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Chi è Pedro Lemebel, lo scrittore cileno riscoperto a teatro

Una scrittura ricamata, “merlettata” come le tovaglie che la Fata cuce e adorna di farfalle e angioletti, per poi venderle alle mogli dei militari. Una struttura pulita, razionale, mirata come l’attentato che Carlos e i suoi compagni stanno preparando per abbattere il dittatore.

Un libro popolarissimo in Cile

Un cuore pulsante che è la Santiago del 1986, che ribolle contro Pinochet, dove si urlano cortei, si spara a vista, si ascoltano i resoconti invano ribelli di Radio Cooperativa. E dove – laggiù – c’è una “casetta macilenta, un angolo di tre piani con una scala vertebrale”, la cui soffitta si affaccia sul “velo torbido di polvere” che copre la città.

Ho paura torero di Pedro Lemebel in Cile è un’opera cult, quando è stato pubblicato nel 2001 si è attestato come il più venduto dell’anno e continua a essere molto amato.

In Italia la versione teatrale

Fuori dai confini, non è altrettanto noto. Ma in Italia è appena entrato in classifica da quando Lino Guanciale, cui lo ha regalato la moglie conoscendo la sua passione per la letteratura sudamericana, ha scelto – assieme al direttore e regista Claudio Longhi – di portarlo in scena al Piccolo Teatro di Milano.

Riservando a se stesso la parte protagonista della Fata dell’angolo, travestito sentimentale che si innamora del giovane attivista Carlos e che nel corso del romanzo come dello spettacolo intraprende con lui un doppio percorso di formazione.

Formazione politica per la Fata, che attraverso l’innamoramento scopre in “una vampata di dignità” l’importanza dell’impegno in un Paese devastato dalla violenza della dittatura.

Un romanzo di formazione e di “resistenza”

Formazione sentimentale per Carlos (in scena interpretato da Francesco Centorame), che passa dallo sfruttare il travestito per poterne usare la casa come deposito delle armi necessarie all’attentato alla fascinazione romantica per una persona disposta a tutto per amore. Due esseri umani che si sono “incontrati all’incrocio di due storie

50 anni fa il Cile assistette alla fine del suo presidente Salvador Allende, abbattuto da un colpo di stato guidato dal generale Pinochet, e da allora soffrì per anni il rapimento l’uccisione e la sparizione di tanti ragazzi e oppositori al regime.

Pinochet al cinema e in libreria

Su questi eventi molte pagine sono state scritte, molte immagini sono state filmate. Ci sono stati film (Santiago, Italia di Nanni Moretti), saggi e anche romanzi, da quelli della nipote di Salvador Isabella Allende ai lavori di Roberto Bolaño. Fino al bellissimo La morte e la fanciulla (che ispirò anche un film di Roman Polanski) di Ariel Dorfman, che alla Moneda lavorava e che casualmente sfuggì alle retate.

In questa produzione, Ho paura torero merita un posto a sé. Se con il “talento aracnide delle sue mani” la Fata dell’angolo ricama tovaglie, con uguale lievità e precisione Lemebel tesse parole, ingabbiando il lettore in una ragnatela di sospiri e sogni.

Questo libro nasce da venti pagine scritte alla fine degli anni Ottanta, rimaste a lungo confuse tra ventagli, calze di pizzo e cosmetici che hanno macchiato di rosso la calligrafia romanzesca delle loro parole”, premette lo scrittore al libro.

Una vita in due romanzi

Una macchia che sembra avere la stessa sfumatura di quella che Lemebel citava tempo prima parlando della propria biografia e della povertà in cui visse l’infanzia, quando “in casa mia non c’era nemmeno un libro, e se entrava un giornale era avvolto intorno alla carta: carta macchiata di sangue”.

C’è sangue nelle parole. E c’è sperma. Perché Lemebel, scomparso nel 2015 a 62 anni e autore in vita di un solo altro romanzo (Baciami ancora, forestiero) ha più volte scritto della propria omosessualità, oltre che di politica.

Una omosessualità che nel Torero affronta con tocco gentile, sia che descriva la ritrosia di un approccio notturno al bell’addormentato Carlos sia che indugi su un ultimo gioco da spiaggia fatto di abbracci liberati sulla sabbia.

A fare da contraltare alla coppia travestito/attentatore spetta e alla delicatezza con cui sono narrati, ci sono Pinochet-Pinocho (Pinocchio) e la sua cellulitica First Lady, cui Lemebel riserva la zona del grottesco, della passione per le marce militari e la fissazione per i cappellini.

Con l’aggiunta di un incubo che potrebbe aver partorito la fantasia artistica di Bosch, dove il dittatore rivive un truce episodio dell’infanzia, quando aveva imbottito la torta di compleanno di insetti uccisi, per farli mangiare ai suoi piccoli ospiti. E nessuno si era presentato.