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Marvin Gaye: dubbi, rivoluzione e soul

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Marvin Gaye: dubbi, rivoluzione e soul

È il 21 maggio del 1971 quando Marvin Pentz Gaye Jr. mette piede per la prima volta nella top ten di Billboard, restando in quella classifica per più di un anno. Lo fa con un album che è una rivoluzione per suoni, struttura, temi, sensibilità. Un lavoro che deve molto al soul e al blues quanto al jazz, alla miglior musica dei neri quanto a quella dei bianchi.

Gli anni dell’ottimismo e dei duetti a sfondo sentimental-erotico sono lontani, l’aria che si respira ora in America è assai diversa. Esattamente tre mesi dopo il traguardo del sesto posto in classifica, il 21 agosto del 1971, nel carcere di San Quintino, il leader delle Black Panthers, George Jackson, condannato dal Parole Board per furto ad un benzinaio, viene ucciso dai secondini. L’episodio scatena la celebre rivolta nel carcere di Attica, quella a cui inneggia Al Pacino in Quel pomeriggio di un giorno da cani («Attica, Attica, Attica, Attica, Attica!»), a cui John Lennon un anno dopo dedicò la sua Attica State e il jazzista Archie Sheep l’album Attica Blues.

Tamla Motown, l’etichetta di Detroit per cui incide Gaye, era nata ad opera dell’ex pugile fallito Berry Gordy Jr., genio irrequieto col pallino degli affari, ed era stata per alcuni sinonimo di soul che tracima nel pop edulcorandosi, musica nera per un pubblico di bianchi, ma più propriamente si era trattato della più robusta iniezione di ottimismo e libertà, in luogo di rabbia e rivolta, somministrata agli afroamericani negli anni ’60. E tuttavia, i suoni della fucina di Gordy Jr. e, perciò, di straordinari artisti come gli Spinners, Gladys Knight & The Pips, Jimmy Ruffin, le Supremes e successivamente i Jackson Five, costituirono la colonna sonora di una stagione rivoluzionaria. E, invadendo il mondo, contribuirono a negrizzarlo.

Negli anni ’70, il soul e il r&b cedono gradualmente il passo al funk e alla disco music e la Motown fa la sua parte. E tuttavia non c’è affatto rinuncia al lavoro sulla raffinatezza degli arrangiamenti ed alla proposta di un soul di classe, contaminato, con testi mai banali: due nomi su tutti, quello dell’ex enfant prodige Stevie Wonder, e quello di un autore ed interprete su cui Gordy ebbe a puntare alcuni anni prima come sul nuovo Nat King Cole. Marvin Gaye aveva sposato la sorella più giovane di Berry e costui ne individuò immediatamente le incredibili doti, immaginando a ragione di farne la sua gallina dalle uova d’oro.

Ma a questo punto dobbiamo necessariamente raccontare dell’ambiguità del prodotto musicale realizzato a Detroit, in antagonismo col soul più sanguigno e per alcuni più verace della Atlantic Records, col suo Otis Redding, la sua Aretha Franklin, i suoi Wilson Pickett e Ray Charles. Si, perché le canzonette soul pop sfornate in casa Motown per tutto il corso degli anni ’60 sono, sì, romantiche, e cantate spesso da belle voci femminili (Diana Ross, Martha Reeves, Mary Wells, Tammi Terrell, che duettò spesso con Marvin), ma dietro l’apparente spensieratezza nascondono una sofferenza, un dolore che è l’espressione di una emancipazione ancora non completata, comunque osteggiata e in ogni caso, per la parte in cui si era realizzata, conquistata con il sacrificio, la lotta collettiva (MLK) ed individuale (Gordy Jr, appunto). Il falsetto cela e porta con sé inconsapevolmente una storia di soprusi e di progressi pagati col sangue, i tamburi (pensiamo anche solo ad I heard it through the grapevine dello stesso Gaye) raccontano di una comunità che è attraversata da inquietudini, tragedie, lutti, e mantiene ancora un forte legame con il suo drammatico e recente passato. Le love songs cantate dal giovane Marvin con Tammi Terrell sono piene di sospetto e di un senso di imminenza della fine degli amori che cantano, esprimono l’incertezza che vivono gli afroamericani di quegli anni, speranzosi ma ancora lontani da un punto di approdo del processo di integrazione promosso dal reverendo Martin Luther King.

