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La dissolvenza dell’impegno

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La dissolvenza dell’impegno
Ryszard Kapuściński ritratto da Fabio Mingarelli

Sono lontani i tempi di quando la “Kultur” evocata da Massimo Cacciari provocava turbamenti nelle vicepresidi, i tempi della rateizzazione einaudiana che spalmava i Gramsci nelle case di periferia, e delle dispute su Nietzsche e Céline: leggerli o non leggerli? E Pound, che fare? Ora ci sono i sermoneggianti d’ogni santo giorno, e l’impegno, quello vero, vive all’estero, forse. S’è messo in salvo dai tormenti degli italiani, banalizzandosi. Ogni volta che questi scrittori promuovono e firmano un appello – che poi in Italia dopo quello contro il commissario Calabresi dovrebbero essere aboliti per humanitas  – non si sente l’autentico che poteva avere un Luis Sepúlveda, ma solo una recita a soggetto, e se un tempo l’operaio voleva il figlio laureato, ora il giornale vuole almeno uno scrittore impegnato, per coprire il fastidiosissimo spazio della coscienza, riducendolo a griffe e marketing. E giù invenzioni, che sembrano forzate finzioni. Ahò, me tocca. Non c’è giallista che non senta il dovere di sproloquiare sulle questioni sociali, peccato che non sia Manuel Vázquez Montalbán e nemmeno Leonardo Sciascia. Sottoscriveteci, è l’imperativo. Dove un tempo c’erano Tiziano Terzani, Goffredo Parise, Oriana Fallaci o all’orizzonte un Ryszard Kapuściński, oggi c’è il commento, e col commento muore l’impegno. Perché l’impegno vuole il corpo e la presenza, invece oggi si è smaterializzato, divenendo immagine. Perché se impegno ci deve essere è nella restituzione, nel racconto, o nell’elaborazione romanzesca che richiede un distacco maggiore, non nel commentino quotidiano con la distinzione tra buoni e cattivi.

Il commento è per creare il pathos, l’emozione, la tifoseria, l’impegno è la costruzione di un’opinione, occorre trama e ragionamento profondo, lingua e mondo, non community. Ma se dove ieri c’era un Francis Fukuyama ad annunciare la fine della storia e oggi uno Slavoj Žižek a giocare con quel che resta della storia, l’impegno e lo scrittore impegnato che fine fanno? Che cosa diventano? Tutti notai, come profetizzava Eugéne Ionesco ai contestatori durante il Sessantotto francese. Prima hanno perso l’ironia – questi impegnatissimi scrittori a fasce orarie prescindono dalla scelta ironica, quando poi sappiamo che è l’unica possibile nel tempo post-ideologico, e lo testimoniano Ai Weiwei in Cina o The Pussycat Riot in Russia –; poi hanno perso il corpo, non potendo e non volendo stare, inter-agire, e ora hanno perso anche la faccia, divenendo solo status. Mentre Bernard-Henri Lévy – piaccia o meno – gira, cerca, si confronta, come anche Mario Vargas Llosa – piaccia o meno – va in Iraq, o Houellebecq – piaccia o meno – immagina, prova, disegna scenari politici che fanno discutere, o Ngugi wa Thiong’o denuncia, gli scrittori italiani commentano, tantissimo. Non ci sono un Bret Easton Ellis e nemmeno un Jonathan Franzen, per citare due scrittori nordamericani lontani tra loro che stanno di lato, ma che influenzano il pensiero critico. Manca l’elementarità dell’impegno, ma tanto c’è il commento.

Mancandogli qualcosa per essere un artista,

pensò di iscriversi al partito comunista.

Dino Risi

È impossibile pensare oggi a un Luciano Bianciardi che cuciva le scelte di vita – sì, agrissima – con quelle di scrittura, o un hombre vertical come Beppe Fenoglio, oggi tocca guardare il reflusso d’impegno che si riduce al fraintendimento, o peggio alla morale di spalla in prima pagina. L’unica trincea italiana, l’unica battaglia che si combatte nelle pagine dei romanzi è quella con l’Io, e al resto tocca il commento al lunedì. Non ci sono nemmeno i cinici longanesiani che sarebbero una salvezza per la destra, perché la maggior parte del dibattito è orale e televisivo, quello scritto non viene letto, e anche davanti a una grande rivelazione non se ne accorgerebbe nessuno. Nel cinema, poi, a dispetto dei tanti appelli di artisti per questo e l’altro, mancano i Petri e i Rosi, e persino i problemi del traffico non vengono esaminati. Diversi anni fa lo spiegò Ettore Scola  a un giovane Gabriele Muccino: qualsiasi storia può essere politica, non è un problema di trama, ma di tessitura nel contesto: interrogarsi almeno o preoccuparsi di avere un’opinione anche solo per i problemi del traffico. Infine, basta confrontare la più acclamata delle serie tv, Gomorra, che è solo l’evoluzione della sceneggiata napoletana – tanta presa sul popolo, compiacimento e zero impegno – per misurare la distanza dall’estero che produce una serie come Narcos, dove c’è una trama che contempla l’impegno.

E giù commenti.