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Romeo e Giulietta vanno in scena per i tiktoker

Romeo sottoposto a Daspo, Mercuzio che fra i suoi giochi di parole accenna La gallina riesumata da Cochi e Renato. La banda dei Montecchi che si scola birre e parolacce, mentre Tebaldo più che abile spadaccino è esperto di arti marziali. La balia trasformata in zia, che non si perde un doppiosenso erotico. Paride, aspirante marito, che è un medico, e qua e là occhieggiano mascherine.

Ma Shakespeare?

Shakespeare è ovunque. È nei due ragazzi che si scambiano parole d’amore fra l’usignolo e l’allodola, mentre il fondale trascolora. È nella disperazione della cripta e del buio che cala sulla città, senza possibilità di redenzione dopo che l’odio del passato ha ucciso la speranza di futuro.

“Romeo e Giulietta” in scena al Piccolo di Milano per la regia di Mario Martone

Ci sono tanti modi di affrontare quelli che definiamo classici. Mario Martone, che invece preferisce definirli “eterni”, da regista teatrale ha scelto di fare di Romeo e Giulietta uno spettacolo che parli ai giovani con i giovani.

Perché, come dice Ashair Ibrahim, attrice ventenne in scena al Piccolo Teatro di Milano, se tanti suoi coetanei pensano che il teatro sia vecchio è perché “sono i vecchi a frequentarlo”. E allora, per farci entrare un pubblico più fresco, è importante parlare la sua lingua.

Il che non significa tradire il vecchio William. A parte il principe, eliminato perché rappresenta quel principio di autorità che oggi va sempre più scemando, i personaggi ci sono tutti, così come le scene. È nuova invece la traduzione, a cura di Cristina Lagani, che ha da poco tradotto anche la difficilissima Alice nel paese delle meraviglie, e che si è impegnata nel dar vita a un testo che abbia a che vedere con il mondo contemporaneo, con i suoi codici linguistici e la sua società.

Una società non poi così lontana dal Cinquecento drammatizzato da Shakespeare. Analizzano Francesco Gheghi e Francesco Nigrelli (rispettivamente Romeo e Sansone): se allora l’odio era fra famiglie, oggi è fra classi sociali, gruppi l’un contro l’altro armato, espressioni di una violenza che fa loro paura quando si aggirano in certe strade. Rabbia, risse, coltelli.

A fronte di questo, l’amore. Una bolla che avvolge i due protagonisti, li fa parlare con un linguaggio tutto loro, che Shakespeare ha reso appunto “eterno”, e che, però, necessariamente soccombe di fronte all’odio.

Se il cast nel suo complesso ha una media anagrafica under 30, la più giovane di tutti è Giulietta, interpretata dalla debuttante (ma qualche mese fa ha girato una fiction per la tv) Anita Serafini, di anni 15, solo uno più del suo personaggio. Come lei, la maggior parte degli attori è alle prime prove in teatro. Come per esempio Francesco, Romeo 20enne che ha già fatto diversi film ma che su un palcoscenico finora non era mai salito.

Un rischio, certo, affidarsi a un cast inesperto, per quanto supportato da interpreti adulti (in primis il rabbioso papà Capuleti, Michele Di Mauro) non certo alle prime armi. Potevano impappinarsi oppure ammutolirsi, potevano eccedere o inciampare, anche perché la scenografia di Margherita Palli, un albero che occupa l’intero palco, è tutta una passerella, un salire, scendere, saltare. Sono bravissimi.

Sia nel gioco d’amore sia nell’affondo di coltello. Entrano in scena, convergendo dalla platea e formando le due bande contrapposte, un po’ come in un West Side Story adattato alle misure del Piccolo.

Nelle quasi tre ore filate, si arrampicano, corrono, recitano. Con alcuni tocchi alla Martone, come la festa dei Capuleti che diventa una serata di disco-bauscia, molto simile al sanguinoso finale del Rigoletto che il regista ha diretto per La Scala.

Con ripetute dosi di musica, da quella più tecno portata in scena da un gruppo di tre giovani musicisti a reminiscenze della Felicità di Al Bano & Romina (Shakespeare – si sa – anche nella peggiore delle tragedie non tralascia una zona humour), alla Marcia nuziale interrotta dalla morte.

Mercuzio i suoi monologhi li sciorina con leggerezza, non a caso Alessandro Bay Rossi, che lo interpreta e che ha appena compiuto 30 anni, si è già aggiudicato un Ubu under 35, massimo riconoscimento teatrale. E Martone è riuscito a riconoscere il suo talento anche sotto la divisa di Hitler, il personaggio che recitava quando è stato scelto per entrare nel cast.

Infine. Gli attori in generale sostengono che per fare Re Lear bisogna aver vissuto, aver raggiunto l’età “giusta”. Allora, perché questo non deve valere, ad anagrafe invertita, per Romeo e Giulietta?

Non certo per ragioni estetiche, ma perché la freschezza di chi si affaccia per la prima volta al mondo – che sia quello “reale” o quello teatrale – è qualcosa di speciale. Una “bolla” appunto, il cui accesso è precluso ai più grandi.

Che non a caso alla fine uccidono la speranza, mentre l’oscurità cala sulla sala e sul domani.