La contraddizione sarà ancora più proficua negli anni successivi. Le Black Panthers, il disastro del Vietnam (vissuto da soldato dal fratello di Marvin), gli omicidi di King e di Bob Kennedy, la morte di Tammi Terrell per cancro ad appena 24 anni nel ’70, infine l’eroina che invade i ghetti, sono eventi che non possono non segnare una personalità sensibile e di elevata spiritualità come quella di Gaye.

Che però, ora, da artista affermato e forte di un enorme potere contrattuale, ha un controllo sul prodotto della sua arte. E può permettersi una svolta come quella di What’s going on.  Qui, la consapevolezza spinge a superare lo spirito che animava le miracolose canzonette degli anni precedenti, le decine di magnifici successi di cui era stato intestatario: non basta più coniugare la fiducia, la gioia di vivere con quel sottile malessere che prova l’innamorato in bilico, il discorso si fa ora, in maniera naturale, politico e soprattutto spirituale. La domanda che il predicatore Gaye pone ai suoi fratelli e a se stesso è connotata da una serietà che non ha precedenti. Cosa sta accadendo? In che mondo ci troviamo a vivere? Tutto sembra esser cambiato in un batter d’occhio e Marvin non capisce quale sia la direzione presa. È un Dylan dei neri, ormai, Gaye, ma un Dylan che non crede che la risposta soffi nel vento. Eppure anche Marvin si chiede a modo suo «how many roads must a man walk down before you call him a man?» e si sottolinea quel man, perché l’artista è espressione della sua gente, ma il suo approccio è umanista, anche se in un senso particolare. A Gaye interessano l’uomo, la sua condizione, l’ambiente in cui vive (l’ecologia, tema presente nella title track e in Mercy mercy mercy), la sua dignità (la vita nei ghetti, di cui si occupa la micidiale Inner city blues). La domanda, il dubbio – con la sua irrinunciabile atrocità, avrebbe detto un Pasolini – prelude ad una nuova convinzione: l’uomo è al centro ma da solo non può farcela.

«Marvin Gaye è l’artista più grande con cui io abbia mai lavorato. Ma anche il più difficile. Un genio ostinato, capriccioso, difficile. Non volevamo fare un disco di protesta, ma lui mi ha convinto parlando di suo fratello, del Vietnam… non potevo dirgli di no» (Berry Gordy Jr.)

In effetti, alla domanda cosa sta accadendo?, dà una risposta qualche mese dopo Sly Stone, l’artista di colore più schierato, insieme ai Last Poets, di quegli anni. Lo fa col sovversivo e nel contempo tossico There’s a riot going on, che suona come: Caro Marvin, c’è una rivolta in corso, ecco cosa c’è. Cosa vuoi che ci sia mentre i nostri fratelli sono ancora vittime della brutalità della polizia, della discriminazione razziale, dell’emarginazione?

Si tratta di un lavoro seminale (senza, non ci sarebbe stato mezzo hip hop, ma anche Miles Davis, i Talking Heads e Prince avrebbero suonato diversamente) che cosparge nel ghetto un lento, orgasmico ma anche drogatissimo funk psichedelico – la sensazione è di stare camminando su delle sabbie mobili ma senza sprofondare – mentre la voce malata, da maniaco sessuale, di Sly Stone appare quasi compiaciuta dell’incendio che sta propagando.

Marvin appare su tutt’altro registro e, convertendo la rabbia in riflessione, tenta di dirci che abbiamo bisogno di una rivoluzione interiore, di una visione del tutto nuova, di poesia, di spiritualità, di apertura all’Altro.

Intendiamoci, i due album non sono realmente in contrapposizione, tra Gaye e Sly non c’è nemmeno la dicotomia che troviamo tra Beatles e Stones, laddove potremmo invece pensare alla complementarietà tra Lennon e MacCartney. Le loro opere, insieme a Superfly di Curtis Mayfield, ai lavori degli O’Jays, dei War, dei Temptations, costituiscono quasi un unico mastodontico lavoro di quell’incredibile anno. Che è musicalmente il ’68 ma anche il ’77 dei neri, una summa di tutto ciò che poteva essere detto e andava detto (e inseriamo anche i Rolling Stones di Exile on the mainstreet). Quasi come se nel biennio ’71-’72 si fosse voluto realizzare un grande unitario fuoco d’artificio della creatività sinora maturata nella comunità afroamericana, con razzi che si chiamano Superstition di Stevie Wonder, Back stabbers, degli O’Jays, I can see clearly now di Johnny Nash, Inner city blues di Gaye.

