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Se i marinai di Ulisse potessero parlare

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Se i marinai di Ulisse potessero parlare
Ulisse tentato dalle sirene nel mosaico conservato al Museo del Bardo a Tunisi

Quello che leggete sotto è un monologo liberamente ispirato al canto dell’Inferno dedicato a Ulisse. Un uomo disposto per seguire la sua smania di conoscenza a giocarsi il tutto e per tutto. Così lo immagina Dante. Ma i suoi poveri, fedeli e stanchi marinai cosa ne pensavano? Preparatevi, vi aspetta un viaggio nella mente di un vecchio Acheo in crisi ma devoto al suo re.

Eravamo stanchi, davvero provati dal viaggio iniziato chissà quanti anni prima, manco lo ricordavamo più. Mi sembrava di avere passato la maggior parte dell’esistenza sull’acqua o, meglio, sopra un ponte di assi sconnesse che l’incuria e gli insulti di Poseidone avevano incurvato e piegato.

Non so quanto ancora ci avrebbero tenuti a galla, questi scassati pezzi di legno marcio. Troppi mesi allo sbando, che dico mesi! Non rammentavo l’ultima volta che eravamo scesi a terra per riposare su un giaciglio fermo o al riparo di una capanna. Anche sulla sabbia umida di un’isola o in una grotta, era andato bene tutto pur di prendere le distanze, anche solo poche ore, da una barca instabile che un tempo era stata parte di una flotta invidiata.

Eh già, perché il nostro re aveva avuto potere e ricchezze, non lo avevamo seguito come degli sprovveduti. Era un uomo adulto e non certo fra i più forti di Itaca, la nostra dolce patria, ma sicuramente era il più astuto. Ragionava, lui, non si faceva possedere dall’ira impetuosa e non cedeva alla furia della gelosia. Era diverso dagli altri capi di quella disgraziata spedizione in terra straniera. E poi era il nostro re, un monarca-pastore che si era sempre sporcato le mani nei campi al nostro fianco, quando occorreva.

Eravamo orgogliosi e sicuri, mica dovevamo obbedire agli ordini di quel pazzo scatenato che comandava i Mirmidoni o, peggio, inginocchiarci di fronte al feroce monarca di Micene. Mostro assetato di sangue e di vendetta, maledetto lui e quel maiale di suo fratello, Atridi odiati dagli dèi. Ci trascinarono in una guerra privata che improvvisamente riguardava gli Achei al completo. E perché mai, cosa ci avevano fatto gli abitanti della ricca Ilio, fino a quel momento io e i miei compagni ne conoscevamo a malapena l’esistenza. Un luogo lontano, una rocca ben protetta e tante leggende sulle sue favolose ricchezze, storie ascoltate intorno al braciere nelle interminabili serate invernali.

Un giorno, però, il re-pastore ci riunì, marinai e soldati, ci fece un gran bel discorso – ah, quanto usa bene le parole, il nostro duce – e ci convinse a partire. Salutammo mogli, genitori e figli, pianti infiniti e promesse di portare a casa la pelle, tutti un po’ più ricchi, un bel bottino da dividerci per comprare un pezzo di terra e allevare decine di pecore. Benessere, finalmente, e un sogno: concludere la vita da contadini, senza sfidare tempeste e strani mostri marini nelle lunghe spedizioni tra gli arcipelaghi.

La guerra, già. Doveva essere rapida, una guerra-lampo, dicevano i grandi capi. Lo dicono sempre, tanto ci beviamo tutto. Vino scadente e le ciance dei potenti. Nulla fu semplice né rapido: le battaglie durarono anni, l’assedio altrettanto. Migliaia di corpi da bruciare sulla spiaggia, roghi e sacrifici all’Olimpo. Sangue ovunque, gli eserciti a pezzi. Poi – non chiedetemi come -, quando ogni speranza pareva perduta, ci fu un’idea, una strategia inaudita che ci portò in una manciata di giorni alla vittoria. E sapete a chi venne in mente il colpo di genio definitivo? Al mio, al nostro magnifico re, ormai invecchiato e piegato dagli acciacchi, ma dalla mente ancora affilata come una spada.

Il viaggio verso casa fu anche peggio del conflitto in terra straniera: forse eravamo stati maledetti, forse il nostro duce aveva offeso qualche collerica divinità, sta di fatto che capitò di tutto, avventure indicibili che tolgono il fiato e il sonno, a ripensarci. Ho visto creature mezzo umane e mezzo animali, ho pianto lacrime infinite e ho gridato. Ho vissuto incubi in cui non capivo se stessi sognando e ho visto morire gli amici più cari.

E ora? ora che ci troviamo a qualche giorno di navigazione dalla nostra aspra isola, cosa ci dice il vecchio re? Che dobbiamo giocarcela fino in fondo, che il senso di questa strana e violenta vita è qui e ora. Che rientrare a casa adesso, quando magari parenti e conoscenti sono morti da un pezzo e la casa distrutta e forse, chi può dirlo, manco il cane ci riconoscerebbe, sarebbe buttare via l’esperienza. Quale, direte voi? Mah, lui è davvero bravo con le parole, io sono un semplice marinaio analfabeta… comunque sia, ci ha convinti. Non so come ma lo ha fatto. Io a dirla tutta tacevo e lo guardavo di sbieco, Itaca mi manca un sacco, ho dolori ovunque, lui parlava di curiosità e di conoscenza, di solcare acque ignote e pericolose.

Potevo oppormi, scendere dalla barca e chiedere ai primi mercanti di passaggio uno strappo verso casa? Avrei potuto, certo. Il re non mi avrebbe costretto con la forza né legato all’albero maestro. Siamo un gruppo di vecchi ingobbiti e sdentati, parliamo come fra pari, ormai. Ma quel guizzo, quella luce nello sguardo quando immaginava cosa avremmo trovato oltre lo stretto… Un mare molto più grande di quello a cui siamo abituati. Ci saranno terre emerse, popolazioni da incontrare o da colonizzare, abitudini da imparare? E se in effetti a Itaca nessuno più mi aspettasse?

Mi sono rialzato con fatica, ero seduto su una panca fradicia d’acqua salata, ho guardato il capo dritto negli occhi e gli ho detto con voce tremula: “Tu, grande re, sei Uno e sei Nessuno. Noi siamo centomila e ti seguiremo ovunque. Uno, Nessuno e centomila marinai per l’alto mare aperto. Questo fanno gli amici. Questo sognano insieme i compagni”. E così girammo la prua verso Occidente, guardando in faccia il sole al tramonto. È tempo di migrare.