaneamente. È in quel momento che i mostri smettono di appartenere al passato e diventano creature del presente.

Ha citato Romero, uno dei registi con i quali Stephen King si è trovato più in sintonia. Eppure la loro collaborazione è stata effimera.

Tecnicamente hanno collaborato a un solo film: Creepshow, del 1982. Romero diresse anche La metà oscura, del 1993, ma si limitò a comprare i diritti per la sceneggiatura. King la lesse e disse che gli sembrava buona, ma non fece altro. In realtà, avevano provato a lavorare insieme a un film tratto da L’ombra dello scorpione, ma non avevano trovato i finanziamenti.

Di recente si è parlato di un possibile adattamento di Pet Sematary da parte di Guillermo del Toro. In effetti, Del Toro sembra adatto a dirigere un film basato su una storia di King, non crede?

Assolutamente. Il mio unico dubbio consiste nel fatto che Pet Sematary è stato già adattato due volte. Sarebbe bello se del Toro si dedicasse a qualcosa di completamente nuovo. Penso che sarebbe perfetto per Il talismano. Spielberg ci aveva provato negli anni Ottanta ma il progetto non era andato a buon fine. La storia di un bambino alla ricerca della madre in mondi paralleli mi sembra l’ideale per un regista come Del Toro.

Una domanda che avrei dovuto farle all’inizio: ha mai incontrato Stephen King?

No. Fece un firmacopie una volta ma non riuscii a uscire dalla scuola in tempo per andare. Mi piace pensare che abbia letto il mio libro e gli sia piaciuto. Chissà.

Se potesse rivolgergli una sola domanda, quale sarebbe?

(Segue una lunga pausa)

L’incidente in moto che quasi ti uccise ha cambiato la traiettoria narrativa della Torre nera? Perché ho sempre pensato che la storia avrebbe preso una direzione diversa ed è stato, dopo quell’episodio, che King è diventato oltre che l’autore anche un personaggio. Probabilmente, però, mi direbbe che è una domanda stupida.