«Ogni nuova canzone aggiungeva qualcosa alla precedente, e come in un’esplosione pop, il paese si trovò ad ascoltare una nuova voce» (Greil Marcus)

Per l’autore di What’s going on, il soul è classe, l’eleganza è irrinunciabile anche nel pieno della rivolta, la dolcezza è la strada per affermare il valore supremo della fratellanza. La calda e malinconica voce di Gaye non è mai zuccherosa, ma neppure è sguaiata o anche solo aggressiva. E il tappeto sonoro non intende rinunciare allo stile, quasi fosse bukowskianamente l’unica cosa che alla fine conti, una risposta a tutto. La stessa vita di Marvin ne è la dimostrazione: contrasti, tradimenti, dipendenze, fino alla morte, nel 1984, per mano del padre, fanatico religioso, per un affare di denaro; tutto verrà vissuto con estremo stile. Che poi è – per tornare a Bukowski – differenza radicale.

«Nel guardare cos’era accaduto a Woodstock mi accorgo che c’è un’intera generazione di persone che sta intraprendendo un percorso nuovo e che non posso starne fuori. Mi rendo conto che musicalmente devo iniziare a seguire un percorso tutto mio. La Motown, con il suo atteggiamento da major, non mi lascia spazio neanche di respirare ma io ho bisogno di riprendere in mano me stesso e procedere da solo per la mia strada. Mio fratello Frankie è tornato a casa dal Vietnam e mi ha raccontato quello che ha visto laggiù. Mi ha fatto ribollire il sangue e ho iniziato ad avvertire dentro di me una rabbia, un’energia che mi ha fatto pensare che era giunto il momento di smetterla di giocare» (Marvin Gaye)

Anche in What’s going on c’è del funk e della psichedelia, ma gli ingredienti sono armonizzati in maniera diversa e l’autore si avvale di un vero genio degli arrangiamenti che risponde al nome di David Van De Pitte, quello di Psychedelic Shack e di Ball of confusion dei Temptations. Inoltre, Gaye appare influenzato da un’altra opera epocale quale Hot buttered soul di Isaac Hayes (1969), più di una testimonianza della positività e della speranza respirabile tra i neri in quel finale di decade, un vero spartiacque per capacità di spazzar via confini, unendo Burt Bacharach e Jimi Hendrix, nero e bianco, sinfonismi e dilatazioni che troveremo solo anni dopo nel dub.

Nelle nove canzoni di What’s going on, senza soluzione di continuità, quasi come si trattasse di un’unica suite, Gaye, accompagnato dai solidi musicisti della Motown, prende le distanze da ogni adolescenziale bubblegum, archivia la filosofia di disimpegno della Motown, spazia tra soul e jazz, tocca tutti quelli che solo dopo diventeranno i temi del momento storico. Ma senza mai banalizzare le risposte ai mali denunciati, se di mera denuncia si può parlare. Un vociare nel cuore del ghetto apre il disco, seguito dal sax di Elie Fontaine che ci introduce in un’atmosfera di siderale bellezza. Il misterioso potere della musica è posto al servizio di una sorta di dialogo tra lo smarrimento dei tempi e il bisogno di comunione. Siamo evidentemente di fronte ad un’avventurosa esplorazione dello spirito. In Save the children– non inganni il titolo, siamo distanti anni luce dalle melensaggini umanitariste di We are the world – l’invito a mettere al sicuro i bambini è un messaggio alla comunità che pone l’accento sul primato del futuro; preme all’artista ammonire i suoi fratelli sulla pericolosità di certe tendenze autodistruttive (presenti, certo, anche nello stesso Marvin). I due minuti di God is love, introdotti dai ritmi e dal falsetto che erano i marchi della Motown, sono più efficaci di qualsiasi sermone. Mercy mercy me è nella struttura una tipica canzone pop della Tamla Motown, ma i suoni e i cori fanno sì che il suo messaggio ecologista sembri provenire da un’altra dimensione, scampando così al rischio moralista. Inner city blues è per potenza l’apice della musica nera del decennio, insieme forse a The revolution will not be televised di Gil Scott Heron e a Love’s in need of love today di Stevie Wonder.

Il resto dell’album è semplicemente da vivere, immergendovisi, come in un’opera di Coltrane, cosa insolita per un album di musica pop. Un’esperienza irripetibile, se non dallo Stevie Wonder di Songs in the key of life, cinque anni dopo, con la risposta forse definitiva al tormento di Marvin in What’s going on («Oh, you know we’ve got to find a way/To bring some understanding here today»): l’amore può prevalere solo se nutrito dall’amore.